Dopo un’attesa durata quattro anni e senza alcun preavviso martedì 11 marzo 1986 compare nei negozi di dischi l’ultimo album di Lucio Battisti, Don Giovanni. Noi battistiani – in crisi d’astinenza – ci passiamo subito la voce e corriamo nei negozi per acquistarlo. Sappiamo che sarà un disco storico. A casa, dopo aver guardato con curiosità mista a stupore la copertina – uno scarabocchio che assomiglia a una lettera “a” minuscola con appesa una sciarpa – posiziono il disco sul piatto dello stereo e comincio l’ascolto. Al termine de Il diluvio sono pietrificato, fino all’ultima canzone non c’è traccia di Battisti.

Un primo trauma l’avevo avuto quattro anni prima con E già, primo album dopo la separazione da Mogol, quando Battisti aveva affidato la scrittura dei testi alla moglie, Grazia Letizia Veronese alias Velezia. L’album venne considerato da tutti – pubblico, critica – un lavoro di transizione e piaciuto a pochi, ma questo Don Giovanni lascia i battistiani della prima (quelli di Acqua azzurra, acqua chiara; Non è Francesca; Fiori rosa fiori di pesco) e dell’ultima ora (cresciuti con Ancora tu; Sì, viaggiare; Una donna per amico) allibiti. Invece di «Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi/le sue scarpette rosse» o «Come può uno scoglio arginare il mare/anche se non voglio torno già a volare» Lucio canta – o forse sarebbe più corretto dire recita – strofe come «Vittime fa l’ottima idea d’essere noi finali. Straziante d’estri tristi annegherà la più assetata arsura» e «Non penso quindi tu sei/questo mi conquista/L’artista non sono io/ sono il suo fumista» e via così.

L’addio al compagno di strada Mogol non poteva essere più definitivo, radicale, irrimediabile.

 

lucio battisti, don giovanni

Com’è stato possibile? Com’è potuto accadere? E, soprattutto, perché ha voluto distruggere quel monumento alla canzone italiana costruito in una dozzina di album? Fino a quell’11 marzo 1986 tutti i suoi dischi raggiungono la vetta della classifica e molte canzoni sono considerate veri capolavori.

E invece…

Dal sodalizio con Mogol l’album che fa storcere un po’ la bocca è Anima latina, pubblicato nel 1974. È un disco di musica prog, dove Battisti inizia a sperimentare, uno dei meno immediati (e meno venduti), ma in realtà, se ascoltato attentamente, presenta degli episodi di assoluta qualità. Largo spazio alle armonie, arrangiamenti raffinati, voce al servizio della musica e non viceversa (alcuni critici parlarono addirittura di missaggi sbagliati, senza riuscire a capire le sue intenzioni). Un album atipico per l’epoca, ma come sempre il cantante reatino era in anticipo sui tempi.

La coppia cominci a a scricchiolare alla fine del 1978, dopo l’uscita di Una donna per amico. Esaurita la vena artistica? Voglia di cambiare? Litigio per una questione di soldi? Per un pezzetto di terra? Se ne sono dette tante, nessuno saprà mai qual è la verità.

Battisti è sempre più convinto di intraprendere nuove strade e ricercare nuove soluzioni creative, il suo amore per la musica anglo-americana cresce a dismisura; del successo, del dominio delle hit-parade – e anche dei soldi – non gliene frega niente. Sente il bisogno di espandere ulteriormente i confini della propria arte, di entrare in contatto con altri universi musicali. Nel 1979 rilascia la sua ultima intervista: «Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Da oggi non parlerò mai al pubblico, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte».

È stato di parola, non parlerà mai più e non si farà vedere. Una giornata uggiosa, uscito nel 1980, è l’ultimo lavoro a firma Battisti-Mogol, realizzato insieme solo per rispettare il contratto con la casa discografica perché la coppia è ormai sulla strada del divorzio. Un titolo malinconico, una copertina grigia e piovosa che si addice al triste finale del matrimonio artistico più fortunato della canzone italiana.

E nel 1982 incomincia la svolta: Battisti rivendica la propria libertà artistica e dalle regole di mercato e, soprattutto, è affascinato dalla musica elettronica. Incide E già, disco non molto riuscito ma in qualche modo fondamentale non solo perché è il primo del dopo-Mogol ma perché segna il suo passaggio definitivo a sonorità completamente elettroniche. Una svolta che termina l’anno dopo quando Adriano Pappalardo gli presenta un poeta, Pasquale Panella. Per Battisti è il secondo importante sodalizio della sua carriera: a lui, infatti, affida i testi dei successivi cinque album, per un totale di 40 canzoni.

