Che poi tutti dicono, e quest’anno ancora di più dato il centenario della nascita del regista, “Ah Otto e mezzo, sì certo. Meraviglia, capolavoro…”

Ma poi gratta gratta…

C’è chi l’ha visto da ragazzino, chi in un passato non meglio identificato, chi semplicemente sgrana gli occhi e agita una mano a mulinello perché non trova le parole, chi non specifica tempo e luogo ma “questa la so”.

E tutti la sappiamo, un po’. Perché a spizzichi, a bocconi, a singoli frame tutti portiamo dentro un pezzetto di questo capolavoro. E questo è certo quello che Fellini desiderava.

Il cappellino di pelliccia della Milo, il vestito smangiato della Saraghina, gli occhi bistrati di Barbara Steele, le piume di Yvonne Bonbon, l’eleganza dimessa di Luisa\Anouk Aimée, lo splendore puro di Claudia (Cardinale), la ragazza della fonte, la tenerezza grottesca dei coniugi illusionisti, gli unici in grado di leggere i pensieri incomprensibili del protagonista…
È l’immaginario felliniano. Quindi anche il nostro.

“Felliniano: avevo sempre sognato di fare l’aggettivo da grande”, ipse dixit.

Ma poi c’è lui: Guido Anselmi, alias Snaporaz.

Non un aggettivo, non un sostantivo, un acronimo che sta per “t-chi snà un puràz”, tu sei nato poveraccio. Che era come Fellini incitava Mastroianni a riprendere a lavorare, quando la flemma ciociara dell’attore entrava in conflitto con l’operosità romagnola del regista.

Ma chi è Snaporaz?

Nel film è un regista famoso in crisi creativa, ostaggio dei suoi sogni, del suo infantilismo e dell’industria cinematografica che, come la moglie, l’amante, gli attori, gli amici gli chiedono ciò che lui non può dare. E cioè? L’affidabilità.

Perché è incostante, umorale, infedele, bizzoso, a tratti lagnoso, a tratti dispotico.

“Un bugiardaccio senza più estro né talento”, come si autodefinisce all’inizio del film.

Eppure, è lui l’unico sincero, in quell’infinito e surreale panorama umano che Fellini, co-sceneggiatore insieme a Ennio Flaiano, ci regala.

Il bugiardo più autentico, il solo che si pone domande su sé stesso quando invece tutti – la moglie, l’amante, l’intellettuale grillo parlante, il produttore – sanno cosa vogliono o comunque vogliono qualcosa, anche se non sanno perché.

Snaporaz invece non lo sa.

L’unica certezza di cui dispone è che non vuole venire a patti con la vita, vuole trovare il modo – perché deve esistere un modo – per conciliare sogni e realtà, per non perdere quello sguardo incantato sul mondo che da bambino gli faceva fare una riverenza al cospetto della folle e sciatta Saraghina.

Vorrebbe essere felice, il “puràz”, vorrebbe “poter dire la verità senza far soffrire mai nessuno”, ma sa che è impossibile, perché nessuno ha bisogno della verità.

Tutti però abbiamo bisogno di sogni, e di qualcuno che li sogni anche per noi.

Così, quando ormai è deciso che il film non si farà, e il critico dalla erre arrotata che lo tormenta dal principio è filosoficamente soddisfatto, perché “se non si può avere il tutto, allora il nulla è la vera perfezione”, l’illusionista arriva e annuncia: “Siamo pronti per cominciare”.

E Otto e mezzo ci regala il monologo più bello della storia del cinema:

Ma tutta questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere.
E non mi fa più paura dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo… 
È una festa la vita…

E poi parte il girotondo felliniano, quello che tutti conosciamo e citiamo e fischiettiamo sulle celebri note di Nino Rota, ma intanto è il naso perfetto di Marcello Mastroianni a indicarci la giusta angolatura dalla quale guardare alla realtà.

PS per fare bella figura a cena: il titolo Otto e mezzo non significa nulla, si riferisce solo al numero di film girati da Fellini fino al 1963. Sette con l’aggiunta di una co-regia con Lattuada per Luci del varietà, che con questo fanno appunto otto e mezzo. Flaiano gli propose La dolce confusione, citazione voluta della precedente Dolce Vita. A Fellini non piacque.
E neanche a noi.

rossella o'hara«Scarlett O’Hara non era una vera bellezza, ma raramente gli uomini che subivano il suo fascino, come i gemelli Tarleton, se ne rendevano conto».

Intere generazioni di ragazze, donne e donzelle hanno imparato a memoria l’incipit di Via col vento, il fortunato romanzo pubblicato nel 1936 dalla scrittrice americana Margaret Mitchell, giornalista trentacinquenne che si aggiudicò il premio Pulitzer e il National Book Award.

Quattro anni dopo, il 17 gennaio 1940, il film diretto da Victor Fleming (con protagonista una deliziosa Vivien  Leigh) invadeva i cinema americani, trasformandosi nel maggiore campione d’incassi nella storia del cinema. Un successo straordinario e senza precedenti. In tutto, si calcola che Via col vento abbia registrato duecento milioni di spettatori al cinema negli Stati Uniti, detenendo il titolo di film più visto di sempre negli USA, davanti a Guerre stellari di George Lucas (circa centottanta milioni) e Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise (centoquaranta milioni).

Alla base di tutto c’è lei, “miss Rozella”, come la chiamava la burbera Mami, sua guardiana e sua coscienza critica. Il nome Rossella è però l’italianizzazione dell’originale Scarlett (di cui richiama efficacemente il senso, “rosso scarlatto”); a sua volta, il nome Scarlett venne scelto dalla Mitchell solo poco prima di dare il volume alle stampe, visto che fino ad allora si riferiva al personaggio chiamandolo “Pansy”. Anche nelle varie versioni successive, in Italia il nome è rimasto sempre Rossella, grazie al grande successo del film di Fleming e l’identificazione con la protagonista.

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Ma cos’aveva e cos’ha di tanto magico l’anti-eroina Rossella O’Hara? Passa la vita a inseguire l’uomo sbagliato, il vanesio Ashley Wilkes, che però è sposato con l’ottima Melania, convinta di essere ricambiata e di poter coronare il suo sogno d’amore, alla fine si rende conto di non averlo mai amato davvero e quando ormai è troppo tardi capisce che chi l’ha veramente amata è Rhett Butler (nel film un formidabile Clarke Gable). Peccato che lui, stanco di lei e dei suoi capricci, finisca per salutarla con un indimenticabile e inesorabile «Francamente me ne infischio!».

