Chissà perché ma a me Il giovane Holden, la creatura ormai mitica uscita dalla penna di Jerome David Salinger, successo dei successi della narrativa americana, anno 1951, ricorda Il Piccolo Principe, altro best seller mondiale, pubblicato il 6 aprile 1943 a New York da Reynal & Hitchcock nella traduzione inglese e qualche giorno dopo sempre da Reynal & Hitchcock nell’originale francese.

Forse perché, di primo acchito, mi sono stati odiosi entrambi.

Al limite dell’insopportabile (e non deve sembrare una gran presentazione per una che studia fiabe e ha scritto un romanzo dedicato a due adolescenti).

Per questo credo che ora il mio amore per entrambi valga il doppio. Perché è passato attraverso quel processo di distillazione, depurazione, persino alchemico, che ci impongono a volte le storie per lasciarle davvero entrare nel nostro universo e, come l’elefante per il serpente boa della fiaba del Piccolo Principe, divorarle tutte intere, senza masticarle. Poi a volte, s’impiega più che sei mesi per digerirle…

Almeno così è andata per me, che ancora a tratti provo un fremito nell’immedesimarmi in quello sbruffone un po’ irresponsabile che è il diciassettenne Holden Caulfield, il cui linguaggio è troppo diretto, e così lo sguardo con cui denuda il mondo.

Non concede alibi a nessuno, distrugge con sentenze lapidarie il mondo circostante. Non fa sconti, mai, giusto a se stesso. Più che alibi i suoi sono correttivi di cui si crede in diritto, e questo ne fa un autentico adolescente.

Come lo siamo stati, nostro malgrado, tutti.

Né Holden ha la simpatia di Huckleberry Finn &co. Semmai sbandiera, senza alcuna ipocrisia, va detto, quel modo scostante e dispotico cui ci si abitua da genitori, e in silenzio, di affettare tutto in bianco e nero, bello e brutto, ok e non ok.

Arriva persino, Holden, a una metafisica dell’assoluto concreto che non lascia spazio che alla certezza che il mondo adulto fa piuttosto schifo, e non si salva nessuno.

Holden è schierato in maniera dogmatica dalla parte di se stesso, aggrappato al frammento d’età che vive. E in questo ricorda molto il Piccolo Principe.

Sembra che, nell’un caso come nell’altro, ci sia una miopia di base che sfiora l’assoluta certezza, uno zoccolo duro di sicurezza. Lo stesso che non si stima un granché ma che pure è lì. Reale. La certezza della presenza di un adulto. Alle spalle. Che non abbandonerà mai. Che proteggerà sempre, che sempre farà il tifo, sempre e comunque, e si struggerà di nostalgia nell’assenza.

Un privilegio.

Convincente.

Perturbante.

E persino magico (tanto da garantire al Piccolo Principe la traduzione in oltre 250 lingue, 140 milioni di copie vendute e il podio come uno dei tre libri più letti al mondo).

Quale?

Quello d’essere amati, amatissimi, strapazzati e idolatrati da coloro che li hanno creati.

Sorta di mamme narrative, tanto Salinger che Exupéry sono disposti a fare carte false per i loro pupilli.

Da che cosa lo si vede?

Dal dialogo mai interrotto. Il dialogo, in filigrana, tra Holden e Salinger, che dentro a quel suo personaggio si perse, affondò, risalì come un razzo verso l’asteroide, si chiuse per sempre e blindò corpo e anima.

Tra il Piccolo Principe e l’aviatore che lo ha incontrato e poi perduto.

Come se a queste creature incandescenti che si presentano all’improvviso, che germogliano e poi incombono, minuscoli e strabordanti come sanno essere solo le paure e i desideri, si dovesse la vita intera. Anzi la si deve proprio. Perché tutta la vita lì si concentra e poi in un fiato di vento si disperde. Ma la nostalgia è calamita, vuoto, dentro il vulcano, all’apice.

Senza non si può più. E nemmeno con.

Allora ci si nasconde. Ombra nell’eco d’una voce. Ombra che ombra è nella luce della stella più vivida.

Ci si smarrisce, agli occhi degli altri, per poter restare nella pancia del serpente boa, nella scatola della pecora.

In bilico tra un’età e l’altra. Infanzia, adolescenza, poco cambia. Sono gli snodi a creare la vera trama, quei buchi quantici della fisica incomprensibile, le finestre sul tempo, i portali magici, non si sa più come chiamarli. Forse le ferite, ecco, dell’anima, che si fanno pertugio, anfratto e lasciano scorrere luoghi, pianeti, incubi, incontri, senza ostacolare nulla. Né una matita, né una fuga. Che poi riporta indietro. Senza che però lo si riconosca, il punto di partenza.

Perché dopo, ogni cosa è per forza cambiata.

«Forse mi credeva simile a lui» ammette Antoine de Saint-Exupéry. «Ma io, purtroppo, non ero in grado di vedere le pecore attraverso le cassette. Probabilmente sono un po’ come gli adulti. Sono stato costretto a invecchiare».

E invece Salinger d’invecchiare si è rifiutato. Almeno fino a che è morto.

Dieci anni fa, quando di anni ne aveva 91.

Due anni dopo l’uscita del romanzo, è il 1953, si reclude nella casa sulla collina, proibendo a chiunque di avvicinarsi.

Pubblica pochissimo, con il contagocce fino al 1965, quando si fa scudo di un pool nutrito di avvocati per garantire che nessuno tocchi nemmeno una riga degli scritti giovanili, o foto, o adattamenti. Niente di niente. Terra bruciata.

Quando poi, nel 1980 il nome di Holden viene urlato con il megafono poiché l’assassino di John Lennon giura di aver agito su ordine del fanciullino di carta, la mistura malefica è pronta.