Nei brani, dai testi ermetici, non esistono ritornelli e melodie immediatamente memorizzabili: comprenderlo a fondo richiede tempo e impegno, e forse non tutti sono in grado di farlo. È comunque troppo difficile per chi ha amato e conosciuto il primo Battisti. Appena uscito Don Giovanni sui giornali si legge di un «dadaismo alla Baci Perugina»; di «metafisica della canzone»; si scrive che il binomio non potrà mai funzionare, perché c’è «troppa poesia per la canzonetta o troppa canzonetta per la poesia». Insomma, Battisti con la sua inversione di rotta spiazza anche la critica. E non poteva essere altrimenti. Assieme alle critiche, però, arriva anche il primo posto in classifica. Ma sarà l’ultimo.

Due anni dopo è la volta de L’apparenza, lavoro che se da una parte decreta l’abbandono definitivo delle canzoni d’amore e romantiche, dall’altra segna il netto distacco del “suo” pubblico: «Non è più lui. Non si capisce niente di quello che fa» dicono i battistiani, anche quelli più irriducibili. A lui non interessa e pensa solo a quello che gli piace fare. Sempre con Panella confeziona La sposa occidentale, uscito nel 1990 che – se possibile – è ancora più complicato dei precedenti, tanto che la critica lo bolla apertamente come disco «cervellotico, privo di qualunque spunto d’interesse» decretandone così la definitiva morte commerciale.

Il fondo – da un punto di vendite – lo tocca con Cosa succederà alla ragazza, pubblicato nel 1992: rispetto ai lavori precedenti del “nuovo corso battistiano” la ritmica è padrona assoluta e – incredibile ma vero – si segnala un timido ritorno all’orecchiabilità. Per quanto riguarda i testi, invece, siamo ancora alla Pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica: «I pesci pesci pesci i pori pori/Cosa succederà alla ragazza/Vede i pori con le corna come i tori/Le corna curve sono due ferventi trafficanti a bassa voce/Sotto la croce sotto la croce». L’album è accreditato del 57a posto nella Top 100; miglior posizione raggiunta la quinta. È la conferma di quanto il grosso del pubblico gli abbia voltato le spalle.

Ma oltre a pubblico e parte della critica, anche i discografici cominciano a farsi domande su Battisti: ma vale tutti questi soldi che chiede ogni volta che si presenta con un disco? E così la CBS, che lo aveva strappato a suon di milioni alla Rca e pubblicato gli ultimi due album, quando Battisti si presenta con la lacca di otto nuove canzoni risponde: «No, grazie!». Hegel, il suo ultimo album, esce nel 1994 – distribuito dalla Rca – sulla sua vecchia Numero Uno, quella dei “capolavori” rimpianti da milioni di fans. Questa volta la critica si divide: se per Flaviano De Luca «La distanza col resto dell’Italia canzonettara è davvero incolmabile» e per Fabio Santini «se ne potrebbe benissimo fare a meno di certi prodotti, un disco assolutamente inutile», per Michele Serra: «è semplicemente l’opera di due geni». Il pubblico è però fermo nelle sue posizioni e il disco vende ancora meno del precedente.

La svolta di Battisti può piacere o no, una cosa però è certa: Lucio è stato un cantante unico, non tanto o non solo per le canzoni storiche e per i successi, ma perché ha avuto il coraggio di abbandonare una strada facile e sicura che lo portava a un successo garantito (e a un altrettanto garantito guadagno) per una sperimentazione difficile, che lo ha portato ad allontanarsi dal grande pubblico. Battisti avrebbe potuto replicare all’infinito le canzoni “modello Mogol” – e nessuno avrebbe avuto a che ridire –  garantendosi successi di critica e pubblico, la prova è il successo improvviso degli Audio 2, suoi replicanti degli anni Novanta prodotti da quel volpone di Massimiliano Pani (mentre oggi giovani come Colapesce, Iosonouncane e i Verdena si ispirano alla sua ultima produzione). Lui ha seguito l’istinto dell’artista, lontano anni luce dalle leggi del mercato.

E fosse anche solo per questo, Lucio Battisti merita il massimo del rispetto.

Disperazione. È una parola che fa pensare a tempi antichi in cui le prefiche si stracciavano le vesti, a scene di madri che portano in braccio i corpi senza vita dei propri figli, dalla Pietà di Michelangelo, alle foto da Premio Pulitzer della guerra in Siria. Questa è la Disperazione.
Quella con la D maiuscola.

Poi c’è la disperazione in salsa English.
Che non è mai la lagna o emotività allo stato brado , è disperazione, ma con la d minuscola. Nessuno trasporta a braccia corpi martoriati, eppure c’è da disperarsi quando ti accorgi fuori tempo massimo che la vita ti è passata davanti: sei vivo e sei vegeto. E tanto basta.

