gianni breraC’era una volta il calcio e il suo Omero. Che ebbe una vita avventurosa, scrisse diversi libri e anche migliaia di articoli per il Guerino, la Gazzetta, la Repubblica. Lo “spezzatino” era un secondo con patate, e non una maniera per definire il calendario settimanale delle partite.

Alle 15 e 30 iniziava Tutto il calcio minuto per minuto e il risultato del primo tempo lo potevi sapere soltanto se eri lì, al freddo, sugli spalti. Le 19 l’ora fatidica per vedere un tempo (un tempo, e neanche tutto!) della migliore partita della domenica.

Iniziava tutto – tutto –  la domenica alle 14,30, in pieno inverno, alle 15 un poco più in là, all’apparire della primavera, fino alle 16,30 dell’estenuante estate che regalava i verdetti finali. Anni Sessanta, Settanta, Ottanta, era il Campionato, quello con la C maiuscola, quello della Miano in cima all’Europa prima che qualcuno se la bevesse, di “Milan e Benfica che fatica”, di “Eravamo in centomila…” , di “Luci a San Siro” .

A descrivercelo c’erano veri campioni, della radio o della tv: Ameri, Ciotti, Carosio, poi Martellini e un giovanissimo Pizzul. Ma l’aedo della carta scritta – e sì che ce n’erano tanti di scrittori prestati al giornalismo – fu, indiscutibilmente Giuàn Brera fu Carlo: forza espressiva e violenza epica di un narratore orale. Grazie a loro, grazie soprattutto a lui, l’immaginazione dei bambini, appena diventati in grado di leggerlo, si trasformava in passione vera e fatale. Irrimediabile.

“Mago” della penna, il padano di San Zenone Po ci rendeva l’estraneo familiare, ci spiegava il mistero, ci chiariva la leggenda, la trama oscura, unendo cronaca e letteratura, gesti atletici e mito. Come ci manca oggi questo inventore di un linguaggio che univa dialetti e riferimenti letterari, latinismi e stravolgimenti onomastici, immagini espressive e metafore immortali.

Teniamoci forte e non facciamoci struggere dalla nostalgia: Rivera era l’Abatino, Riva Rombo di Tuono, Baresi il Piscinin, Boninsegna Bonimba. E poi c’erano Schopenhauer Bagnoli, Accaccone (da H.H) Helenio Herrera e Accacchino (idem)  Heriberto Herrera: e  chissà oggi, se avesse potuto vedere  Donnarumma, Cassano, Gabigol e le loro gesta.

Certo, “quel Campionato”  veniva descritto senza che questi grandi, tra cui il nostro “sommo”, si mettessero in discussione. Oggi potremmo dire che l’ottica fosse  “etnocentrista”, determinista, in alcuni casi addirittura razzista, con giudizi perentori, e teorie anche biologico-evoluzioniste.

Brera fu un “leghista” ante litteram, esaltatore della razza padana, secondo lui antropologicamente superiore a tutte le altre. Dati i tempi – quelli di allora, non di adesso –  lo si può perdonare: tra le altre, divertenti ipotesi,  sosteneva il primato del calcio “mandrogno”, ovvero alessandrino, citando grandi campioni quali  Balonceri, Ferrari, lo stesso Rivera, nati proprio tra il Tanaro e la Bormida.

Di lui ci manca ancora e ci mancherà sempre  lo spessore lirico, come quando scrisse a Gigi Riva infortunato: “Hai dunque regnato, Brenno ed ora la penisola brulica di vindici Camilli. Se non sei nella polvere, torna impetuosamente fuori…”

O quando, obtorto collo, santificò Dieguito: “Maradona è un divino scorfano con i drammi secolari del crollo: le sue labbra tumide e amare mi danno disagio e mi aiutano a non invidiarlo… ma ha ridato dignità inventiva e gestuale anche alle mani posteriori, divenute volgarissimi piedi da qualche milione di anni.“

Altro che questionare e accapigliarsi con altri giornalisti tifosi, parlando dei sei scudetti della Juve che però non vince le Champions, del lontano triplete dell’Inter, della Roma e del ponentino, del Napoli che gioca bene e che non vince mai e del Milan ritrovato.

