Clarinettista promettente – una carriera “stroncata” da un esordiente Lucio Dalla, rivale e grandissimo amico, che gli rubò la scena nella Doctor Dixie Jazz Band con il proprio talento – Giuseppe Avati, in arte “Pupi”, venne folgorato sulla via di Damasco dalla visione di di Federico Fellini: sarà in quel momento che, comprendendo la differenza tra passione e talento, deciderà di diventare regista.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna, trova lavoro presso una società di prodotti surgelati, accumulando i soldi necessari (non molti) per finanziare il suo primo lavoro dietro la macchina da presa, intitolato Balsamus, lo sguardo di Satana (del 1969).

Da allora ne ha fatta di strada. Si trasferisce a Roma per tentare la carta del cinema vero.
Carta vincente, visto che il 3 Novembre festeggia 80 anni e ben cinquant’anni di carriera in piena attività: sta lavorando a Il Signor Diavolo (tratto dal suo ultimo romanzo, edito da Guanda Edizioni) che uscirà nelle sale nelle primavera 2019.

In coppia con il fratello maggiore Antonio è diventato uno dei registi più solidi, riconoscibili, amati del panorama non solo nazionale. Ha attraversato con coraggio pazzesco i generi cinematografici, fatto l’horror, fatto un musical. Le atmosfere della sua Bologna, i ricordi e gli aneddoti più interessanti sono al centro di film e libri e intrattengono generazioni di italiani.
Ne Il papà di Giovanna sono state girate delle belle immagini: da via S. Vitale alle Torri del XII secolo Garisenda e Asinelli. La scena dell’acquisto dell’abito di Giovanna per la festa a casa dell’amica Marcella è stata girata nell’opulenta via Farini, ancora oggi una delle vie più ricercate per lo shopping come la vicina Galleria Cavour. Durante le passeggiate dei protagonisti per le vie di una Bologna sotto il regime fascista si riconoscono i palazzi storici, i portici nei pressi di via Indipendenza e di via Rizzoli. Ma anche Jazz Band, Il cuore altrove, Cinema!, Storia di ragazzi e ragazze sono altre celebri pellicole che vedono la città felsinea protagonista. Alcuni di queste sono stati di recente restaurate dalla Cineteca di Bologna.

Cosa rappresenta per lei questa città?

Tra me e Bologna, anche se da anni vivo a Roma, c’è una storia d’amore. Qui ho conosciuto la donna della mia vita e ho superato i 50 anni di matrimonio con mia moglie Nicola, così battezzata in onore dell’amato nonno, alla quale ho mentito per avere un primo bacio. Con il tempo è diventata indispensabile per la mia vita, è la donna che mi legge meglio dentro, ma che non ha mai condiviso nulla delle cose che piacciono a me.
A Bologna ho conosciuto l’amicizia, la morte. Tutte le cose più importanti della mia vita sono successe qua. E poi la mia città è stata una delle prime a farmi capire quanto il denaro sia importante. Soprattutto nel settentrione del nostro paese “conti per quello che hai, quello che possiedi è la misura di quanto vali”.

Nei suoi film c’è sempre un lieto fine. Lei crede nell’amore eterno?

Quando sono andato in Rai a proporre la mini fiction Un Matrimonio, che voleva raccontare in tema autobiografico sia il rapporto dei miei genitori che il mio in oltre 50 anni, l’allora direttore di Rai Fiction, Agostino Sacca, mi disse: “ma allora vuoi fare un film in costume?”, perché è sempre più raro avere dei rapporti duraturi nel tempo. Io mi illudo che esista un sempre, “sempre” è la parola che mi piace di più.

Un filo conduttore delle sue pellicole è stata spesso la rivalutazione dell’ingenuità.
Quanto contano i sogni per lei?

Io non ho mai perso la speranza, mentre i giovani di questa società moderna sono portati ad arrendersi subito. Invece, vorrei che i ragazzi credessero che anche per loro può esserci una possibilità. Io trovo terapeutico stare con loro mi danno sempre stimoli nuovi, soprattutto quelli che dimostrano di credere in qualcosa. E vorrei che dai miei film imparassero che il nostro Paese non è solo negatività e che occorre reagire.

È credente?

Io voglio essere credente che è una cosa diversa. La ragione ci indurrebbe a non esserlo, ma io vado in chiesa a pregare Dio di esistere. Non ho più fede, invece, negli esseri umani

Tra i tanti attori e attrici che hanno lavorato con lei, chi è il suo o la sua inaffondabile?