Insomma, sulla carta, Rossella è la quintessenza di tutta la montagna di errori che si possono commettere nella vita, soprattutto in amore. Egoista fino al midollo, non esita a passare su tutto e su tutti per raggiungere i suoi scopi. Ma è anche una donna tosta, indipendente, che non ha paura di niente e nessuno, che non abbassa mai la testa, non ha peli sulla lingua e si rifiuta di vestire i panni della donna di fine ’800. È una, insomma, che non si arrende mai (ecco da chi ha preso il suo motto Simona Ventura!). E di lei è proprio questo che ha conquistato intere generazioni di fan.

Quelle pronte a inseguire uomini sbagliati sperando che tornino ai loro piedi. Che continuano a ripetersi di essere quelle “giuste”. E che pensano: «Ma come farà lui a non averlo ancora capito?». Quelle che stanno lì, ad aspettare i ritorni che non arrivano, a sospirare, a invidiare anche un po’ i tipi mosci alla Melania. Che si fidanzano per dispetto, che magari per ripicca si danno al libertinaggio ma sanno che ce la “possono” fare. Anzi, che ce la “devono” fare.

No, Rossella O’Hara non è una cretina che non ha capito nulla della vita, troppo presa a seguire una chimera per il solo fatto di non riuscire a fare a meno di desiderare quello che non ha. Tutte le romantiche incallite, che hanno visto Via col Vento almeno una decina di volte e conoscono a memoria ogni scena del film, sanno che l’importante per tutte le Rosselle dell’universo è non perdere mai la speranza. Nel lieto fine: Tara!

 

Inaffondabile perché… Ci ha insegnato che «domani è un altro giorno»

Marina Moioli

moana pozziIl fantasma del suo splendido corpo bianco ripercorre periodicamente i nostri anni Ottanta. Più di tante grandi star dello spettacolo progetta razionalmente il suo mito, chiudendo drammaticamente la sua glorificazione, lasciandoci l’immagine del suo fisico perfetto, perché per tutta la vita costruisce il suo personaggio e la propria funzionalità.

 

Nessuno potrebbe mai immaginare cosa sarebbe stata oggi Moana Pozzi a cinquanta anni suonati. E forse è meglio così, perché questa anomala pornostar tutta curve, cervello e classe probabilmente ci avrebbe riservato più di una sorpresa.
Piccola Marylin martirizzata ed esaltata dal porno, santificata dai media, icona femminile di desideri più puri e più bassi, oggi è un mito grazie a un corpo-macchina e a una testa pensante.

 

Moana (“la parte più profonda del mare” in lingua hawaiiana) tocca – e a sua volta è toccata – tutti i personaggi illustri dell’Italia di fine Novecento. Tra gli uomini “moanizzati” c’è Federico Fellini, che la vuole in Ginger e Fred tranne poi pentirsi e non citarla nei crediti, lei si vendica parodiando nel suo film hard Fantastica Moana la scena cult della Dolce Vita, facendo il bagno in una fontana piena di sperma, muovendosi come Anita Ekberg e chiamando il suo uomo «Federico».

 

C’è poi Bettino Craxi, l’amante che le apre le porte della televisione; lo scultore Mario Schifano la vuole come modella; l’artista Mimmo Rotella ne ritaglia il corpo dai suoi manifesti hard in grandezza naturale e ne fa un collage; il musicista Sylvano Bussotti la espone alla Biennale come “musica del corpo”. E ancora Massimo Troisi, che si prende una forte sbandata; Carlo Verdone, che s’innamora sul set di Borotalco; Beppe Grillo e Roberto Benigni che non la fanno solo ridere; Giordano Bruno Guerri, Falcao e il campione del mondo Marco Tardelli, forse uno dei pochi che ammette il flirt insieme ad Adriano Panatta. E ancora Nicola Pietrangeli, Enrico Montesano, Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo e la lista è ancora lunga.

 

Lei si concede sempre col sorriso, è democratica, frequenta i salotti buoni ma vuole lavorare nell’hard più bieco, riuscendo a portare nel porno la figura della diva nazionalpopolare. Il rapporto col suo corpo non è meno ossessivo di quello con la propria testa. Moana è sempre presente a se stessa, non è mai banale, non dice mai sciocchezze: parla un italiano perfetto, forbito, si vede che ha studiato, che viene da una buona famiglia. È la star del porno ma ha il portamento regale di una regina, lontano dai bassi istinti del “cicciolinismo”.

 

È la più pagata delle star italiane dell’hard, ma– a detta dei registi – è una delle meno “brave” sulla scena e infatti non riesce a sfondare all’estero come Cicciolina. Perché lei pensa, non è istintiva. Lei ragiona. E allora, perché il porno? «Ho il coraggio di vivere come voglio. Faccio tutto quello che desidero: e il sesso mi piace. Non m’importa di quello che la gente pensa di me: e comunque nell’essere una puttana non ci vedo niente di male». Legge Sant’Agostino «Le Confessioni è una lettura che mi fa star bene, mi dà un senso di pace» e Nietzsche: «Il suo concetto di volontà m’interessa, perché è una cosa che mi riguarda molto da vicino», libri di William Burroughs, Alberto Moravia, Milan Kundera, Edgar Allan Poe, Marguerite Yourcenar, Anaïs Nin. E, tutti i giorni, due quotidiani: Il Secolo XIX, giornale della sua città natale, e il Corriere della Sera. Ma anche Eva Express, Stop, Gioia e Fermo Posta, settimanale di incontri.

 

Moana PozziÈ l’incarnazione della femminilità, tanto che ha anche un nutrito pubblico femminile, una donna consapevole di quello che fa, padrona del suo corpo e delle sue azioni. Nata a Genova, figlia di un ingegnere nucleare e di un’insegnante, famiglia molto religiosa, studi dalle suore orsoline, una sorella minore a cui è legatissima (e che segue le sue orme nel settore dell’hardcore) e un fratello, Simone, di diciotto anni più giovane che solo dopo la morte si scopre essere suo figlio. Moana parla perfettamente inglese, francese e spagnolo.

 

Anche se timidissima, la reazione all’educazione rigida delle suore è la voglia di trasgredire. Si sviluppa presto, il seno è prosperoso, gli uomini la guardano. E a lei piace farsi guardare. La nonna consiglia «Cammina curva che ti si vede troppo il seno» ma Moana fa il contrario. Studia in collegio, la notte scappa dalla finestra e va a ballare in discoteca, a fumare, a chiacchierare. Niente di male. Per emulare una sua compagna che si vanta di aver fatto esperienze sessuali ha il primo rapporto a quattordici anni. Fare sesso le piace, e da allora è un’escalation e non si ferma più. Fino a quando si ammala.

