kapuscinskiEntrare in una libreria, e cercare un libro di Kapuściński: dove dirigersi, in che scaffale cercare? Sai già che potresti trovarlo tra i testi di storia, quelli di economia, geopolitica o antropologia. Tra i libri di viaggio e di avventura.

Tutto questo perché quegli occhi inquieti e saggi, e curiosi – che il vostro umile testimone ha incrociato, un giorno lontano – avevano visto tutto. L’illusoria riscossa africana e le guerriglie sudamericane, la cacciata dello Shah dall’Iran e il collasso dell’Impero sovietico.

Avevano visto soprattutto, più che re, imperatori e dittatori, semplicemente tanti uomini. Uomini che soffrivano. E allora, se è così, un “cinico” non puoi proprio esserlo. Mimetizzarsi, sparire tra la gente, scrivere partendo dal basso, no stare mai fermo. Altro che giornalista, questo polacco inquieto e umile, febbrile: un saggista era, un romanziere, un tale chiamato Ryszard Kapuściński e basta, scomparso nel febbraio del 2007.  

Non si stancò mai di studiare il mondo, quest’uomo il cui sorriso, la cui modestia, il cui fascino umile attraversarono buona parte del Novecento. Bisogna andarci, bisognava esserci dove accadevano le cose, e non importa se si rischiava eccome la vita. Allora, bisognava lasciare la casa di Varsavia – lui era nato a Pinsk, che oggi è in Bielorussia, nel 1932 – e con i pochi mezzi a disposizione partire.

Una missione, la sua, una vita intera ispirata alla grandezza di Erodoto narratore di storie, il viaggio come immersione nella realtà, nell’empatia, nella possibilità di fondersi, di dimenticare “l’altro”, di farsi “un altro”. Perché sempre, in quell’altro, Ryszard sapeva ritrovare qualcosa di sé. Altra sua regola, o fissazione: evitare i percorsi – e i personaggi – ufficiali, importanti e invece chiedere passaggi occasionali ai camionisti, dormire nelle case dei contadini.

L’impressione è che ci servirebbe come il pane, oggi, un personaggio come lui, capace di stemperare, smorzare, ridicolizzare “lo scontro di civiltà” e al contempo di convincerci partecipare del dolore altrui. Perché “tanti poveri del mondo non si ribelleranno mai. Hanno bisogno di qualcuno che parli per loro”.

Ora, avere in mano la monumentale biografia del suo ex allievo, collega e forse amico, Artur Domosławski, “La vera vita di Kapuściński” pubblicata nel 2010, non può che fare uno strano effetto. Certe accuse, come quella di intrattenere rapporti con la polizia politica polacca – il regime lo costrinse a firmare degli impegni per ottenere il passaporto e lui periodicamente trasmetteva notizie di scarsa rilevanza sui… “nemici” – o ancora, quella di avere un po’ inventato, venendo meno all’etica del giornalista, si annullano da sole, si sciolgono come neve al sole.

Come se l’immaginazione fosse un reato, e la fantasia, intesa come capacità di trasmettere il  emozioni, non fosse la più fervida qualità di uno scrittore. Basta leggere una pagina, una pagina sola, di “Imperium” sul dissolvimento dell’Unione Sovietica, di “Ebano”, il libro di memorie africane, dell’indimenticabile “La prima guerra del football e altri racconti” e ancora, certi zibaldoni, certe frasi sue sull’etica del lavoro contenute in “Il cinico non è adatto a questo mestiere” – “”Non possiamo chiudere il nostro ‘desk’ alle quattro del pomeriggio e passare a occupazioni diverse.

Questo è un mestiere che prende tutta la vita, non c’è altro modo per esercitarlo”; “Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie”; “Il vero giornalismo è quello intenzionale, vale a dire quello che si dà uno scopo e che mira a produrre una qualche forma di cambiamento”; basta già tutto questo per capire quale fossero il timbro umano, la cifra stilistica, l’entusiastico e al contempo amaro rispetto per la gente che pativa sulla propria pelle il corso cinico, tumultuoso e disattento della Storia.

Lui invece a questo prestava attenzione: all’uomo. Perché dove sta la verità, allora, “… nella piccola realtà di ciascuno o nell’immenso sogno umano?”, come già si era chiesto Jorge Amado? Forse verrà il giorno in cui proprio quei modesti uomini raccontati da Kapuściński sapranno dirci la loro, e noi li ascolteremo, stavolta con più attenzione.