Mariangela Melato. Era il 1968 e stavo lavorando al film Aiutami a Sognare (1980), stavo facendo i provini per il ruolo di Zoe, una bionda come Grace Kelly. Arriva una sconosciuta e dice: “La mia amica non è potuta venire e ci sono io per sostituirla”. Ero furibondo e l’ho mandata via. Lei mi ha aspettato fuori al freddo sino a sera. La cosa mi ha fatto intenerire e le dico di preparare la parte. La mattina dopo cominciamo a fare il provino mentre lei recita, io sento che sta mettendo tutta la sua verità, mi viene il magone.
Le chiedo il suo nome: era Mariangela Melato.

Michael JacksonChiunque abbia almeno diciott’anni ha un suo personale ricordo di quando ha appreso la notizia, ed è molto probabile che il 7 luglio fosse tra i tre miliardi di persone che assistettero all’evento di streaming on-line più visto della storia: il suo funerale celebrato nello Staples Center di Los Angeles.

Nessuno però poté dirsi sorpreso. Perché era già un miracolo che fosse arrivato a quarantacinque anni, di cui quaranta di carriera strabiliante e incessante, circa trenta di una vitiligine a dir poco emblematica per un ragazzino nero di Gary, altrettanti di un lupus eritematoso sistemico con tutte le sue complicazioni, un tot d’interventi chirurgici demolitivi e un abuso di psicofarmaci da manuale della star americana a cui hanno rubato l’infanzia.

Tutti tristi il 25 giugno del 2009 eppure nessuno incredulo.

Era una morte annunciata, qualcosa che s’intravedeva già quando si esibiva nel suo moonwalk, un essere filiforme che sembrava sempre sul punto di spezzarsi; quando con la voce di un bambino intonava Man in the mirror; e anche quando era ancora un bambino con le guanciotte tira-baci e cantava ABC… One, two, three...

Impossibile pensarlo vecchio, così come impossibile immaginarlo maschio, femmina… insomma, sessualmente attivo, nonostante gli scandali.
Solo lui poteva stringersi le palle con una mano e non sembrare un buzzurro da stadio, gorgheggiare peggio di Anita Ward in Ring my bell e non risultare grottesco, truccarsi e non sembrare un travestito.

Né uomo né donna, né etero né gay…

Un angelo di una nuova iconografia, quella inventata dalla cultura Pop. Kitsch e sublime.

Michael Jackson, Jeff KoonsE Jeff Koons l’aveva capito. Il furbo broker che ha applicato nell’arte le tecniche della finanza, nel 1988 gli ha dedicato una scultura, Michael Jackson and Bubbles, senza che lui mai posasse nel suo studio, solo ispirandosi a una fotografia. The King of Pop è vestito color oro, come lo scimpanzé che adottò nel 1985, è seduto per terra su un letto di fiori e cinge la bestiolina con il braccio destro; la mano bianchissima, l’incarnato bianchissimo, una lunga striscia di eyeliner nera sugli occhi, molto Liz Taylor, le labbra rosse e dischiuse.

Insieme sono un’unica entità, una cosa sola. Eppure i loro sguardi non s’incrociano e a ben guardare non sono neanche rivolti nella stessa direzione: quello di Bubbles è attraversato da una leggera inquietudine, quello di Michael è seduttivo, ma rassegnato; sembra dire: “lo so cosa vi aspettate da me, lo avrete”.

Bubbles metteva tristezza: una scimmia vestita da pop star che mangiava a tavola, viveva in tournée e posava per servizi fotografici con il suo padrone, che a sua volta era stato un bambino trattato come una scimmia da circo da un padre terribile e da un’industria spietata.

Anche Michael metteva un po’ tristezza, perché era come se tutta quell’energia, quella gioia di vivere e quel ritmo irresistibile che solo lui sapeva comunicare non gli appartenesse. Come se fosse altro da lui e lui fosse sono un mezzo per far arrivare qualcosa a ognuno di noi.

Lo stesso sottofondo di malinconia che s’intercetta sempre nel volto della Vergine Maria, deve aver pensato Jeff Koons. Che ha detto di essersi ispirato alla Pietà di Michelangelo, per la struttura triangolare della scultura, ma che sicuramente ha trovato nella successiva Madonna di Bruges l’icona di quello che lui ha declinato in salsa Pop.