 

Inizia a dimagrire. Si parla di Aids, anche se in molti negano. Inizia un calvario che la vede sempre più smunta e depressa. Va in India per tentare un’ultima via di guarigione. Quando torna sta ancora peggio. Muore a 33 anni il 15 settembre 1994 nell’ospedale Hotel de Dieu di Lione. La notizia è diffusa solo 17 settembre, caso vuole durante il Mi-Sex, la fiera del porno.

Pochi giorni dopo la morte parte già la beatificazione della diva. La domenica il cardinale di Napoli Michele Giordano addita a tutti la fine di Moana Pozzi come «esempio di riscatto possibile». D’altra parte lei stessa, con un rosario in mano, rassicura la madre: «Vedrai, Dio sa perdonare e perdonerà anche me». «È morta per un tumore al fegato» dice la madre, che le è stata vicina fino all’ultimo. In pochi le credono, e iniziano i misteri.

 

Non esiste autopsia. Non esiste una cartella clinica. Nessuno l’ha mai fotografata all’interno dell’ospedale. Il corpo, contrariamente alle indicazioni di Moana, non è cremato; se è stato fatto non è successo a Lione perché quel giorno l’impianto delle cremazioni della città s’è guastato. Non c’è stato funerale e a tutt’oggi non si sa dove sia seppellita. C’è chi dice che sia scomparsa per non farsi vedere morente, chi invece che è scappata in India.

 

C’è anche l’ombra dei servizi segreti: salta fuori un brevetto sub rilasciato dall’esercito israeliano, quattro mesi dopo la morte a Genova non c’è traccia del certificato di morte. Si mormora di rapporti col Kgb o servizi vicini perché aveva possibilità di accedere a informazioni attraverso i suoi amanti, saltano fuori azioni di una società di Kiev che si occupa di traffico legale di scorie radioattive. Qualcuno dice che la sua missione era di destabilizzare la politica italiana verso un personaggio potente della prima Repubblica. Fantasie? Può darsi.

 

Moana di una cosa aveva davvero molta paura «la vecchiaia, il decadimento fisico e la morte», tutte cose da lei ribadite più volte in diverse occasioni. Una volta, profeticamente, aveva detto con forza in tv di fronte a una sbigottita Catherine Spaak: «Io non invecchierò». Secondo la cabala, di cui era perfetta conoscitrice, il 15 – data della sua morte – simboleggia la luna piena e quindi la morte, il 17 – quando è stata diffusa la notizia – la luna nuova, cioè la rinascita. Piace pensare che non sia morta, e il suo culto vive sempre di più.

 

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Luca Pollini

 


alberto sordiQuando l’8 marzo 1978 uscì nelle sale Ecce bombo di Nanni Moretti, gli spettatori si chiesero: «Ma davvero ci siamo meritatati Alberto Sordi?». Ancora oggi la frase dell’alter ego di Moretti, Michele Apicella, ogni tanto ritorna, incombente. Eppure, Moretti non usò il plurale, anzi, di spalle al pubblico, se la prese con un tizio in un bar che aveva osato dire: «Rossi o neri… tutti uguali».

È qui che Apicella-Moretti scatta: «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi, eh? Te lo meriti Sordi, te lo meriti» urlando mentre viene accompagnato rudemente fuori dal bar. Per una sorta di resipiscenza collettiva, quella frase la rammentiamo, però, al plurale.

E allora, ce lo siamo meritati? Sì, nel bene e nel male.

Se oggi fosse qui, Sordi non faticherebbe a ricordarci chi siamo. Giorni fa, per esempio, un deputato è riuscito a formulare una meravigliosa – soltanto perché involontaria, sia chiaro – battuta: tronfio e compreso nel ruolo dell’offeso, l’onorevole, apostrofato come «ignorante» da un anziano politico, ha recitato la parte del “lei non sa chi sono io”, affermando di aver sporto denuncia e di possedere «quasi due lauree».

Neanche Sordi – col grande sceneggiatore Rodolfo Sonego – avrebbe partorito una battuta tanto fragorosa. Si sa, avverbio fuori luogo, parte lo sghignazzo: “quasi” due lauree, un capolavoro di “sordianità”. A Roma direbbero: “Se n’è uscito ar naturale”, così come Albertone rimproverava la moglie Giovanna Ralli nel film Costa Azzurra.

E che dire del “denunciato”? Dare dell’ignorante a quel deputato è una forzatura figlia dell’arroganza: trattasi del politico che nei bei giorni che furono si scappellò in lodi patrie nominando tali “Romolo e Remolo”.

D’altra parte, non è stato proprio Sordi a sdoganare l’arroganza e la protervia del potere? Forte con i deboli e debole coi forti, l’italiano-sordiano è un compendio di difetti, tic, malesseri stravaganti, scuse immotivate mai richieste, giustificazioni che finiscono per accertare le colpe, paure degli “altri” perché nemici del tran tran quotidiano, incapacità di decidere e programmare, ostentazione della scaltrezza a danno dell’intelligenza, vigliaccheria, mendacia e spergiuro.

Ora, fra tutte queste qualità, cercate a caso un politico che non ne possegga almeno qualcuna e solo allora si potrà dimostrare che non ci meritavamo quel Sordi lì. Perché poi, nel mondo reale c’era un altro Sordi, occultato sapientemente, quello vero, lontano dai personaggi costruiti con l’abilità dell’osservatore acuto e critico, ancorché astuto e accondiscendente con loro.

Aurelia Sordi, la sorella, quando mi accolse in quella villa (che i romani, orgogliosi, mostravano ai turisti «Quella è la villa d’Alberto»  neanche fosse il Colosseo) mi mostrò le stanze dove l’attore visse con lei e l’altra sorella, Savina, svelando com’era in privato. Così scoprii che l’Albertone dei film, pigro, indolente e menefreghista, aveva fatto costruire una palestra dove la cyclette e il punching ball sono ancora lì, in bella mostra, perché l’Alberto della realtà si sottoponeva tutti i giorni a esercizi fisici per poter dare il meglio sul set.

E all’Albertone crasso ignorante e arrogante corrispondeva un Alberto che amava saggi di teatro e di storia perché va bene essere informati, ma forse è meglio anche farsi un po’ di cultura. Lui, che non aveva “quasi” due lauree ma conosceva bene Romolo e Remo, ricordava Aurelia «ai giornali preferiva i libri. Soltanto una cosa non mi piaceva di mio fratello: pretendeva che alle 13.30 fossimo tutti a tavola, e in silenzio, perché c’era il telegiornale».