E se, estraendo una Madonna che piange suo figlio da un pezzo di Alpi Apuane, Michelangelo è riuscito a rendere un imperituro omaggio alla Disperazione con la D maiuscola, altri artisti sono riusciti a non rendere ridicola la disperazione con la d minuscola, che pure ha una sua dignità (purché non sia inutile rimpianto): i Pink Floyd con Time e T.S. Eliot con The Love Song of J. Alfred Prufrock.

Quindi abbiamo una banda di rock progressivo e un intellettuale che ha troneggiato sulla letteratura inglese del XX secolo tutti presi a dare la loro interpretazione del tempo che scappa tra le dita come la sabbia di un’inarrestabile clessidra.
Ci sarà un motivo? Sì ed è semplice: gli errori irreversibili fanno paura. Tanta paura.
Il tempo non si riporta indietro. Quello che resta è solo disperazione.
Ok, con la d minuscola. Ma sempre disperazione è. E con le dovute differenze e il dovuto rispetto, anche questa disperazione merita di essere elevata a riflessione artistica.

A chiunque abbia una minima conoscenza dei Pink Floyd, il titolo della canzone Time fa venire in mente il concerto di sveglie seguito da un battito che sembra a tutti gli effetti cardiaco: sonorità perfette per sintetizzare la vita.
Dopo un po’, ce la spiegano anche a parole, la vita, con un’eleganza molto letteraria:

Indifferente al ticchettio dei momenti che ammontano a una giornata noiosa,
Dilapidi le ore con grande disinvoltura.
Ciondoli in un angolo della tua città
in attesa di qualcosa o qualcuno che ti indichi che direzione dare alla tua vita.

Sei stufo di prendere il sole così come di stare a casa a guardare la pioggia,
Sei giovane e la vita è lunga e ce ne vuole per ammazzare il tempo oggi.
Ma poi un bel giorno ti ritrovi dieci anni alle spalle,
Nessuno ti ha detto quando iniziare a correre, ti sei perso lo sparo di inizio.

E ti metti a correre per tornare al passo con il sole. Sta calando
per fare tutto un giro e tornare alle tue spalle.
Il sole è sempre quello in termini relativi, ma sei tu a essere più vecchio
col fiato più corto e più vicino alla morte di un giorno.

Ogni anno si accorcia sempre di più, sembra che non ci sia mai tempo.
Piani che non portano a nulla o mezza paginetta di appunti scarabocchiati.
Tiri a campare in una calma disperazione, alla maniera inglese.
Il tempo è trascorso, la canzone è finita… pensavo di avere altro da aggiungere.*

Tic tac tic tac tic tac… Il tempo scorre ed essendo questa illuminazione spesso tardiva, ci si dispera. Ma è già una fortuna rimanere calmi perché, se è vero che loro sono i Pink Floyd e che Syd Barrett si è già da un bel po’ brasato il cervello con droghe di tutti i tipi, è innegabile che c’è qualcosa di squisitamente inglese in loro, ecco perché si disperano con calma.

Tutta questa compostezza fa affiorare alla mente la flemma di J. Alfred Prufrock:

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallognolo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia che incontri le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni di mani
che sollevano e posano una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E ancora tempo per cento esitazioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere crostini col tè.*

Tic tac tic tac tic tac… Non accade granché ma rimani vivo e vegeto.
Bevi il tè in una giornata di autunno, lo accompagni al pane tostato e tanto basta.
Se questa non è calma disperazione…

Prufrock può andare a fare tutte le visite di cortesia di questo mondo, gli occhi attorno a lui lo inchioderanno a un luogo comune, quello di un uomo scialbo, di mezza età e ben posizionato sul viale del tramonto:

[…]
e quando mi hanno liquidato con una formula e mi dibatto su uno spillo,
quando sono appuntato e mi contorco sul muro,
come potrei cominciare
a sputar tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini?*

No, non sputerà fuori cicche o rospi, e men che meno attuerà svolte che gli cambieranno il corso della vita. Rimarrà piantato lì, consapevole di invecchiare e di avere la necessità di “arrotolare il bordo dei pantaloni” perché prima o poi rattrappirà, come tutti gli anziani.
Se questa non è calma disperazione…

Tic tac tic tac tic tac… Disperiamoci pure come Prufrock, senza volgarità e senza strillare,
alla maniera inglese, direbbero i Pink Floyd, ma poi tiriamo a campare perché dopo tutto non stiamo tenendo sulle ginocchia nessun corpo martoriato e non ci è mai venuta un’indigestione bevendo tè accompagnato da pane tostato. Occhio alle droghe pesanti però.

*traduzione a cura di Francesca Palumbo, docente di Lingua e Letteratura inglese e traduttrice