Anche lei come Jacko non guarda la sua creatura (fu questa la novità), e anche lei lo trattiene a sé con una mano; ma mentre il Bambino sembra quasi scivolarle via lungo la veste e la tristezza di Maria è quella di una madre che sa a cos’è destinato suo figlio, Bubbles resta incastrato le gambe del suo padre\padrone, perché Michael sa che non c’è destino per lui,  solo show-business. Ma poi arriva Jeff Koons…

Anna Di Cagno

playmen, adelina tattiloMai parlare di minorenni, di religione e storie violente; essere consapevoli che i lettori sono persone adulte, più che maggiorenni, in pieno possesso delle proprie capacità mentali. Questa, in estrema sintesi, è la linea editoriale di Playmen, rivista ideata e creata da Adelina Tattilo, pugliese di Manfredonia, fondatrice dell’omonima casa editrice dopo aver cacciato dal letto coniugale e dagli uffici della casa editrice romana Saro Balsamo, impenitente marito fedifrago e a sua volta editore di Men.

Playmen debutta in edicola nel giugno del 1967 con in copertina l’attrice Lorenza Guerrieri, la Playmate, una sorta di Coniglietta di Playboy di casa nostra.  Adelina però, non copia la rivista americana con la sua formula fatta di tette e culi esplosivi: le “sue” ragazze, infatti, sono più snelle, raffinate e posano in atteggiamenti meno esplicitamente sensuali.

Adelina è un tipo tosto, spoglia le donne sulla carta patinata per il piacere di tanti maschi in cerca di sogni proibiti ma odia il porno. «Io illustro l’eros» risponde a chi la definisce «manager del pornoinchiostro».

E lei manager lo è davvero. Sempre perfetta con i capelli biondi freschi di messa in piega e vestiti griffati (pare che il suo look abbia ispirato il personaggio della direttrice senza scrupoli interpretata da Florinda Bolkan nel film Il comune senso del pudore), ma, a suo modo, è femminista. Per lei quelle che gridano in piazza slogan come “l’utero è mio e lo gestisco io” sono “noiose misantrope”. Adelina crede che per emanciparsi le donne devono essere educate a “pensare più liberamente” e infrangere i tabù nel sesso. «Sono convinta – sostiene – che si possano riscattare attraverso certe libertà e certe immagini». E il sesso? «È una molla che spinge a esplorare e ad appagare ogni curiosità».

Playmen è la prima rivista per adulti che al sesso affianca arte, cultura, critica. E non manca il gusto dello scoop, esaltato con la pubblicazione delle fotografie di Jacqueline Kennedy Onassis nuda sulla spiaggia di Skorpios nell’estate del 1972. La Tattilo miscela il nudo ai fumetti di Jacovitti, letture e interventi di intellettuali, racconti (pubblica due inediti di Hemingway) e interviste realizzate da Franco Valobra a personaggi del calibro di Allen Ginsberg, Franco Zeffirelli, John Wayne, Luciano Bianciardi, Francis Bacon, Claudia Cardinale, Timothy Leary, Rudolf Nuereyev, Giorgio De Chirico, Saul Bellow. Su Valobra, una delle penne più seguite della rivista, è recentemente uscito il libro Vita semieroica di Franco Valobra di Dario Biagi (ed. Odoya).

Grazie alla sua linea editoriale, fatta di nudi e campagne stampa per il rinnovamento dei costumi, Adelina Tattilo da il via a una battaglia senza esclusioni di colpi a un’Italia bigotta e bacchettona. La censura non le risparmia niente: appena arrivato in edicola – pur non essendoci neanche un nudo tra le pagine – il giornale è considerato pornografico e sequestrato per otto numeri consecutivi. Poi, con la caparbietà che si deve ai grandi progressisti radicali, la Tattilo – assieme ad altri editori – comincia a imporre il tema della libertà di stampa, di un nuovo significato da dare al cosiddetto “comune senso del pudore” fino a far digerire il nudo fotografico d’autore.

Nei primi Settanta Adelina decide di pubblicare anche libri dai contenuti a dir poco spregiudicati come il Dizionario della letteratura erotica, La marijuana fa bene e Playdux, storia erotica del fascismo, una presa in giro.

Grazie a questo suo impegno è riconosciuta portatrice di una cultura libertaria e spesso nelle sue battaglie si trova a fianco radicali e socialisti, diventando amica intima di Marco Pannella e Bettino Craxi.