Quanto all’eccesso di protagonismo dei suoi petulanti personaggi, fu dalla grande Franca Valeri che ascoltai il complimento più bello: «Era un professionista rispettoso. Non come certi colleghi che sgomitavano per togliere la battuta al partner. Lui, semmai, faceva un passo indietro perché tutti potessero avere la giusta ribalta». Conferma che ebbi anche da Ettore Scola: «Serissimo e umile, uno dei pochi ad arrivare sul set conoscendo le battute e la sceneggiatura a memoria». La bravura di Sordi stava lì, nella capacità di mostrarci personaggi “adulterati” facendoci credere che anche lui fosse così.

E noi ci siamo meritati lui o quei personaggi così cialtroni e imbelli? Sì, è vero, era un papalino democristiano ma ciò non è per forza una colpa. Va be’, era parsimonioso ma lasciò milioni a una fondazione che porta il suo nome e si occupa d’assistenza agli anziani, lui che recitava da cinico sprezzante e delle donne in età diceva “le vecchie” mentre agli uomini sopra gli anta dava da mangiare “le cocce delle noci”.

Sempiterni, invece, sono i suoi personaggi. Quante volte si è scritto di dirigenti calcistici come di copie maldestre di quel Benito Fornaciari presidente del Borgorosso Football Club, che compra Omar Sivori per accontentare i tifosi? E quanti presunti vip paiono sul punto di esplodere in un «Io so’ io e voi nun siete ’n cazzo» se incalzati da una domanda intelligente?

E che dire di quei politici che ricordano l’ottuso Agostino del film Il moralista? Al sabato manifestano per l’unità della famiglia, alla domenica in chiesa, contriti e pii, poi dal lunedì al venerdì… ostriche, champagne e amante! Senza contare i vari medici della mutua, venditori d’armi, impiegati, maestri di canto, esaminatori di concorsi pubblici e decine di altri ancora. Un popolo di ex borghesi piccoli piccoli ridottosi a scimmiottare il peggio di Albertone anziché ricordare il meglio di Alberto.

E che Sordi sia stato un grandissimo attore lo dimostra la sua capacità di recitare con “pezzi” di corpo. Non aveva la fisicità debordante di Gassman o quella marionettistica di Totò e neppure l’infantilità ricercata di Benigni.

alberto sordiMa gli bastava un particolare per disegnare un carattere: un occhio da vendere ed eccoci a Il boom; un accenno di baffetti e arriva Mafioso; una faccia lunare da Pierrot e trionfa Lo sceicco bianco; una gamba di legno e sopraggiunge il mitico “zoppetto”; i capelli tinti di biondo e c’investe l’estenuante compagnuccio della parrocchietta; un sorriso ingenuamente gioioso e ci domina Il dentone; un braccio piegato a ombrello («Lavoratoooriii…») e I vitelloni sono tra noi.

Un eroe della scorrettezza nei riguardi di anziani, bambini, donne, stranieri, disabili, accompagnata dall’ossequioso inchino per i potenti di turno, i cardinali con l’anello proteso, i padroni in grisaglia che non lo degnano di uno sguardo.

E se non c’è questo, ecco l’altra faccia dello Strapaese, occhi velati di malinconia nel perdente bastonato: Detenuto in attesa di giudizio, Bello, onesto emigrato Australia…, Una vita difficile, Un borghese piccolo piccolo.

C’è tutta la nazione nei film di Sordi, nel bene e nel male, anche l’Italia più contraddittoria e tragica, come quella del soldato Oreste Jacovacci che mostra, ossimorico, il coraggio di essere vigliacco e di non voler morire per la Patria (La grande guerra). Per questo ancora oggi, a quasi 15 anni dalla scomparsa di Alberto, i suoi personaggi riemergano – ahinoi – nella realtà, come zombie di Albertone.

Così, non resta che chiederci se sia davvero passato più di mezzo secolo da quando un Nando Meniconi qualunque si giustificava piangendo di fronte al giudice («A me m’ha rovinato la guera») al cospetto dei vari Albertoni odierni che si vantano di avere “quasi” due lauree.

Manuel Gandin

 

 

 

Clarinettista promettente – una carriera “stroncata” da un esordiente Lucio Dalla, rivale e grandissimo amico, che gli rubò la scena nella Doctor Dixie Jazz Band con il proprio talento – Giuseppe Avati, in arte “Pupi”, venne folgorato sulla via di Damasco dalla visione di di Federico Fellini: sarà in quel momento che, comprendendo la differenza tra passione e talento, deciderà di diventare regista.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna, trova lavoro presso una società di prodotti surgelati, accumulando i soldi necessari (non molti) per finanziare il suo primo lavoro dietro la macchina da presa, intitolato Balsamus, lo sguardo di Satana (del 1969).

Da allora ne ha fatta di strada. Si trasferisce a Roma per tentare la carta del cinema vero.
Carta vincente, visto che il 3 Novembre festeggia 80 anni e ben cinquant’anni di carriera in piena attività: sta lavorando a Il Signor Diavolo (tratto dal suo ultimo romanzo, edito da Guanda Edizioni) che uscirà nelle sale nelle primavera 2019.

In coppia con il fratello maggiore Antonio è diventato uno dei registi più solidi, riconoscibili, amati del panorama non solo nazionale. Ha attraversato con coraggio pazzesco i generi cinematografici, fatto l’horror, fatto un musical. Le atmosfere della sua Bologna, i ricordi e gli aneddoti più interessanti sono al centro di film e libri e intrattengono generazioni di italiani.
Ne Il papà di Giovanna sono state girate delle belle immagini: da via S. Vitale alle Torri del XII secolo Garisenda e Asinelli. La scena dell’acquisto dell’abito di Giovanna per la festa a casa dell’amica Marcella è stata girata nell’opulenta via Farini, ancora oggi una delle vie più ricercate per lo shopping come la vicina Galleria Cavour. Durante le passeggiate dei protagonisti per le vie di una Bologna sotto il regime fascista si riconoscono i palazzi storici, i portici nei pressi di via Indipendenza e di via Rizzoli. Ma anche Jazz Band, Il cuore altrove, Cinema!, Storia di ragazzi e ragazze sono altre celebri pellicole che vedono la città felsinea protagonista. Alcuni di queste sono stati di recente restaurate dalla Cineteca di Bologna.