E adesso che sta partendo questo campionato (con la c minuscola) 2017-2018, e i giornalisti improvvisano articolesse sulla “griglia di partenza”, su chi ha fatto la miglior campagna acquisti, sui pronostici d’agosto, insomma, varrebbe la pena rileggere quanto scrisse nell’”Arcimatto”, tra i suoi libri meglio riusciti: “Gli imperativi categorici del calcio sono: primo non prenderle (oh yes, sir); centrocampo dotato di fondo atletico; punteros (due o meglio tre) agili e coraggiosi. Se tutto il gioco d’impostazione lo fai fluire al centro, riduci l’angolo piatto del fronte (180°) a un angolo inferiore a 90°. E le signore punte fanno il piacere di rientrare – dopo ogni azione – al centrocampo”.

Allora, ai tempi di Brera (a proposito, 1919-1992), di questo si parlava e così si scriveva, quando Internet, Facebook e Instagram ancora non li avevano inventati.

Bruno Barba

Se esistesse l’assoluto, Giggirriva si scriverebbe così, anzi Luigi staccato Riva, sarebbe l’attaccante con più gol in nazionale, potremmo considerarlo un normolineo e sì, insomma, un grande campione di calcio, tra i più grandi della nostra storia. Nada mas.

Fortuna che l’assoluto non esiste, nel calcio e nella vita, se no sai che noia. Esistono invece la memoria, il racconto – la vita è quella che ti raccontano, diceva più o meno Garcia Marquez – la percezione, l’interpretazione, lo sguardo personale, relativo.

E allora esiste un bambino – chi scrive, se vi interessa – che un giorno del 1970 lo vide enorme, gigantesco, da vicino, ma insomma non proprio da vicino, mentre si ergeva di testa e faceva gol alla Juventus, dopo un avventuroso stop in area, su calcio d’angolo.

Esistono le foto, lui con il costume sgambato che si usava in quei primi anni Settanta che solo la distorsione del tempo può far ricordare così felici, che passeggia in spiaggia, le gambe muscolose, come ancora non si erano mai viste, gli zoccoli di legno.

Esistono i gol, come quella rovesciata al Vicenza, mai più e mai prima viste di più belle; e quelle stilettate all’Inter, che gli valsero il soprannome picaresco, fumettistico, corsaro, di “Rombo di Tuono”, copyright Gianni Brera. Era il 25 ottobre del 1970, il suo Cagliari campione aveva disputato forse la sua partita più bella e il sabato successivo l’austriaco Hof gli ruppe una gamba.  

Esistono i racconti di chi ricorda che l’arbitro Lo Bello, stufo di farsi insultare, avrebbe detto «stai zitto, e va in area che ti fischio rigore». E rigore fu, ovviamente, per equità, quieto vivere oppure per rispetto. Perché di rispetto Giggirriva (copyright ancora Gianni Brera, ça vas sans dire), ne volle, ne pretese, ne ebbe da tutti gli italiani.

Esistono le mitologie: che importanti latitanti si facessero arrestare alle sue partite, perché proprio non potevano resistere, e uscivano dalla loro tane soltanto per andare all’Amsicora, così si chiamava il vecchio stadio. Che dormisse fino a tardissimo, per poi presentarsi all’allenamento con la sigaretta in bocca, per tirare, a freddo, certe stangate, che se non andavano a segno, fratturavano le braccia dei poveri raccattapalle.

Era il campione azzurro, non poteva esserlo soltanto della periferia, di una terra, la Sardegna, e di una città, Cagliari, disposte a tutto pur di averlo in esclusiva per sé. Ma proprio il suo essere coraggioso e indomito – due gambe spezzate, contro il Portogallo e contro l’Austria –  il suo essere uomo a tutto tondo – un Mondiale, quello di “Mexico e nuvole”, quello del sole a picco e dell’altura, di Italiagermaniaquattroatré (anche questa cosa qui si scrive attaccata), quello di Pelé, giocato in apnea, mentre lui viveva la sua tormentata storia d’amore con una donna sposata – il suo essere vero – quella terra prima schifata, quindi amata al punto da non volerla lasciare neppure per i soldi, neppure per la gloria, neppure per la Juventus o le altre grandi del nord – ne fecero un campione nazionale, extra-calcistico, extra tutto. Sovranazionale, sovrannaturale.

Com’è difficile, oggi pensare a un campione amato o per lo meno ammirato da tutti, se anche Totti, se anche Buffon, suscitano ironie se non odi feroci di campanile.

Altri tempi, eccome.