Con la sua voce roca, grazie a un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno, lei che ha studiato a Ivrea dalle suore traccia la strada della vera emancipazione, vuole “liberare” i costumi sessuali degli italiani, affrancarli da certi bigottismi e falsi moralismi, tanto da titolare a fine anni Settanta «Finalmente anche le minorenni hanno imparato a fare l’amore in maniera libera e senza inibizioni». E a chi la rimprovera di aver ridotto l’universo femminile a oggetto da guardare lei risponde: «Per me la donna è un soggetto tanto quanto l’uomo».

Dopo Playmen lancia Big, settimanale indirizzato a un target giovanile che oltre ai divi del momento dà spazio alle questioni di cuore e risponde a domande e curiosità sul sesso: il successo è grandissimo, con le vendite che sfiorano le 400.000 copie. Poi è la volta di Menelik, rivista di fumetti erotici dove ha grande successo la striscia che aveva per protagonista il personaggio di nome Bernarda.

Tutto questo accade quando nei sotterranei dei Palazzi di Giustizia di mezza Italia sono depositate cinquecento tonnellate di riviste definite “sconce” e i loro direttori responsabili  ricevono condanne durissime. Nel 1974, anno in cui il referendum sul divorzio sancisce che l’Italia ha voglia di cambiare passo, si contano ancora tremila sequestri di riviste definite pornografiche con denunce a più di duemila persone.

L’anno dopo, però,  il porno è sdoganato e si passa da un eccesso all’altro, fino ad arrivare a una pornografia esasperata: al posto delle Playmate scelte da Adelina, che si potrebbero definire caste e rassicuranti, irrompe su Le Ore – pensato e realizzato dall’ex marito Balsamo – una giovanissima ragazza ungherese, Ilona Staller, più conosciuta col nome d’arte di Cicciolina.  Lei,  i cinema a luci rosse e le videocassette fanno invecchiare di colpo la linea editoriale di Adelina Tattilo che comunque passa alla storia come colei che ha sconfitto il falso perbenismo e i bigotti italiani. Ma non la malattia, che se l’è portata via nel 2007 a 78 anni.

Luca Pollini

otis reddingVerde smeraldo: la camicia, i pantaloni, la giacca doppiopetto.

Non è glam e non è hippie, ma chissene, è l’unico cantante R&B invitato al Monterey Pop Festival e fa quello che gli pare.

Ha 26 anni e si muove con la sicurezza di un artista consumato; commuove quella massa sterminata di capelloni radunati ai suoi piedi cantando I’ve been loving you too long e subito dopo attacca con (I can get no) Satisfaction.

No, non è sexy come Mick Jagger, non sculetta, non ammicca e non si muove neanche molto bene sul palco, quel ragazzone nero di Dawson, Georgia. A un certo punto sembra quasi addirittura che stia mollando il colpo… e invece riprende, sincopato, blues, acido e psichedelico più di quanto Mick e i Rolling Stones siano mai stati. Faccio quello che mi pare, compreso vestirmi come un Arbre Magique perché posso fare tutto…

Pochi mesi dopo Monterey registrerà il suo successo più famoso, Sitting on the dock of the bay, una cosa nuova rispetto a quello che aveva cantato finora. Uscirà postumo (morirà il 10 dicembre dello stesso anno in un incidente aereo) e conquisterà il mondo.

È inaffondabile perché: continuiamo a domandarci tutti quali altre sorprese ci avrebbe regalato se fosse vissuto più a lungo.

Anna Di Cagno

Impossibile per loro non entrare nel mito. Nati come gruppo al momento giusto nel posto giusto, vale a dire San Francisco, scorcio della seconda parte dei sixties, i Jefferson Airplane sono i “primi” in un sacco di cose. E in una manciata di anni mettono a segno tutte le “mete”: Monterey (1967), Woodstock (1969), Altamont (1969) e i primi due eventi sull’isola di Wight.

A stregare la Summer of Love di quell’indescrivibile Monterey, il 17 di giugno la voce di Grace Slick, frangetta adolescente, occhi grandi, liquidi, d’un verde cangiante tuffato nel blu, il fisico sinuoso coperto da lunghe gonne folk – e la malizia sottile tatuata addosso, emblema d’una splendida rivalsa dell’innocenza apparente che sa rivelare il lato più oscuro delle cose.

Intonando White Rabbit, pezzo scritto di getto, dice la leggenda, nell’arco giusto di una mezz’oretta, le parole fanno scivolare la realtà nella fiaba e viceversa.

Come?

Mischiando LSD, Bolero di Ravel e quell’Alice nel Paese delle Meraviglie che entra nelle ossa fin dalla prima infanzia. Il resto, poi, spetta al corpo, senza più fini né confini.