Cosa rappresenta per lei questa città?

Tra me e Bologna, anche se da anni vivo a Roma, c’è una storia d’amore. Qui ho conosciuto la donna della mia vita e ho superato i 50 anni di matrimonio con mia moglie Nicola, così battezzata in onore dell’amato nonno, alla quale ho mentito per avere un primo bacio. Con il tempo è diventata indispensabile per la mia vita, è la donna che mi legge meglio dentro, ma che non ha mai condiviso nulla delle cose che piacciono a me.
A Bologna ho conosciuto l’amicizia, la morte. Tutte le cose più importanti della mia vita sono successe qua. E poi la mia città è stata una delle prime a farmi capire quanto il denaro sia importante. Soprattutto nel settentrione del nostro paese “conti per quello che hai, quello che possiedi è la misura di quanto vali”.

Nei suoi film c’è sempre un lieto fine. Lei crede nell’amore eterno?

Quando sono andato in Rai a proporre la mini fiction Un Matrimonio, che voleva raccontare in tema autobiografico sia il rapporto dei miei genitori che il mio in oltre 50 anni, l’allora direttore di Rai Fiction, Agostino Sacca, mi disse: “ma allora vuoi fare un film in costume?”, perché è sempre più raro avere dei rapporti duraturi nel tempo. Io mi illudo che esista un sempre, “sempre” è la parola che mi piace di più.

Un filo conduttore delle sue pellicole è stata spesso la rivalutazione dell’ingenuità.
Quanto contano i sogni per lei?

Io non ho mai perso la speranza, mentre i giovani di questa società moderna sono portati ad arrendersi subito. Invece, vorrei che i ragazzi credessero che anche per loro può esserci una possibilità. Io trovo terapeutico stare con loro mi danno sempre stimoli nuovi, soprattutto quelli che dimostrano di credere in qualcosa. E vorrei che dai miei film imparassero che il nostro Paese non è solo negatività e che occorre reagire.

È credente?

Io voglio essere credente che è una cosa diversa. La ragione ci indurrebbe a non esserlo, ma io vado in chiesa a pregare Dio di esistere. Non ho più fede, invece, negli esseri umani

Tra i tanti attori e attrici che hanno lavorato con lei, chi è il suo o la sua inaffondabile?

Mariangela Melato. Era il 1968 e stavo lavorando al film Aiutami a Sognare (1980), stavo facendo i provini per il ruolo di Zoe, una bionda come Grace Kelly. Arriva una sconosciuta e dice: “La mia amica non è potuta venire e ci sono io per sostituirla”. Ero furibondo e l’ho mandata via. Lei mi ha aspettato fuori al freddo sino a sera. La cosa mi ha fatto intenerire e le dico di preparare la parte. La mattina dopo cominciamo a fare il provino mentre lei recita, io sento che sta mettendo tutta la sua verità, mi viene il magone.
Le chiedo il suo nome: era Mariangela Melato.


jackie brown«Ho la sensazione di dover ricominciare sempre tutto da capo – disse Jackie – e, prima che me ne accorga, non mi rimarrà più nessuna scelta. Sarò incastrata con la vita che riuscirò ad avere».  

E te la immagini un po’ come la descrive Elmore Leonard in Punch al rum, il romanzo da cui è stato tratto il film di Tarantino, e un po’ ci aggiungi qualcosa di tuo. E se sei un uomo, la ami e la temi come Max Cherry, ex poliziotto titolare di un’agenzia di prestiti per cauzioni; e se sei una donna…
Be’, se sei una donna, ti domandi: ma io ce la farei? Ma non a fare da corriere per un trafficante d’armi, quello è solo un artificio narrativo, ce la farei a cambiare il corso della mia vita?

Riuscirei a liberarmi da quell’incastro che toglie qualsiasi possibilità di scelta?

Sarei capace di fregare tutti quelli che sono pronti a fregarmi? E sono più bravi e referenziati, perché lo fanno per lavoro e perché sono uomini, e quindi da sempre abituati a sopraffare…

Perché sono queste le domande che Jackie solleva.

E se non le solleva, allora resta soltanto un film minore di Quentin Tarantino, che segue fedelmente una sceneggiatura a prova di grande schermo, destinato a restare schiacciato da Le Iene e Pulp Fiction e Kill Bill 1\2. 

Leggere il libro che ha ispirato il film può, poi, davvero generare un certo sconforto, perché scopri che Tarantino non ha aggiunto granché, tranne che cambiare cognome e colore della pelle alla protagonista (la Jackie del romanzo è bianca e bionda, e di cognome fa Burke) e ritoccare il finale, e che Leonard è un bravo scrittore di genere, ma niente di che.

Ma se ti soffermi un attimo tra le parole scritte e i primi piani di Pam Grier, se non ti lasci travolgere dalla furba turn-page technique di Leonard e l’irresistibile gigioneria cinematografica di Tarantino allora ti si apre quel piccolo mondo che alcune donne custodiscono.

«Mi lascio coinvolgere da situazioni che so che possono essere difficili, e ci entro a occhi spalancati, con gli occhi ben aperti, e poi mi ritrovo a dover escogitare un modo per uscirne (…) Ma sai qual è la cosa che mi ha stancato più di ogni altra? Sorridere. Fare la parte della persona gentile».

Apparentemente sembra che stia parlando del suo lavoro di hostess d’aereo, ma in un romanzo nulla avviene per caso e neanche in un film, men che meno se dietro la macchina da presa c’è Quentin Tarantino. Il ragazzaccio di Hollywood ha voluto lei, Pam Grier, icona sexy del genere blaxploitation (b-movie per il target afro-americano di grande successo negli Anni Settanta), poi caduta nel dimenticatoio del feroce star-system anche a causa di un tumore, e ha cambiato cognome alla protagonista del romanzo in omaggio a Foxy Brown, il personaggio che la consacrò in quegli anni. La avrebbe voluta già in Pulp Fiction, ma la produzione decise diversamente, poi Quentin è diventato un intoccabile del cinema americano e nessuno ha osato più contraddirlo, e per fortuna.

Perché è lei, con la sua bellezza matura, quello sguardo disincantato sul mondo e una sensualità consapevole e imperfetta a fare di un personaggio di genere, la donna che incarna tutte le donne.

Jackie non è solo una dei tanti protagonisti dei romanzi di Elmore Leonard che vivono in una terra di mezzo tra la rispettabilità e la galera, il lavoro e il malaffare; è una donna che si è stufata di fare, e quindi di essere, ciò che ci si aspetta da lei, e cioè indossare ogni mattina una divisa, pettinarsi, farsi bella, sorridere, dire sempre di sì, mostrarsi affidabile e solerte e occuparsi degli altri.