 

Giggirriva no, non lo potevi non amare, lui nato a Leggiuno, lui orfano troppo presto, lui e quello scudetto irripetibile, l’unico vinto da una squadra del sud, prima che arrivasse Maradona a regalarlo al Napoli.

Lui, l’uomo che dicono, abbia compiuto 72 anni, ma quanti anni ha Achille, che età ha Ettore, Ulisse, quella gente lì, che Riva ce l’ha portato Omero, non la Storia. Ce l’ha portato la leggenda un uomo che non si è mai venduto, un hombre vertical, uno dei pochi, dei pochissimi, che l’Italia abbia conosciuto.

Uno che si deve essere ricordato, un giorno di quella frase che attribuiscono a Bob Dylan, ma che in realtà non può che essere che sua, di Giggirriva: «La tua vita la puoi anche vendere ma ricorda che, poi, non la potrai mai più ricomprare».

Bruno Barba

 

Diego MaradonaStadio Azteca di Città del Messico, è il 22 giugno e siamo ai Mondiali del 1986. Ora,  andiamo su You Tube e ascoltiamo il cronista uruguaiano Victor Hugo Morales: Diego Armando Maradona sta per diventare il barilete cosmico. Lui, il pibe de oro era appena diventato la mano de dios – ma quanti soprannomi ha avuto, “sto sgorbio celeste”? – segnando all’Inghilterra un gol di mano. La preghiera, dopo la bestemmia.

La seconda rete fu una delle più belle della storia del calcio, sicuramente la più indimenticabile di tutta la storia dei Campionati Mondiali. Quella di Victor Hugo Morales è un poesia modernista, un’improvvisazione lirica sincopata: «genio, genio, genio… quero llorar…barilete cosmico, da que planeta veniste?»  Già, … “da che pianeta sei mai venuto per seminare tanti inglesi… Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime…”.

Maradona, per via di quel gol divenne oggetto di dispute filosofiche. Per alcuni fu lecito scomodare  il concetto di “giustizia divina” (il gol del raddoppio avrebbe dimostrato  il gradimento del Dio del calcio, che voleva ripagare gli argentini, sconfitti dagli inglesi nella guerra Falklands-Malvinas); per altri – che evidentemente attendevano soltanto un pretesto –  divenne lecito proclamare  l’inesistenza di Dio: perché è che un Dio giusto non avrebbe permesso quel miracolo.

 

Il fatto è che non si può dire e neppure pensare che Maradona mi è indifferente. Nell’ordine, si può o si deve dire che è il genio, il diavolo, l’uomo vero, il capitano, il compagno, lo sciupafemmine, la bandiera. Fan tenerezza i giovani – che fanno sempre tenerezza – quando pensano che Messi, o qualcun altro possa essere meglio di lui. Che forse, a qualcun altro è stata dedicata un’edicola votiva? Passate da Spaccanapoli, e pensate che quel capello deve essere davvero il suo.

Per qualcun altro è stato mai appeso uno striscione accanto al cimitero con su scritto: «E che cosa vi siete persi»? Accadde dopo il primo scudetto vinto dal Napoli, nel maggio 1987.  

Lo straordinario Jorge Valdano, calciatore argentino, poi dirigente e oggi scrittore, nel suo  Il sogno di Futbolandia dice del  suo ex compagno Diego: «Maradona, come allenarlo? … Tu hai mai visto allenarsi un gatto?… Bene, Maradona è come un gatto. Gli basta nutrirsi e riposare per essere il migliore».

 

Maledetto, benedetto Diego. Gli ruppero una gamba a Bilbao, quando giocava nel Barcellona, e poi un giorno, sempre contro quei rivali baschi, e soprattutto uno, quello, che gliela aveva stroncata scatenò una rissa che a vederla ancora (occorre andare ancora su You Tube) fa rizzare i capelli. Fu peccatore e santo, perché diede a una città, a dei terroni, a dei terremotati, orgoglio di appartenenza, dignità, orgoglio, autostima. Non provateci a dire banalità tipo oppio dei popoli, panem et circensem, non provateci se non siete napoletani e quei giorni non li avete vissuti. Forse è meglio ora, o era meglio prima? Era meglio soffrire e basta, perdere e basta, senza nemmeno avere quei pomeriggi di raggi di sole abbacinanti anche quando pioveva, quei cieli di arcobaleni impossibili, di sfide alla forza di gravità e di sfide alle industrie del nord, di motorini che lo scortavano, di… tutti sanno dove abita, lassù a Posillipo, delle attrici che si faceva, di Agnelli che lo avrebbe voluto come ennesimo e forse suo più grande vizio, altro che quel francese, Michel, che lui, l’avvocato, faceva finta, ma solo finta, di preferire.

