Il cognome da solo è un marchio perché è il primo stilista diventare brande un “modo” di interpretare la vita. Elio Fiorucci, mancato giusto quattro estati fa quando aveva appena compiuto 80 anni, in tutta la sua vita non ha mai dimenticato il dogma del buon gusto e lo spirito democratico.

I suoi negozi sono stati delle finestre sul mondo dove si incontravano giovani sognatori e ribellialle convenzioni in piena sintonia con quel pot-pourri di suggestioni, emozioni e novità internazionali che proponeva e che nel tempo hanno identificato “lo stile Fiorucci”.

L’immagine della sua moda si è affermato contraddicendo tutti i parametri del marketing, cioè non assumendo un marchio, un logo, come elemento centrale. Ogni manifesto, ogni sticker, ogni etichetta aveva un logo differente, originale, perché Fiorucci voleva far capire quanto la sua non fosse la classica azienda commerciale, bensì un’attività di vendita e spirituale– tesi rafforzata dalla coppia di angeli vittoriani che all’occorrenza indossano anche gli occhiali da sole– aspetti ai quali oggi siamo assuefatti ma che cinquant’anni fa erano parte di una rivoluzione culturale.

Fiorucci guardava i ragazzi per strada, afferrava la società nel profondo, ne intuiva la voglia di cambiamento: il suo stile – a prezzi moderati – regalava ai giovani l’anticonformismo e l’illusione di vivere sul serio l’immaginazione al potere. La sua forza è stato il gioco di rimandi dall’oggetto al significato e viceversa, ha stravolto la moda confezionando un jeans da donna spostando l’incrocio delle cuciture sotto il cavallo in modo da far esaltare il fondoschiena; ha collaborato con architetti e designer come Ettore Sottsas, Michele De Lucchi, Matteo Cibic, Alessandro Mendini, Andrea Branzi che arredano i suoi spazi; è stato tra i primi a credere nella street artfacendo esporre, all’interno dei suoi negozi, uno sconosciuto Jean Michel Basquiat e chiamando un giovane ragazzo, Keith Haring, a decorare i muri dello store di Milano.

La sua filosofia e le sue creazioni sono poi arrivate in Giappone, in Sud America, negli Stati Uniti, ma i capi sono sempre restati alla portata di tutte le tasche perché, amava ripetere: «La moda, quella vera, viene sempre dalla strada».

Fiorucci e i suoi angioletti diventano delle vere icone pop internazionali: il negozio di New York è frequentato a lungo da Andy Warhol – che lo aveva scelto quale punto vendita del suo giornale Interview– e da tutte le star della discomusic, tanto che è citato nel brano You’re The Greatest Dancerdelle Sister Sledge dove il testo recita: «The best designers, heaven knows/Ooh, from his head down to his toes/Halston, Gucci, Fiorucci/ He looks like a still/That man is dressed to kill».

La consacrazione avviene nel 1977 quando cura lo styling dell’inaugurazione dello Studio 54 di New York, discoteca simbolo di un periodo. Alla serata tutto il “jet set” internazionale indossa la T-Shirt con gli angioletti con gli occhi rivolti al cielo.

Scandalo? Niente affatto, anzi: rompendo gli schemi, coniugando il sacro con il profano, provocando con il fetish e il bondage ma allo stesso tempo intenerendo con gli angeli e il cuore, Fiorucci lancia un messaggio d’amore, una visione positiva della vita che è recepita nel mondo. E nel 1900 lancia fonda un nuovo brand, Love Theraphy.

La sua vita non può essere ridotta solo a una collezione di vestiti. Di lui va ricordato il suo “lifestyle”, la sua filosofia, quel modo di vivere all’avanguardia, in anticipo sui tempi, un po’ controcorrente e anticonformista. Nel bel mezzo degli Anni di Piombo, quando nel nostro Paese la violenza dilaga, gli fa dire: «quello che stiamo vivendo è un momento storico di grande cambiamento sociale: i giovani pensano alla libertà e alla pace».  E sui sacchetti del negozio e sulle magliette fa scrivere: «Guarda, forse accanto a te c’è un angelo».

Questa è cultura, cultura pop, ed Elio Fiorucci è stato uno dei massimi esponenti.

Style: “Neutral”

Tanti lo adoravano: Truman Capote, Bianca e Mick Jagger, Basquiat, Keith Haring, David Bowie, Andy Warhol, Madonna, Grace Jones, Bruce Springsteen, Vivian Westwood, Ettore Sottssas, per citarne alcuni. Pochi, qui a Milano, lo ricordano: basterebbe un gesto, intitolargli uno spazio, una strada, magari proprio Galleria Passerella dove nel 1967 aprì il suo primo negozio – alieno, rispetto alle boutique tradizionali.