Ha da poco superato i quaranta, è arrivata al punto di svolta della vita e sa che se non vuole definitivamente rinunciare a se stessa deve cambiare le regole del gioco.

La posta in palio è infatti qualcosa di più dei cinquecentomila dollari da importare illegalmente in America: è lei, la sua libertà da tutti gli incastri in cui la vita l’ha intrappolata, la sua determinazione a costruire il futuro, a partire da subito. Per farlo, non deve più avere paura di nessuno: né della polizia né della malavita, né del bene né del male. E neanche di quella naturale attitudine che le donne hanno a innamorarsi, fidarsi e affidarsi a un uomo. 

E qui Tarantino compie il sorpasso su Elmore Leonard.

Se nel romanzo, infatti, la protagonista e Max Cherry vanno via insieme per iniziare una nuova vita, nel film avviene quello scarto che ti fa capire che stai guardando un capolavoro e che il regista ci ha messo del suo.

«Hai paura di me?», gli domanda quando, come da accordi, passa a prenderlo in agenzia per fuggire in Spagna.

«Un pochino», le risponde Max, indicando con le dita l’esatta quantità.

Si baciano, lei ha un attimo d’incertezza, poi si gira e se ne va.

E mentre guida, lentamente cambia espressione e prende a canticchiare Across 110th Street di Bobby Womack.

E tu sei lì e ti domandi: anche questo faceva parte del piano?

Era un no, quello che voleva sentirsi dire oppure c’è rimasta male come tutte le donne che alla fine s’innamorano sempre?

Jackie Brown si diventa o si sceglie di essere?

Ma lei non ti risponde. Guida e canticchia. Ed è ancora più bella.

N.B. Dopo l’uscita del film, Pam Grier ha dichiarato: «Nel mio finale, io e Max ci diamo un bel bacio, poi un altro, poi ci abbracciamo e lui lascia che a tutte le chiamate risponda la segreteria telefonica. Se ne occuperà più tardi. Spegne le luci, prende le chiavi, viene con me, monta in macchina. Io parto e, all’improvviso, lui diventa una macchinetta fastidiosa che parla di continuo. Io faccio il giro dell’isolato, lo faccio scendere e sloggio via da lì».

A tanto né Elmore Leonard né Tarantino sarebbero mai arrivati.

Anna Di Cagno


humphrey bogartChe peccato! E pensare che sarebbe potuto essere un signor nessuno, uno qualunque, di quelli che quando ce l’hai davanti c’inciampi addosso: «Scusi, sa, non l’avevo notata». Possedeva tutte le doti per non sfondare: basso e tracagnotto, tarchiatello, con mani e faccia enormi rispetto al corpo, stempiato anzitempo, perfino una cicatrice sul labbro superiore che, modificandoglielo, rendeva il sorriso pari a un ghigno. E la voce? Uh, quella, così nasale, che fastidio!

E invece, guarda un po’ come t’imbroglia il talento. A un corpo così è bastato aggiungere una sigaretta fra le labbra: et voilà, mister, che ne dice? Ma sì, mi voglio rovinare: indossi un trench, aggiunga un Borsalino e vedrà che figurone… Trasformazione simile a quella che da un qualsiasi Clark Kent porta a Superman. Da Brutto Anatroccolo a Humphrey Bogart, anzi Bogey, per sempre.

Eppure a Hollywood i divi non mancavano di certo, ma lui se li è “pappati” alla grande. Nessuno è stato amato, invidiato, imitato e ammirato come Humphrey Bogart, perfino dagli uomini, il che è tutto dire. Non aveva lo spessore macho di un John Wayne, ma regalava senso di protezione a ogni gesto. Né possedeva la fisicità ginnica di un Errol Flynn, tutto cappa e spada, ma col revolver tra le mani il tifo era per Bogey.

Niente a che vedere con la flemma british di Cary Grant o con la sfacciataggine marpiona di Clark Gable, eppure era capace di far rimanere il pubblico col fiato sospeso. Chiunque pensava, guardandolo in uno dei suoi 75 film (né tanti né pochi, rieccolo, il finto signor nessuno): «Zitti, voglio vedere come va a finire». E giù a tifare per lui, eroe comunque.

Raramente un attore è riuscito a smettere certi panni per passare dalla parte opposta con uguale attendibilità: per anni gangster senza scrupoli, poi investigatore privato; detective o ufficiale di controspionaggio; comandante di carri armati o paracadutista; pittore uxoricida oppure evaso dal carcere per scovare chi ha ucciso sua moglie; scrittore isterico o giornalista partigiano.

Bogart non s’è fatto mancare nulla nel campionario di ruoli che altri divi rifiutavano timorosi: «Che dirà il pubblico?». Lui no, adelante senza giudizio, passione e costanza, studio e caparbietà. Forse anche un pizzico di cinica indifferenza, ben sapendo che un attore indossa i panni di chi non esiste.

Ecco allora che a Bogey sono state permesse anche apparenti stravaganze: ve lo vedete nei panni di un regista in disgrazia? Be’, lo è stato (La contessa scalza). Direttore di un giornale? Sì, eccome: «È la stampa bellezza, e non puoi farci niente» (L’ultima minaccia). Sostituto procuratore distrettuale? Oh yeah (La città è salva). E chi dimentica il disoccupato alla ricerca smodata della ricchezza? Quello è uno dei capolavori del suo amico John Huston, Il tesoro della Sierra Madre.

Fu perfino direttore di un’arena ambulante (Il circo insanguinato); in un western lo fanno recitare con un paio d’insulsi baffetti da dimenticare (Carovana d’eroi). E, per non farsi mancare nulla, è stato anche un vampiro alla ricerca della ragazza cui suggere voluttuosamente sangue, con tanto di frezza bianca tra i capelli e un paio di occhialini tondi che fanno tanto professorone (Il ritorno del dottor X).

Ma, alla fine, uno si chiede: Sam Spade o Philip Marlowe? Roy o Rick? Meglio il gangster dai capelli un po’ imbiancati o l’imbrillantinato proprietario del locale notturno più malfrequentato a Casablanca? Ognuno scelga per sé, direbbe Bogey, ancora celebrato in questo fine 2017 proprio per il compleanno di quella che doveva essere solo una pellicola di propaganda e invece è finita tra i capolavori involontari di Hollywood.