 

Era commovente e spudorato, Maradona, kitsch come un vero argentino, come un vero napoletano, sublimazione della semplicità e del barocco, della malandrinaggine e del cuore grande, enorme.

«Ho visto Maradona…» era un grido al cielo, un inno sacro, altro che un canto da stadio, Napoli gli ha perdonato tutti i vizi e lui che ha attraversato ogni tappa della gloria e dell’ignominia lo ha fatto da Maradona. Da numero uno, senza rivali. Da uomo, da eroe, da re e da sconfitto, da padrone del mondo e da drogato, da figo – era bello da giovane, altro che – e da ciccione, da “trickster”, ossia eroe culturale inventore di prodigi, è stato più semplicemente, la celebrazione del “fanciullo che è in noi”.

 

È peggiorato Maradona, perché è un uomo, e ogni uomo peggiora, tranne quelli che sono falsi.

Ha arricchito Napoli, e pazienza se ha depredato il fisco, noi italiani perdoniamo tanti altri che non hanno mai scavalcato la barriera come lui, palleggiato con un limone, siglato reti impossibili, vinto scudetti e campionati mondiali con compagni che si chiamavano Cuciuffo, Giusti, Volpecina e Bruscolotti.

Che vita ingorda che hai avuto, Diego, tanto imperfetta da sembrarci invidiabile.

Eppure c’è stato un tempo nel quale tanti, troppi, e qualcuno c’è ancora, hanno goduto della tua caduta. Con un gusto, un compiacimento, che si spiega soltanto con il bisogno che per qualcuno è connaturato, di invidiare l’eletto. Se è vero che gli eroi ci piacciono, talvolta questi eroi si devono pur abbruttire e finire presto, magari morire. 

Ma Diego è una creatura mitologica, metà uomo e metà pallone, e mi spiace, invidiosi, è il meglio di tutti e di tutto. E morire, non morirà mai. Come una divinità di un politeismo footbalistico, «il santo canaglia, il più sujo dei santi dell’universo football», come lo definì Eduardo Galeano, si trasformerà, anzi si è già trasformato, in una divinità, ricca, oltre che di qualità, di difetti.

Difetti umanissimi e che ci piacciono assai. Il primo di tutti: la passione.

 

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Bruno Barba

 

Diego MaradonaFatta eccezione per una ristretta minoranza, le donne non amano il calcio. O meglio: non amano quel calcio amato dagli uomini. Quello della Gazza e del campionato, delle coppe che ancora non si capisce che differenza c’è tra Champions, Europa League, Coppa Italia, Super Coppa e del fuorigioco che manco loro sanno spiegarti a cosa serve. 


 

Non lo amano perché non amano l’infinita discussione sul  rigore giusto o sbagliato, i noiosissimi supplementari, la filosofia (!) degli allenatori, la sociologia (!!) delle squadre, la poetica (!!!) del bandierone e l’etica (!!!!) della fedeltà, applicata più alla zebra o alla lupa che alla propria donna.

Da ultimo, ma non per ultimo, le donne non amano il calcio perché non amano assistere alla trasmutazione fisica e mentale del proprio uomo. Il tifoso è la migliore (peggiore?) gif di un trattato di Cesare Lombroso. 

Ma come sempre nel variegato e mutevole mondo delle donne, c’è almeno un’eccezione. 


Lui: Diego Armando Maradona. 


E tutto cambia.

 

Qualsiasi donna che l’abbia visto giocare è “tombée amoureuse”, letteralmente: caduta innamorata, inciampata in qualcosa che mai avrebbe potuto immaginare.

Perché? Perché Maradona e non il “rivale” Platini o quel gran pezzo di figo di Rummenigge? 


Hanno vinto di più,  sia in squadra sia a titolo personale, ed erano forti, fortissimi e decisamente più bellocci.

Ma Diego era un’altra cosa. 


Brutto, piccolo, tozzo, un’improbabile cascata di riccioli neri, la faccia di un qualsiasi “terone” di un qualsiasi Sud del mondo, uno stile di vita orribile e sbracato,  c’era ben poco di cui innamorarsi.