Andy Warhol se ne sarebbe innamorato. Della sua arte sicuramente, ma anche della sua storia, che poi è la sua arte e viceversa. Perché nella vita e nell’arte di Max Papeschi tutto si mescola, secondo l’unico dictat della filosofia Pop.
E la sua è infatti la storia di una fama mondiale raggiunta in tempi rapidissimi partendo da un equivoco virtuale, e quindi immateriale e quindi planetario. E il circolo si chiude. Da Milano a Tokyo, dalla rete alle gallerie di Los Angeles, dalla scuola di teatro Paolo Grassi alle svastiche.
Non li cercava, lui, i famosi quindici minuti di celebrità di cui parlava papà Andy, cercava un produttore e invece quei quindici minuti sono diventati cento, mille e non sono ancora terminati e lo accompagnano in giro per il mondo, in mostre collettive e personali, apprezzatissimo da critici, collezionisti, appassionati d’arte, “consumatori” di cultura.  E tutto è nato da un equivoco e di equivoci si è nutrito, perché poi alla fine è quello il destino dell’arte: essere, come diceva Picasso, «una menzogna che ci consente di riconoscere la verità».

In breve: Max Papeschi studia alla Paolo Grassi di Milano, lavora nell’ambiente teatrale\televisivo e nel 2008 realizza il suo primo film. Ma il produttore non lo fa uscire. E lui non sa che fare. E fa l’unica cosa che gli viene in mente è fare quello che sa fare, e cioè un copione per uno spettacolo: Ronald The Butcher Boy (storia di una strage in un Mc Donald compiuta da uno dei tanti Ronald al soldo delle feste di insopportabili bambini ricchi) e realizza un paio di fotomontaggi, delle proto-locandine che mette su MySpace. E qui…

Equivoco n.1. Ronald McDonald stragista.
Grace Zanotto, gallerista milanese, fa un giro su MySpace, nota un’insolita locandina di Mc Donald’s in cui il celebre clown amico dei bambini imbraccia un fucile. Le piace e contatta l’intestatario del profilo. Vuole parlare con l’artista che ha realizzato la locandina, cioè con lui, che però ancora non lo sa di essere un artista. C’impiegano un po’ per capirsi ma alla fine della telefonata lui è diventato un artista. E partecipa alla sua prima mostra collettiva. E vende tutto. E poco dopo tiene una personale. E poi altre.

Eri consapevole di essere al centro di un “errore”?
No, mentre avveniva no. La mia identità artistica si è costruita da sola, nel senso che non soltanto non avevo mai pensato di voler fare l’artista, ma non era proprio nelle mie corde l’idea. Tutto è successo con una velocità tale per cui io sono passato dal dire: “ok faccio questa mostra perché mi diverto” a cominciare a vedere dei risultati tangibili molto più visibili di quelli che avevo avuto nel mondo dello spettacolo.

Equivoco n.2. Topolino nazista invade la Polonia.
Estate 2010 è in Sicilia per l’inaugurazione del Farm Cultural Park, riceve una telefonata da un giornalista di un quotidiano e poi da un altro e un altro ancora… E il Corriere della Sera titola:
Il Topolino nazi che agita la Polonia

Cos’era successo?
Dovevo partecipare a una collettiva a Poznan, in Polonia e il gallerista Roman Nowak mi aveva chiesto di usare una mia immagine che, come opera d’arte era stata stampata in un formato da 50 centimetri, e come immagine promozionale della mostra io pensavo leggermente più grande, per una locandina. E invece lui l’aveva fatta realizzare di 8 metri per 8 e l’aveva piantata sulla facciata di un palazzo nel centro di Poznan, per pura casualità vicino a un luogo sacro ebraico. È successo un casino: la comunità ha denunciato un’aggressione ai suoi danni, i nazisti polacchi si sono incazzati per “uso irrispettoso” del loro amato simbolo e hanno minacciato ritorsioni contro la galleria, la mostra si è svolta sotto scorta della polizia.

E tu sei diventato nazista…
Per pochi secondi, grazie al cielo. E per pochi osservatori privi di strumenti.

A freddo le tue opere però “disturbano”…
Sì, ma dipende dal contesto in cui le vedi. Se sono esposte in una galleria, chi le osserva si fa automaticamente delle domande e cerca di leggere il messaggio. Diverso è sul web, in cui entra un pubblico eterogeneo, spesso privo dei filtri culturali che ogni opera d’arte richiede a chi la guarda. Nel caso di Poznan è stato il “gigantismo” di piantarla sulla facciata di un palazzo in una città che col nazismo ha una vecchia e terribile storia a scatenare il putiferio. L’effetto varia a seconda dell’uso: se la vedi su un palazzo, dici: “cazzo una svastica così grande come non si vedeva dal ’45 in Polonia”, se la vedi appesa a un muro in un interno la guardi e pensi: c’è qualcosa da capire.