Casablanca compie 75 anni e tutti continuiamo ad andare da Rick: chi per sentire una Marsigliese che riempie di commozione indignata, chi per illudersi che stavolta l’amore tra Rick e Ilsa trionferà, chi per sognare quel bacio impossibile e trasgressivo tra lui e il capitano Renault. E chi, solo per ascoltare l’implorante richiamo di Ilsa-Ingrid Bergman: «Play it, Sam. Play As Time Goes By».

E, a proposito di attrici, un po’ tutte facevano a gara per portarsi Bogey… no, che pensate, sciagurati: sul set, intendevo. Dalla Bergman a Ida Lupino, da Ann Sheridan a Bette Davis, da Ava Gardner a Barbara Stanwick, da Catharine Hepburn, in un incantevole duetto ne La regina d’Africa, all’altra Hepburn, in quel Sabrina che ha divertito il mondo e molto meno il set.

Fu una pessima esperienza: Humphrey riteneva Audrey un’incapace (e all’epoca non aveva torto) e diceva peste e corna di William Holden. Quest’ultimo, offeso, minacciò di ucciderlo. Il grande Billy Wilder ammise, spaventato, che il belloccio lo avrebbe ammazzato davvero se non fosse intervenuto personalmente a placarne le ire.

Ma a Bogart si perdona tutto, vero? Pure i tormentati e catastrofici primi tre matrimoni, dimenticati per bravura degli agenti dell’attore e soprattutto perché accanto a lui s’insinua la bella-brava-intelligente-tosta, quella che sa come domare le intemperanze di Humphrey: Lauren Bacall, ultima moglie e complice fino alla morte per cancro, a 57 anni, del divo che fece di un cappello e un impermeabile un logo personale.

Se ognuno ha i suoi pezzetti di Bogart nel cuore, a me piace ricordarlo per come recita in due film: con le mani e con… la pancia. Il suo Sam Spade de Il mistero del falco entra in una camera d’hotel dove il farabutto di turno, assecondato da buttafuori con le pistole in mano, potrebbe ucciderlo. Giaculatoria arrogante di Sam-Bogey che poi volta le spalle ai nemici e coraggiosamente se ne va sbattendo la porta. Uscito, ride della guasconata ma quando si guarda la mano questa trema come una foglia.

Mentre il Charlie-Humphrey de La regina d’Africa scandalizza Hepburn durante il rituale tè del pomeriggio. Dalla sua pancia, in effetti, escono antipatici brontolii che suscitano sconcerto nella dama di buone maniere e inducono a un innocente sorriso lui e il pubblico. Sarebbe il caso di affermare, con perfidia, che Bogart reciti di corpo. Invece, per quel ruolo vinse l’Oscar. L’unico, anche se è difficile crederlo, vero?

Manuel Gandin


mel brooksSe la parodia è un’arte, allora il maestro è sicuramente Mel Brooks, uomo con un senso dell’humor fuori dal comune, che riesce cogliere i lati comici della vita, che non ha mai avuto paura di ironizzare su niente: «Non parlerei mai di camere a gas, della morte di bambini o della tragedia degli ebrei per mano dei nazisti. Qualsiasi altra cosa va bene».

Oggi può permettersi di guardare dall’alto in basso Hollywood, con la saggezza di chi ha lasciato il segno nel mondo della commedia. E critica: «La correttezza a tutti i costi ha significato il sacrificio del sarcasmo e dell’ironia. Siamo diventati stupidamente politically correct, abbiamo fatto morire la commedia».

Ha ragione, di commedie al vetriolo se ne vedono sempre di meno. Ve lo immaginereste le accuse di razzismo per i dialoghi di Mezzogiorno e mezzo di fuoco? Quando ad esempio Gene Wilder rivolto a degli operai di colore dice: «Ragazzi la ricreazione è finita e non state lì a prendere la tintarella che tanto non vi serve» oppure «Questo è proprio il colmo. Noi ci prendiamo il disturbo e la fatica di scannare tutti quanti gli indiani del West, e per che cosa? Per far nominare uno sceriffo che è più nero di qualsiasi indiano!». Dialoghi che oggi sarebbero censurati dagli stessi autori.

Il politicamente scorretto, se usato con intelligenza, è il sale della commedia. Un genere che Mel Brooks ha segnato indelebilmente con un capolavoro: Frankenstein Junior, pellicola ispirata al romanzo di Mary Shelley che dissemina gag, citazioni e prese in giro memorabili con un gusto sconosciuto alle parodie odierne.

Un film dove tutto è perfetto, regia, attori, atmosfere: un esempio di come la comicità possa diventare anche poesia. Un film che abbiamo già visto almeno venti volte, ma che ci fermiamo a rivederlo per la ventunesima. E ancora ridiamo, nemmeno fosse la prima volta, anche se ormai potremmo recitarlo tanto lo conosciamo a memoria. Ma tant’è, resta irresistibile.

Siamo di fronte a uno dei capolavori assoluti e la conferma l’abbiamo quando si sente che le battute sono ancora presenti e ben radicate nel linguaggio comune, come se il film fosse uscito solo pochi mesi fa. A chi non capita ancora oggi, nel tentativo di spiegare per l’ennesima volta qualcosa a qualcuno, citare la frase «Rimetta-a-posto-la-candela»?  Oppure quando si vuole indicare qualcosa davanti a un paesaggio «La lupu ululà, lì castello ululì»; e ancora «Un enorme Schwanzstücker»; «Frau Blücher!»; «Tafetà caro» «Tafetà tesorino»; «Gobba? Quale gobba?»; «Sì-può-fareeeee»; «Sedatavo?» e così via, per almeno altre cinquanta scene cult.

Forse il segreto della sua immortalità sta nel fatto che, da un punto di vista squisitamente linguistico Frankenstein Junior è un crogiuolo di battute e scene politicamente scorrette – si prende in giro persino un gobbo, un cieco, un ritardato mentale, un mutilato con l’arto artificiale, si fanno le corna alla moglie  – riproposte in chiave divertita prima che divertente.  Sì, perché a ridere per primi sono stati attori e regista, tanto che Mel Brooks ha sempre sostenuto che il cast è un concentrato di cialtroni.

L’idea di girare una parodia di Frankenstein è di Gene Wilder che – dopo aver visto l’originale in tv – riflette sull’imbarazzo che avrebbe potuto provare un eventuale nipote alle folli teorie del nonno, il dott. Frankenstein. E il giorno dopo ne parla con Mel Brooks.