Eppure…

Quando scendeva in campo, bastavano pochi minuti e Diego diventava bellissimo,  alto,  slanciato,  elegante. Armonia allo stato puro.

Un corpo che si muove in assenza di gravità e gioca,  ma gioca davvero. Non calcia,  non segna, non dribbla.  Gioca. 
Come giocava Picasso dipingendo su qualsiasi cosa incontrasse, o Glenn Gould “strimpellando” Bach su un pianoforte, o Louis Armstrong soffiando-e-sorridendo in una tromba o Fred Astaire che faceva sembrare il tip-tap l’unica cosa facile che un uomo può fare nella vita. 


Anche Diego, semplicemente gioca.

E non c’è segno di fatica, e mai una smorfia di dolore, non c’è calcio negli stinchi che lo ferma e non c’è tecnica. 


C’è solo un’immensa, inesprimibile, incomparabile bellezza.

 

La bellezza vera, quella che ti lascia senza fiato, è quella che cancella la fatica; è l’illusione che la perfezione sia e basta; è un dono, una cosa che non può che essere così, non un risultato. Per questo cura,  e fa star bene e ci riconcilia con noi stessi e con la realtà, perfino col calcio!

 

Ma la bellezza è arrogante, e sfida Dio, da sempre. 


E anche Diego l’ha fatto.

Il 22 giugno del 1986 aveva un progetto: umiliare un Paese, l’Inghilterra, che aveva umiliato il suo con la guerra per le Falklands. E così,  al cinquantunesimo minuto,  nella partita più tesa dei mondiali del Messico, segna di mano. 


E non pago, la mostra, la ostenta. 


«È la mano di Dio», dice. 


E per quattro minuti il mondo del calcio, quello degli uomini si scatena (le donne faticano a vedere il pugno nascosto sotto la chioma; le donne difendono gli uomini che amano oltre ogni evidenza).

Vergogna, schifo, ladro, “napoletano”…

Gli insulti si sprecano. 


Ma solo per quattro minuti.

Poi Diego torna in campo una seconda volta (sì, non l’ha mai lasciato il campo, ma è come se…) e adesso tutti zitti.

Non è un calciatore, non è Platini, Van Basten, Matthäus e men che meno Ronaldo (Cristiano o no, fa lo stesso), Totti o Dybala. Lui è Achille, è un semi-dio dispettoso e vendicativo; è Lucifero, il più bello degli angeli ribelli.

Sfida il mondo.  


Con arroganza, con vanità, con quello stesso nichilismo malcavato che lo porterà da lì a pochi anni alla dissoluzione totale.

Dieci secondi, sessanta metri, cinque avversari scartati, un gol. O meglio: “Il più grande gol nella storia della Coppa del Mondo Fifa”, com’è stato decretato dalla Federazione nel 2002.

Un colpo di fulmine. Da togliere il fiato.

 

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Anna Di Cagno

GarrinchaApollo o Dioniso? Lasciamo perdere Nietzsche, e la tragedia greca: parliamo di calcio, sì, di calcio brasiliano. Perché ci sono calciatori, e uomini così: dei, ma dei diversi.

Gli apollinei, qui non li amano troppo: li lasciano agli inglesi, ai tedeschi, a quelle razze lì.

Qua amano l’ebbrezza, il jogo de cintura, il movimento di  bacino. Amano l’Africa, qui. La ama chi è nero, e anche chi è bianco. Almeno in un campo di calcio.

Un attimo: un Apollo che i brasiliani dichiarano di amare c’è, ed è anch’egli un dio: è Pelé. Certo, se devono votare contro l’argentino Maradona, eccome se ti diranno “Pelé è il più grande di tutti”. Ma andate in una favela, in una spiaggia o anche in un mercato brasiliano, chiedete a un signore di mezza età, a un derelitto, a un poveretto. Oppure a un giornalista esperto chi era il migliore tra ‘Mané’ e Pelé.

 

Perché Garrincha (Mané, appunto), zoppo, scomposto, sfortunato, eccessivo in tutto era, semplicemente, a alegria di povo, “l’allegria del popolo”.

Mi sono chiesto tante volte perché Jorge Amado non abbia voluto farne il protagonista di un suo libro: sarebbe stato il suo più bello, il “vero romanzo brasiliano”. “La fantasia al potere”, altro Sessantotto, era Garrincha.