Bruno Barba

Il 2017 è un anno kennediano. In maggio, precisamente il 29, ricorrono infatti i cento anni dalla nascita di JFK, il 35° presidente degli Stati Uniti d’America assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963. Un giorno storico per il mondo ma anche il giorno più terribile nella vita di Jacqueline Lee Bouvier, detta Jackie. Seduta nella limousine presidenziale (una Lincoln Continental decappottabile del 1961), vide John Fitzgerald caderle addosso e – così si tramanda – gridò: «Oh, mio Dio! Hanno sparato a mio marito! Ti amo Jack». Dell’istante che le ha cambiato la vita restano immagini indimenticabili di lei al fianco del marito colpito dai cecchini, con quel tailleur Chanel di lana rosa macchiato di sangue e materia cerebrale che volle continuare a vestire «perché vedano ciò che hanno fatto a Jack».

 

Erano passati esattamente dieci anni dal giorno del loro favoloso matrimonio, celebrato il 12 settembre del 1953 a Newport, Rhode Island, davanti a più di mille invitati. Ma il loro fu un rapporto fin dall’inizio pieno di amori e tradimenti, complicità e tragedie. Qualche anno dopo, Jackie dirà: «Sposando John sapevo che avrei conosciuto delusione e disperazione, ma decisi che sarebbe valso il dolore di viverle».

 

Pensando a lei, tutti rivedono la first lady impeccabile, l’icona di bon-ton e mondanità, la donna che piaceva al popolo e ai potenti. Ma lei, Jaqueline, fu anche qualcosa, qualcuno, di diverso: fu l’amante occasionale di molti uomini (fra cui John Warnecke, l’architetto che progettò la tomba di suo marito), prima di risposarsi, nel 1968, con l’armatore greco Aristotele Onassis detto Ari.  E fu l’assidua frequentatrice dei night più esclusivi di Manhattan. Forse nel tentativo di elaborare il lutto. E di ricominciare. Nascondendo la fragilità dietro agli abiti che ne fecero una star, un mito, un modello da seguire.

 

A svelare alcuni dei lati oscuri di Jackie è stato il libro La biografia mai raccontata di Barbara Leaming che per prima ha parlato della strenua lotta contro la patologia psichica che la tormentò per i successivi trentun anni di vita: il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Uno shock profondo che finì per trasformarla da simbolo femminile positivo a personaggio scomodo. Vi si intrecciano rivelazioni, aneddoti, ma anche dettagli della morte di Kennedy (Jackie che bacia le dita, la bocca del marito morto, gli sfila la fede insanguinata, cerca di indossarla ma è troppo grande per lei). Il lutto, la solitudine, il ritorno in pubblico e alla vita mondana, le compagnie improbabili e poi i tanti, tantissimi uomini.

 

Nella lista, secondo un’altra biografia (A Life Beyond Her Wildest Dreams, scritta da Darwin Porter e Danforth Prince) ci sarebbero i nomi di Warren Beatty, Peter Lawford, Paul Newman, Gregory Peck, Frank Sinatra, William Holden e Marlon Brando. Che Jackie ebbe una relazione con il cognato Bob era risaputo, ma il libro fa anche il nome dell’altro cognato, Ted. Che avrebbe rivelato: «Sapevo che Jackie frequentava anche Bobby, ma questo non mi ha fermato. Mi sono innamorato di lei dal momento che l’ho vista». Meno romantico il ricordo attribuito a Marlon Brando: «Io le preparai le omelette, lei spense le luci, ballammo un lento, Jackie fece pressione con le cosce e finimmo sul divano. Aspettava che le chiedessi di andare a letto insieme, alla fine me lo ha chiesto lei». William Holden rivelò perfino di averle insegnato a fare sesso orale: «Suo marito non insisteva a chiederlo, così le ho detto io come fare».

 

Jacqueline Kennedy, insomma, era una donna, non una santa. Nel 1963 ha 34 anni, un passato da incubo e un futuro tutto da inventare. E quando nel 1968 uccidono anche Bob, è terrorizzata. Decide di risposarsi e sceglie Aristotele Onassis. Un vecchio avventuriero con un passato di rubacuori. È legato a Maria Callas, che viene messa alla porta senza tante cerimonie e ne morirà. Lui dichiara di voler sposare la regina Elisabetta, ma «visto che non posso, mi prendo almeno Jackie Kennedy». E così sarà. Si sposano il 20 ottobre 1968, a Skorpios, l’isola greca di Onassis.