Buio assoluto sull’autore. Che vada avanti nel mondo la creatura di carta.

Una sorta di strabica sindrome di Stendhal, dove vittima e carnefice coincidono, e si nutrono reciprocamente.

Un doppio legame, non c’è che dire, una perfezione anche. Invidiata. Invidiabile. Meravigliosa. Nell’essere soli e insieme. Vivi e morti. Sotto i riflettori e invisibili.

E così scava, in tutti noi, la linea di confine, tra realtà e immaginazione, la linea d’ombra incantata.

Nel commento a un’edizione italiana de Il Piccolo Principe, Emanuele Trevi scrive: «È nel punto di vista di chi la racconta che è nascosta l’energia più potente della storia, la sua universale forza di persuasione».

Ed è sorprendente, perché calza a perfezione anche a Il giovane Holden. A riprova che quell’amore di sguardo ha catturato chi l’ha scritto e creato chi nel libro ci abita. E noi che a quelle pagine torniamo ogni volta, ebbri dello stupore e della lancinante disillusione che ci piacerebbe fare nostra, quella della crescita, adulta. Ma non funziona mai. Giuro, mai e mai.

È il 6 aprile del 1943. Un martedì, secondo il calendario, piena Quaresima. E mentre la guerra oltreoceano infuria, a New York esce un piccolo libro destinato a scalare ogni vetta (d’amore, classifica, vendite, numero di traduzioni).

Pubblicato da Reynal & Hitchcock, nella traduzione inglese di Katherine Wood, The Little Prince s’affaccia sugli scaffali delle librerie americane e, appena qualche giorno dopo, nella versione originale francese.

Il Piccolo Principe, insomma. E chi non lo conosce?

A scriverlo un aviatore, Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, meglio conosciuto come Antoine de Saint-Exupéry, nato nel 1900 e morto nel 1944, troppo presto per sapere che il suo visionario protagonista conoscerà un successo planetario, diventando il libro più tradotto al mondo dopo Bibbia e Corano (300 lingue) e superando i 200 milioni di copie vendute.

La Fondation Antoine de Saint-Exupéry di Parigi ha fatto sapere, lo scorso anno, di avere annoverato tra le lingue anche il dialetto arabo hassaniya, parlato nel sud del Marocco. Ignota? Non proprio se si conta che Antoine de Saint-Exupéry fece il servizio militare in Marocco nel 1921, per poi tornare in terra africana nel 1927 come responsabile aeropostale della compagnia Latécoère a Capo Juby (l’attuale Tarfaya), dove gli abitanti parlano appunto l’hassanya. E proprio qui, circondato dalle voci di quell’idioma, iniziò a scrivere il suo primo romanzo, Corriere del sud, pubblicato nel 1929.

Ma che cosa fa del Piccolo Principe un’icona planetaria?
Forse il fatto di non rispondere mai alle domande.

Questa chiave, che suggerisce Nico Orengo in una delle più belle prefazioni all’edizione italiana, disorienta ma intriga.

Perché è vero che si tratta di un tratto davvero distintivo per il diafano biondo seienne.

Uno che non sa sempre tutto, come accade a troppi iper-esperti, super-documentati, rompiscatole seienni del momento.

A domanda il Piccolo Principe non risponde. Arrossisce, questo sì, sfumatura porpora sulle guance infantili. E non perché sia maleducato, distratto, problematico, persino “diagnosticabile” secondo la prassi “a batteria” che vede i pargoli moderni inseriti in un protocollo robotico.

No, no.

Semmai perché questo solitario che dialoga in silenzio con il pianeta sembra avere compreso, d’istinto, che alle domande si deve lasciare il giusto potere stregato che hanno – quello di fluttuare nell’aria con una forza d’impulso e invece poi scivolare simili a pioggia o nebbia.

Così impregnando il mondo di punti interrogativi, da cui nasceranno dubbi, e altre domande. Insomma il futuro del pianeta e non soltanto il suo passato.

Allora forse l’incantesimo ancora inscalfibile del breve, rapsodico racconto, che inventa il genere d’un micro romanzo, e intreccia fiaba a orrore e durezza, perché dentro – va detto – c’è crudeltà, anche, o non ne uscirebbe poesia, sta in quella specie di pragmatismo metafisico che ci incendia tutti all’età dell’ ir-ragione, in quei 6 anni incantevoli e feroci, dove la curiosità di scoprire il mondo non è semplice mappatura di se stessi.

Gli specchi delle brame, modello Biancaneve, sono lontani ben più dell’asteroide B612, e una rosa è una rosa, nessun simbolo di nulla, così una pecora, allo stesso modo di una volpe e della semplice, in apparenza, grammatica d’un tramonto che forse scende nell’anima, ma prima arriva agli occhi, e da quelli traccia malinconia o spavento.

Concretezza, certo, ma d’una grana speciale, che non si astrae dalle cose per afferrarne l’idea platonica, né s’intestardisce nel procedere per induzione dal particolare al generale.

Quella concretezza che è affondare le mani dentro la realtà e afferrarne il senso ulteriore. Quella sorta di rivelazione, o stupore, che può immobilizzarci in un mattino qualsiasi di fronte alla grandezza del campanile del duomo immerso nelle nuvole, della facciata arabescata d’una città ancora addormentata, o d’un irrilevante, infinitesimale riverbero di luce che ci riaccende addosso qualcosa, ma sì, già, che cosa?

A quel punto, come il Piccolo Principe, anche noi dobbiamo evitare di rispondere, semmai arrossiamo, fissando in alto, o dinanzi, a rammentare che «È tutto un grande mistero!». E il segreto tautologico quanto invincibile sta tutto lì: nell’alzare gli occhi e non smettere mai di domandare.

 

Silvia Andreoli