L’effetto è potentissimo: tra some kind of mushroom, fumo di Brucaliffo e l’immancabile richiamo alla madre (che nemmeno le pillole giuste sa scegliere), pare quasi che in sottofondo suoni -piano, forte, poi piano ancora, ma infinito-, il più astruso, irresistibile,  lisergico dei dialoghi fiabeschi firmati da quel folle visionario ossessivo che è Lewis Carroll.

Alice: Per quanto tempo è per sempre?

Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

Già, un secondo.

Ma teniamocelo stretto, quell’istante incandescente. Che nell’anniversario della Summer of Love, attraversa la cortina dei decenni e ci piomba addosso, con una forza tra nostalgia e decisione, tra incubo e paradiso perduto.

E se vi resta qualche dubbio, Go ask Alice, I think she’ll know.

Silvia Andreoli


janis joplinE poi sabato 17 giugno arriva lei. Alle sue spalle, quei capelloni dei Big Brother & The Holding Company, il suo primo gruppo, di fronte duecentomila persone che sognavano di cambiare il mondo. Janis, la cattiva ragazza texana, la bad girl drogata, bisex, trasgressiva e fuori dagli schemi sale sul palco in un completino di maglina color crema: una casacca pudica, un paio di pantaloni, le scarpine di strass, a punta come quelle di Aladino.

Ha i capelli stranamente in ordine e solo due collane, poco trucco, è l’immagine rassicurante di una gioventù che cresce senza strappi e inutili provocazioni. Una delusione. Poi prende il microfono e comincia a cantare Ball&Chain, la voce morbida, suadente, pulita, si direbbe che non abbia mai neanche fumato una sigaretta…

Poche strofe e quella ragazzina cicciottella vestita come una signora urla Why does every single thing I hold goes wrong? E la sua voce si fa improvvisamente disperata, sa di dolore, infelicità, disperazione ma non commuove, graffia e brucia. Come il napalm che ha preso a bruciare le campagne del Vietnam, come la voglia di essere liberi, come la fame di vita che la musica ha intercettato prima di tutti.

Morirà tre anni dopo quell’esibizione indimenticabile, a soli 27 anni.

Inaffondabile perché: le sue ‘urla’ continueranno a raccontare i sogni e le ferite di tutte le generazioni a venire.

Anna Di Cagno


simon and garfunkel“Monterey, 16 giugno 1967. Quasi solstizio d’estate. Fortunatamente non siamo i primi a salire sul palco, abbiamo ancora un po’ di tempo per prepararci. Paul è tra gli organizzatori, eppure è emozionato tanto quanto me. Io parlo meno, scrivo meno, ma saliremo insieme là sopra, è la nostra avventura.

Sono tre giornate pazzesche, ci sono cinquantamila persone che ci attendono come si attende un profeta, è un’esperienza che fa girare la testa. Potrebbe essere una cartolina psichedelica questa, da tanta roba sta girando. Ci sono esperienze che puoi fare soltanto abbattendo alcuni filtri, sconnettendoti per un attimo dalla realtà e lasciando andare immagini e suoni che ne derivano. Non sono allucinazioni, non solo.

Le persone che sono arrivate qui non lo hanno fatto solo per assistere a un concerto. La musica è bellissima, ma non basta. Qui si cerca coesione, rivoluzione alternativa, libertà di prospettive. Anche noi abbiamo progetti ambiziosi, li porteremo avanti… (Because a vision softly creeping…)”

Inaffondabili perché: Visionari tra i visionari, in mezzo a una folla che non aveva i loro stessi colori, sono riusciti a diventare i portavoce di chi ha guardato alla Summer Of Love da una diversa un’angolazione.

Chiara Orsetti

Questa è un’estate particolare per San Francisco, un’estate speciale: sono in pieno svolgimento le celebrazioni per il 50° anniversario della Summer of Love. Chi c’era, nel 1967, se la ricorda eccome, chi è più piccolo e ha voglia di assaporare quelle atmosfere, è invitato a non perdersi nemmeno una delle iniziative in calendario.

Le celebrazioni ufficiali – dove la parola d’ordine è “controcultura” – sono cominciate da un paio di mesi e andranno avanti fino ad agosto. L’appuntamento principale è The Summer of Love Experience: Art, Fashion, and Rock & Roll, mostra che fino al 20 agosto va in scena al De Young Fine Art Museum, ricostruzione del movimento hippie e della loro cultura attraverso fotografie, poster, musica, light show, abiti, oggetti d’arte e artigianato, film e documentari.