Julio Cortázar ne Il persecutore, riferendosi al sassofonista Charlie Parker, disse che «l’artista è un povero diavolo di intelligenza mediocre»; si può condividere o meno quest’assioma, ma di certo Garrincha, al secolo Manoel Francisco dos Santos, era dotato di un dono unico, senza avere la minima coscienza delle dimensioni della propria opera.

Comunicava – e comunica ancora, per chi abbia il privilegio o la voglia di vedersi qualche antico filmato – il valore universale di una jogada celestial, di un golazo, un dribbling ripetuto; gesti che appartengono a un linguaggio comune e condiviso, a un ambito a tutti noto, persino a chi dice di non amare il calcio (come fa, poi?).

 

 

Ecco il punto: Mané – Garrincha era il soprannome derivato da un uccellino che il bambino “selvaggio” amava – si faceva capire da tutti, da suo popolo, da suoi tifosi, dagli esteti.

Era il gatto che si accoccola sulle tue gambe, la fiamma fioca da proteggere, il bambino cagionevole, che stupiva, col calcio anziché con le parole.

I brasiliani sin da subito hanno provato tenerezza e insieme rispetto per quest’altro  “eroe senza qualità”, alla stregua del “Macunaíma”, l’invenzione letteraria di Mario de Andrade.

Che parabola tragica e felice, umana e divina, Mané.

 

Di sangue indio e nero, nato e vissuto ai bordi di una foresta, nello stato di Rio, Garrincha divenne presto un grande, grandissimo calciatore. Nel 1958 Pelé stupì più di lui soltanto perché era appena un ragazzino di 16 anni: ma le giocate di Garrincha contro la Russia, per esempio, rimangono nella memoria come qualcosa di inavvicinabile. Poi, nel 1962 – altro Mondiale trionfale, Pelé si infortunò e, ancora una volta fu “l’angelo dalle gambe storte” a trascinare alle vittoria la Seleção.

Era un campione Garrincha – per la sua finta irresistibile, il suo estro, la sua fantasia – ma soprattutto era un uomo vero, ricchissimo di difetti. Difetti mai celati: si racconta che dopo ogni partita un camion carico di tifosi, parenti e amici lo riportasse al paese; che i suoi appetiti sessuali fossero inappagabili – amò centinaia di donne, tra cui la diva della canzone Elza Soares, ed ebbe una quindicina di figli tra legittimi e illegittimi; che provocasse più di un incidente stradale (un giorno, da ubriaco, investì addirittura il padre e, scappò senza soccorrerlo; un’altra volta nella sua auto c’era la mamma di Elza, che morì); che fosse considerato un po’ da tutti un minorato mentale; che morì alcolista. Vero? Che importa, siamo in Sudamerica, non dimentichiamolo.

 

Garrincha

I tanti suoi  biografi  – tra cui il mio amico Darwin Pastorin, brasiliano di nascita, brasilianofilo e brasilianologo – continuano a sostenere che, dopo un mondiale vittorioso, invece della villa generosamente offerta ai calciatori dal presidente della Repubblica, lui avesse preferito “liberare dalla gabbia quell’uccellino lì”.

La sua ultima immagine: instabile, ubriaco, sul carrozzone del Carnevale brasiliano, il suo carnevale, la sua quinta favorita e obbligata.

Il fatto è che la sua ingenuità, i suoi vizi, la sua sregolatezza, il suo genio servirono, per contrasto, ad alimentare “la felicità del popolo” tanto che per lui fu – altro che Eros Ramazzotti – che venne coniata la frase Obrigado por ter vivido, (“Grazie di essere vissuto”), scritta che apparve sui muri del cimitero dove fu sepolto.

Che importa allora se fu o no un “vincente”? Contano più i mondiali vinti, i titoli, i soldi guadagnati – e sperperati – oppure essere così amati, di un amore disperato e sincero, diffuso e interrazziale, interclassista e integenerazionale?

 

“Il supplizio estetico del povero è infinito”, diceva Céline. Ma eterna può essere anche la memoria di un “re buffone”, di un ingenuo che diventa eroe, di un “Forrest Gump tropicale”, di uno stupido che diventa saggio e poi torna a farsi stupido, schiavo consapevole e realizzato dei suoi vizi. Altro che dio del calcio, Garrincha ancor prima di diventare la sublimazione del mulatto brasiliano, lo fu della vita aspra e dura, inconcludente e misteriosa, di quella vita che viviamo tutti tutti noi. Anzi, no, che vorremmo vivere.

 

Bruno Barba