Quale sguardo dai nostri ponti gettiamo noi al di là del Mediterraneo? E come può incrociare quello che Arthur Miller ha lanciato nel 1955 verso il ponte di Brooklyn nella sua opera A view from the bridge (Uno sguardo dal ponte)?

 

Il ponte dell’opera di Arthur Miller è quello che unisce/separa i quartieri ghetto di Brooklyn e Manhattan con le differenze economiche, sociali e culturali implicate, ma è anche un ponte che separa e/o potrebbe unire i paesi del Mediterraneo.

 

Miller racconta la miseria degli immigrati italiani nell’ America degli Anni Cinquantala loro difficoltà a integrarsi e, soprattutto, l’impossibilità di realizzare il sogno americano che porterà ad una tragedia annunciata fin dall’inizio, perché quelle condizioni e quelle passioni non potranno che portare a un risultato tragico.

Eddie Carbone, un siciliano immigrato a New York, vive con sua  moglie Beatrice e  la nipote Catherine in un’ atmosfera di apparente serenità. Ma ecco che arrivano due cugini di Beatrice che sbarcano a NY da clandestini e si fanno ospitare a casa sua. Eddie ha un rapporto possessivo verso la nipote Catherine e quando uno dei  due cugini, Rodolpho  – fervido sostenitore dell’American dream–  s’nnamora di Catherine e rivela il suo desiderio di sposarla, si scatena in Eddie una gelosia che non riuscirà a controllare. Cercherà qualche espediente che possa in qualche modo allontanare i parenti clandestini, ma non ci riuscirà. Come non riuscirà a dominare la sua gelosia, la sua passione, ahinoi malata,  per la nipote Catherine.

Alla maniera dell’ eroe shakespeariano o quello della tragedia greca proviamo a pensare a quale situazione estrema arriverà.

Eddie arriverà al punto di  denunciare all’ ufficio immigrazione la presenza di clandestini nella sua casa,  pur di liberarsi di Rodolpho, con un finale tragico in cui quest’ultimo perde la vita. Il dramma di Eddie, al di là dell’elemento passionale che lo domina, induce a riflettere sulle contraddizioni che portano a non volere aiutare gli immigrati nel loro tentativo di essere accettati e integrati.

D’altronde quello dei migranti è stato ed è un problema di sempre. Di ogni, epoca, di ogni luogo.

Pensiamo a cosa scriveva Shakespeare nel 1500 nel monologo The strangers’ case, che gli fu commissionato da Thomas More a sostegno dei migranti attaccati dalle ostili folle inglesi dell’epoca. Era scoppiata una sommossa a Londra contro i migranti economici provenienti da tutta Europa, accusati di rubare il lavoro agli inglesi, come accade oggi agli stranieri in Italia o agli italiani emigrati nel Regno Unito. Nelle intenzioni di Shakespeare, c’era la volontà di scuotere il suo presente attraverso un evento passato. E quindi affronta con rabbia il tema dell’emergenza migranti di quegli anni, e cerca di ricordare che tutti, da qualche parte, siamo stranieri.

 Purtroppo, per evitare disordini il testo fu censurato e non andò mai in scena :

 

immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti,

coi bambini in spalla, e i poveri bagagli

arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto,

e che voi vi asseggiate come re dei vostri desideri

– l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato –

e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.

Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato a tutti

che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante

(…)

Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara

che, in un’esplosione di violenza e di odio,

non vi conceda un posto sulla terra,

affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole,

vi scacci come cani, quasi non foste figli e opera di Dio,

o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere,

ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste

di essere trattati così? Questo è quel che capita agli stranieri,

e questa è la vostra disumanità da senzadio.

 

L’incipit di Shakespeare fa pensare a Se questo è un uomo di Primo Levi e ai diritti degli uomini calpestati e ignorati ciclicamente, nella storia dell’umanità: gli “stranieri”, strangers, che nel 1500 come oggi, hanno sofferto e vissuto il dolore e la frustrazione dell’essere emarginati, odiati.

L’inaffondabile Shakespeare, attuale anche ai tempi di Arthur Miller o della Shoah, lo è anche oggi.

Come sempre attuali sono i migranti di ogni epoca, presente e/o passata. E immutato deve restare lo sguardo da qualsiasi ponte, da Shakespeare a Miller fino ai profughi dei nostri tempi.

Uno sguardo verso un ponte che possa unire invece che separare, avvicinare, invece che allontanare, includere, invece che escludere.

L’arte non può garantirlo, ma “quello sguardo dal ponte” ci può sempre far sperare.