Passano solo tre mesi e il soggetto del film è pronto: Brooks e Wilder bussano alle porte di tutta Hollywood in cerca di un produttore. La Columbia Pictures ci crede ma dopo le strette di mano e i saluti di rito, Brooks si rivolge ai dirigenti della casa di produzione e, distrattamente, dice: «Dimenticavo: il film sarà girato in bianco e nero».

Risposta: «Cosa? Non se ne parla nemmeno: il bianco e nero è vecchio, oggi tutto si gira a colori» e stracciano il contratto. Fortunatamente una copia è arrivata anche sul tavolo della 20th Century Fox che decide di rischiare. E gli è andata bene: costato meno di 3 milioni di dollari ne incassa più di 87, ottiene 3 nomination agli Oscar e due ai Golden Globe. Il bianco e nero – secondo la critica – è stata una delle idee vincenti del film perché l’ha reso quanto mai più “vicino” all’originale.

In Italia il film arriva verso la fine di agosto del 1975 ed è bollato come una semplice commediola. Il doppiaggio, che vede impegnato anche Oreste Lionello, è perfetto e la traduzione ha salvato tutte le battute: alcuni giochi di parole intraducibili in italiano si riesce comunque ad adattarli e addirittura uno di questi – il famoso «Lupo ululà, castello ululì» – è quasi migliore in italiano che in inglese.

Frankenstein Junior è entrato nella storia perché è uno di quei film pressoché perfetti, un manuale di comicità che va studiato dal primo all’ultimo fotogramma, una di quelle opere che capita una sola volta nella vita di dare alla luce. E proprio lo stesso Mel Brooks se n’è accorto, perché quel successo, malgrado gli sforzi successivi, non lo raggiunse più.

Luca Pollini


Noodle, De Niro“Sono andato a letto presto”. Trentacinque anni di buio, di inquietudine, di rancori, forse. Noodles è così, misterioso, cupo, perdente – “I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di me?” – è violento, drogato, spietato e dolcissimo. Siamo nella terra epica, una terra che sa di sogno, di avventura, di possibilità e di disillusioni di C’era una volta in America, il film che sintetizza tutto il cinema di un regista incredibile e visionario come Sergio Leone.

Una vicenda tratta dal libro The Hoods di Harry Grey, tradotto in italiano con il titolo Mano armata, un affresco narrativo complesso e potente, che narra l’epopea di giovani e perdenti ebrei, di un uomo, Noodles che è il più perdente di tutti: traditore e tradito. Un film che ha una storia lunga e travagliata. Basti dire che la gestazione durò quasi vent’anni – e nel frattempo Leone girò C’era una volta il West e Giù la testa – e che nel primo montaggio durava ben 10 ore, che la versione americana è stata arbitrariamente accorciata e manipolata dal produttore Arnon Milchan che tra l’altro appare in un cameo del film.

Ma il Tempo, maiuscolo sì, rimane il vero protagonista del racconto: il tempo che cambia le cose, gli uomini, le situazioni, o forse no, non riesce a cambiare nulla, nemmeno i sentimenti quali, l’amore senza speranza tra Noodles e Deborah – una bellissima Elisabeth McGovern – e l’immotivata amicizia tra lo stesso Noodles e Max, che alla fine gli dice: “Ho rubato al tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. T’ho preso tutto. Ho preso i tuoi soldi, la tua donna, ti ho lasciato solo 35 anni di rimorso”.

Il Tempo e insieme il Viaggio, visionario e onirico, altra star della vicenda: un itinerario disperato verso il disvelamento della verità, che Noodles, che sia nascosto e drogato nella fumeria, oppure esiliato e lontano, chissà dove, non vuole conoscere fino in fondo. Meglio sarebbe stato non l’avesse conosciuta, la verità di Max. L’inganno del suo amico d’infanzia, che lo ammirava, lo invidiava e quindi l’avrebbe tradito, nonostante le promesse, le parole, le scorribande compiute insieme in un Lower Est End mai così vero, colorato, ebreo.

Che C’era una volta in America sia un racconto epico, infarcito di mitologie, citazioni, rimandi alla storia universale dell’uomo, è dimostrato da altri particolari tutt’altro che insignificanti: la scansione sincopata, e per flashback continui, che ha come punti fermi tre anni dorati e tragici (1923, ’33 e ’68), con riferimento al proibizionismo, alla mafia ebrea e italiana, alla rivoluzione giovanile; le sagome nere di Rama e Ravana, che rappresentano nella mitologia induista, la Luce e l’Oscurità; le figure omeriche di Max e di Noodles, quest’ultimo anarchico, individualista, così dimesso e sconfitto da far dimenticare – che se lo ricorda, in fondo? – l’enorme delitto dello stupro al suo amore, Deborah, compiuto con una bestiale soavità.

Ma in fondo, anche gli dei dell’Olimpo compiono turpi gesti, e non per questo smettono di essere venerati. Piuttosto intrigano, di Noodles, la sua umanità dolente e sofferta, le sue ossessioni. Commuove quando riappare, anziano, nelle sue spalle strette, e apre quella valigia della sua maledizione, stavolta piena di soldi e non di fogli ingialliti come trentacinque anni prima; quando spia la Deborah bambina, che l’aveva chiamato “pezzente”, danzare sulle note di Amapola; quando stringe a sé il povero, piccolo Dominique e per vendetta è costretto a uccidere; quando Lei, la Lei di tutti noi, quella che invece ha vinto si strucca e gli chiede il perché di quel ritorno; quando dice al misterioso senatore Bailey che quello non è il suo modo di vendicarsi, ma che questo è soltanto il suo “modo di vedere le cose”; e quando se ne va dalla scena, prima osservando curioso quel camion dell’immondizia che forse si è portato via il suo amico nemico e la sua vita, e poi ancora, stordito e tristemente sorridente – a cosa, a chi? – in quella fumeria fatale, dove tutto finisce o forse sta solo per ricominciare perché il Tempo sempre si attorciglia su se stesso.

Mito, sogno, morale: cosa racconta questo Noodles, e cosa contiene questa America? Forse è vero che in fondo la storia, la verità, importano poco se si imbatte nell’arte: ciò che conta è come le racconti, le cose. E Leone è un genio. E, a proposito, di grandissimi: anche De Niro, tra gli attori è l’eccellenza. Soltanto che i personaggi, nella grande letteratura, nel grande cinema e in ogni forma d’arte, vivono di luce propria. E Noodles, state sicuri, esiste da qualche parte, è vivo, ed è pronto a ritornare.

Bruno Barba