 

L’America è scioccata. La regina di Camelot (come veniva chiamata negli anni felici dell’era Kennedy) da Biancaneve diventa strega, una femmina perfida, avida, calcolatrice. La vedova nazionale viene declassata a grande mondana. Il suo nome viene persino preso in prestito da una discoteca di Roma: il Jackie O’. Cambia la percezione di lei ma, soprattutto, cambia lei. Nella sua avidità di shopping c’è qualcosa di nevrotico. Le sue razzie consumistiche sono al limite della follia. A Capri compera trenta paia di sandali tutti uguali; a Parigi cinquanta foulard di Hermés assolutamente identici. C’è un gran vuoto da colmare. C’è l’affanno di una quarantenne che si sente sfuggire il senso della vita.

 

Quando Onassis morì, il 15 marzo 1975, Jacqueline mise fine alla disputa per l’eredità accettando una liquidazione definitiva di 26 milioni di dollari. Negli ultimi anni della sua vita visse a New York, collaborando con alcune riviste come esperta di arte egizia, e a Martha’s Vineyard con Maurice Tempelsman, un industriale e commerciante di diamanti di origine belga che sembra abbia sposato in articulo mortis. Nel 1994 le era stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin e morì il 19 maggio dello stesso anno, all’età di 64 anni, nel suo appartamento nella Fifth Avenue. È sepolta a fianco del suo primo marito, John Fitzgerald Kennedy, nel Cimitero Nazionale della Contea di Arlington.

 

Nel 2014 sull’Irish Times, quotidiano di Dublino, vennero pubblicate le 33 lettere che Jacqueline scrisse a Padre Joseph Leonard, un sacerdote cattolico irlandese deceduto nel 1964 all’età di 87 anni. I due si erano incontrati solo due volte. Una prima volta nel 1950 quando lei aveva 21 anni, si chiamava ancora Jacqueline Bouvier e studiava letteratura francese all’Università di Dublino. Il sacerdote ne aveva 73. Una seconda volta sempre a Dublino nel 1955: Jackie si era appena sposata e il marito stava compiendo un viaggio in Europa. Due incontri, che però bastarono per conquistare la fiducia di una giovane donna in cerca di certezze, prima dell’assassinio, e di conforto poi.

 

In una di queste lettere, spedita nell’inverno del 1963, un paio di settimane dopo l’attentato a JFK, si legge: «Sì, credo in Dio. Ma quando lo vedrò mi deve qualche spiegazione». La giovane vedova è disperata. «Avrei voluto morire io al suo posto. È morto fra le mie braccia. Dio se l’è ripreso, forse per mostrare quanto il mondo sia perduto senza di lui. Ma perché?»

 

Il ritratto che ne esce è ben diverso da quello consacrato da centinaia di libri storici e biografici. Jackie era una donna tormentata, profondamente religiosa, di grande coraggio e non la disinvolta, cinica opportunista degli anni successivi alla vedovanza. Quando sposò Aristotile Onassis voleva solo dare un altro padre ai suoi figli? O cercava compensazione al grande lutto nel glamour di quello che allora, quando volare era un privilegio, si chiamava jet-set? Finora la figlia Caroline (unica sopravvissuta dei quattro avuti da Kennedy: Arabella e Patrick morti alla nascita e John-John precipitato in mare nel 1999) non ha voluto rispondere a queste domande.

 

Del resto, come ha detto l’attrice Natalie Potman, protagonista del biopic di Pablo Larrain: «Ogni persona è un mistero, ma Jackie è un mistero più grande di altri»

 

 

P.S. Chiedo venia per un ricordo personale. Nel novembre 1963 avevo 7 anni e frequentavo alle elementari un corso di inglese. Il dolore di tutti per l’attentato di Dallas era così palpabile e partecipato in quei giorni che l’insegnante, una suora, ci fece scrivere una letterina di condoglianze per Jacqueline Kennedy, firmata da noi bambine. La cosa straordinaria fu ricevere, un mese dopo, la sua risposta di ringraziamento. Su carta intestata della Casa Bianca.

 

Marina Moioli

 

 


molly brownIo ne ho conosciute diverse. Erano donne, ma anche uomini; alcune erano giovanissime, altri già maturi. Erano quelli che quando li incontri per la prima volta ci vedi dentro una luce, un lampo, un guizzo di follia e ingenuità, e vuoi conoscerli e parlarci e starli ad ascoltare.

 

Poi per caso ho “incontrato” lei, l’originale, “The unsinkable Molly Brown”, l’inaffondabile Molly Brown, e da quel momento ho continuato a cercare quelle\i che non affondano, che si lanciano in imprese impossibili e bellissime. Nella vita vera e in quella raccontata, tra i corridoi di una redazione e sugli schermi di un cinema. Non conta.

 

Ma veniamo a Molly. Che in realtà si chiamava Margaret e che nacque a Hannibal, in Missouri, come Tobin da una famiglia allargata d’immigrati irlandesi.