I suoni sono quelli delle leggendarie band di San Francisco, Grateful Dead e Jefferson Airplane in testa, le grafiche quelle di artisti come Rick Griffin, Alton Kelley, Stanley Mouse, i light show faranno rivivere il genio di Bill Ham e Ben Van Meter, i capolavori della moda hippie sono quelli creati da Birgitta Bjerke, nota come 100% Birgitta, Mickey McGowan alias Apple Cobbler, i manufatti sono quelli di Alexandra Jacopetti Hart, le foto sono firmate da Herb Greene, Elaine Mayes e Jim Marshall.

Ma chi furono i protagonisti della Summer of Love? Quello degli hippie fu un movimento che a metà degli anni Sessanta ebbe un impatto devastante su una generazione di ventenni e che riuscì ad affascinare anche gli adulti. E che, ancora oggi, fa parlare di sé. Furono giovani profeti e protagonisti di un passaggio straordinario. E il cambiamento non lo studiarono a scuola o sui libri, lo annunciarono al mondo loro stessi.

Ragazzi che tentarono di cambiare le regole, lo stile di vita, la cultura. E di creare un mondo d’amore. Nel quartiere di Haigh-Ashbury di San Francisco si era creata una micro-società libera dalla repressione: libera da tutto, da qualsiasi indottrinamento e condizionamento, dove suonare e fare sesso era più facile che mangiare, dove i cittadini battevano le mani alle loro performance, dove le forze dell’ordine sorridevano al loro passaggio e – non di rado – appoggiavano le loro battaglie. Era il modello ideale del benessere della società.

Sociologi e politici li accusarono di essere soltanto dei sognatori innamorati dell’amore, ma gli hippie non erano solo giovani dediti all’amore libero e alle droghe: s’impegnarono a scrutare a fondo l’anima per raggiungere la verità nei rapporti fra le persone, ad avere più rispetto per la natura e più voce per gridare no alla guerra e al razzismo; principi individuati cinquant’anni fa ma quanto mai attuali e urgenti ancora oggi.

Negli anni Sessanta il mondo occidentale stava vivendo il periodo del boom: si consumava tanto e non si risparmiava niente, si compravano automobili sempre più grandi e potenti e nuovi elettrodomestici che cambiarono radicalmente la vita di tutti.

I figli dei fiori rifiutarono tutto questo perché convinti che soldi, comodità e benessere addormentassero le coscienze e alla ricchezza preferirono i valori spirituali e la distruzione del codice moralistico della società borghese. Per loro «Pace e amore» non era solo uno slogan pacifista ma anche condizione mentale: interpretarono l’amore come passione sensuale e consacrazione dell’altro.

Il 1967 fu l’anno in cui il movimento toccò l’apice della notorietà, l’anno della Summer of Love che fu più un effetto che una causa. Dietro c’era l’inquietudine di un’America stanca di una guerra incomprensibile, quella del Vietnam; che si vergognava davanti al mondo per non aver ancora risolto la problematica razzista; che nascondeva i problemi generazionali con il boom dei consumi.

Quello che cinquant’anni fa andò in scena a San Francisco e a Monterey – dove si svolse il Monterey Pop Festival, primo megaraduno rock della storia – non fu casuale, ma il risultato dell’attivismo di un gruppo di giovani che intuirono come gestire passioni, emozioni, creatività, trasgressioni, partecipazioni, condivisioni di ideali che investivano la nuova gioventù.

Il quartiere di Haight-Ashbury diventò un magnete che attrasse giovani di tutto il mondo in cerca di nuovi percorsi e che inseguirono l’utopica rivoluzione con i fiori. Erano i discepoli dell’era dell’Acquario, immersi nei suoni del rock psichedelico con le coscienze “aperte” grazie all’Lsd.

Poi l’estate si trasformò rapidamente in autunno e l’epoca degli hippie e del loro sogno si chiuse velocemente. Una fine voluta fortemente da interessi economici e politici, perché parole come “Pace e Amore” cominciarono a essere una minaccia per l’America, impegnata in guerre infinite, in rapporti tesi con l’Est, con violenti conflitti razziali interni e con presidenti, politici e predicatori assassinati.

Furono anni meravigliosi, forse irripetibili, in cui un’intera generazione cercò di cambiare il mondo con i colori, l’arte e l’amore; ribellandosi all’ipocrisia di un modello sociale e all’arroganza della politica con l’impegno culturale e civile.

Un’epoca e un movimento che vanno ricordati e rispettati.

Luca Pollini