 

I suoi genitori erano entrambi al secondo matrimonio e lei, la quarta di sei figli. Terminò gli studi a tredici anni e a diciotto iniziò a lavorare come commessa a Leadville, in Colorado.

 

Qui sposò J.J. Brown e con lui, e una miniera d’oro, divenne una donna ricca, tanto da spostarsi nella lussuosa zona di Capitol Hill, a Denver, e di conseguenza entrare nell’esclusivo Women’s Club della città dove s’impegnò per l’alfabetizzazione delle donne e dei bambini.

 

All’inizio del Novecento si separò dal marito e si trasferì a New York dove s’iscrisse all’Istituto Carnegie. Fino al 1912 la sua vita fu costellata di battaglie filantropiche, una candidatura al Senato purtroppo fallita, abiti, feste, gioielli e viaggi a Parigi. E fu proprio in Francia che le arrivò la notizia della malattia di un suo adorato nipote. E Molly salì sulla prima nave disponibile: il Titanic, cabina B2.

 

Cosa successe la notte del 14 aprile alle 23.40 è storia: lo schianto con l’iceberg, i 1.518 morti sul colpo, la salvezza per i 705 superstiti sul Carpathia. Meno nota, per noi italiani, è la storia di Maggie, cioè Molly, che si guadagnò il soprannome che fece di lei una leggenda americana, proprio quella notte.

 

Con venti donne e due uomini (la vedetta Frederick Fleet e il timoniere Robert Hitchens), si ritrovò sulla scialuppa numero 6 e, dopo aver minacciato con un remo il timoniere troppo pavido, ne prese il controllo, portandola fuori dal pericoloso vortice causato dall’inabissamento della nave. Anche sul Carpathia, Maggie si rivelò fondamentale: parlava tre lingue e stilò l’elenco dei superstiti. Una volta a New York, dovette accontentarsi di qualche foto e un paio di dichiarazioni rilasciate ai cronisti che attendavano al porto i sopravvissuti, perché non poté testimoniare davanti alla Commissione d’inchiesta, in quanto donna (Hitchens invece sì!). E allora Maggie scrisse la sua versione dei fatti e la fece pubblicare, e diventò un mito, un’eroina, un’icona di un mondo nuovo nel Nuovo Mondo.

 

Non contenta della notorietà guadagnata, pochi anni dopo tornò a Parigi: stava per terminare la Prima guerra mondiale e lei lavorò col Comitato Americano per la ricostruzione della Francia così tanto e così bene da guadagnarsi, a pochi anni dalla morte avvenuta nel 1932, la Legion d’onore. L’ultimo periodo della sua vita, lo trascorse recitando in teatro e, si mormora tutt’oggi, a Denver, come affittacamere (ma qualcuno dice gestendo una casa di tolleranza).

 

Dopo la sua morte, fu il teatro a dedicarsi a lei con lo spettacolo che consacrò il suo mito a Broadway, The unsinkable Molly Brown, e poco dopo il cinema, con diversi film dall’identico titolo dedicati al più incredibile incidente mai avvenuto in mare (sì, compare anche nel pluripremiato Titanic di James Cameron grazie a Kathy Bates).

 

In inglese si dice “larger than life”, per indicare quelle persone più grandi della vita stessa, gli affamati e i folli di cui parlava Steve Jobs, quelli che non si fermano, che pagaiano per sfuggire a un vortice che vorrebbe tirarli giù, che non si risparmiano. La maggior parte di loro non sono filantropi, ma artisti, talenti straordinari e quindi egoisti, egocentrici, smodati, maleducati e spesso anche drogati.

 

Possono scrivere poesie o tirare rigori, dipingere quadri o suonare il basso, possono essere persone in carne e ossa o personaggi nati dalla fantasia di romanziere, non conta. Tutti sono degli unsinkable, inaffondabili; personalità straordinarie che hanno segnato un’epoca o anche solo un contesto, ma che comunque hanno remato per sfuggire a un vortice che li voleva risucchiare. E se non hanno salvato delle vite, hanno comunque reso più bella quella di tutti noi.

 

Noi cercheremo di raccontarli con passione e gratitudine, perché con loro siamo cresciuti, abbiamo scoperto mondi e provato a capire realtà diverse. Grazie a loro ci siamo emozionati, a volte arrabbiati, abbiamo gioito, sofferto, esultato…

 

Sono stati i remi che ci hanno consentito di restare a galla, e se siamo diventati un pochino più inaffondabili il merito è anche loro.

 

Anna di Cagno