Leggiamo insieme l’opera dello scandalo?
Topolino è l’immagine della purezza, dell’infanzia; il corpo è quello di una donna nuda. Sono i due meccanismi che la pubblicità usa più spesso. Normalmente sono scissi, io li ho assemblati per creare un manifesto pubblicitario che vendesse il Partito Nazional Socialista come un ibrido tra sesso e infanzia. Le tre cose messe insieme lo rendevano un ossimoro visivo.

 

E dopo la Polonia cos’è successo?
Dieci anni nel mondo dello spettacolo senza ottenere dei grandi risultati e poi con quattro immagini riesco a far parlare tutto il mondo! Forse allora – mi sono detto – le cose che voglio esprimere con i film, il teatro o la televisione le posso dire anche in questo modo. In quel momento è iniziato il lavoro.

È quindi solo un gioco, una provocazione?
No, io cerco di farti riflettere sul perché vieni attirato da un cartellone pubblicitario. E ti faccio vedere che ti sto vendendo il nazismo, con un’immagine piacevole. Tutte le mie immagini sono molto curate esteticamente, io sto molto attento a fare delle cose colorate, divertenti, carine, no? E quindi ti rendi conto che tutto questo “carino”, come nel caso dei profumi, può venderti il fascismo, il nazismo, il comunismo, qualsiasi cosa. Dietro a una bella immagine pubblicitaria puoi vendere qualsiasi cosa, qualsiasi valore. Anche una guerra.

E tu hai venduto tua madre!
Quello è stato un gioco sui media. Nel senso che l’opera d’arte non era vendere la mamma, l’opera d’arte era far parlare i giornali. Tanto che poi non l’abbiamo neanche fatta l’asta, perché non era quello il punto. A me quello che interessava era: dopo la Polonia avevo avuto la prova tangibile che se i giornali hanno un articolo che attira click, lo sparano anche se sanno che la notizia è una cazzata, mai click servono, e l’articolo “artista vende sua mamma all’asta” è un articolo cliccabile.

E la mamma come l’ha presa?
S’è divertita.

Le fake news sono quindi un’opera d’arte.
Sì, e in un modo molto meschino. Insomma, io sono venuto su negli anni Settanta quando c’era quantomeno l’utopia del Grande Fratello, il mito della congiura, i potenti dei gruppi Bilderberg che lavorano per instupidire. Invece poi la sensazione è che sia tutto molto più volgare, molto meno pensato. Molto più meschino. Quindi se io ti dico: vendo mia madre all’asta, tutti i giornali seguono questa cosa sapendo benissimo che è una cazzata. Lo stesso spirito attraversa tutto il mio lavoro sulla Corea del Nord, insomma è la stessa cosa. Cioè lo zio di Kim Jong-un mangiato dai cani è una cazzata. La guerra tra Trump e Kim è una cazzata, è ovvio che è una cazzata, cioè non è che i giornalisti sono scemi. Però intanto tutti i giorni hai la notizia. Trump dice: «io ho il bottone più grosso del tuo», l’altro che risponde: «è un vecchio rimbambito». E vanno avanti così. Continuano a dare notizie.

  

Finita quindi la tua “storia d’amore” con Kim Jong-un?
È cominciata due anni e mezzo fa in collaborazione con Amnesty, perché volevamo parlare di una cosa seria e grave. Tramite la mia cifra stilistica, che è quella della parodia, a me interessava parlare dei campi di concentramento nordcoreani che continuano a esistere e sono poco notiziabili. E infatti i giornali non hanno mai dato spazio a questo aspetto perché, triste dire, ma non frega alla gente. Fa più notizia l’artista che mette il faccione di Kim, ti ricordi la campagna, i manifesti. La prima l’idea era di attirare gli occhi sulla Corea del Nord che nessuno conosceva, e poi parlare dei campi di concentramento. Nel frattempo è esplosa la bomba mediatica tra Trump e Kim Jong-un e la Corea del Nord è diventata magicamente un topic. E l’attenzione è finita su altro. Per il momento il progetto Corea del Nord va in freezer e se ci sarà la possibilità di tornare sull’argomento, magari parlando dei diritti umani, lo ritireremo fuori.

Adesso stai lavorando a qualche nuovo progetto?
Sì, ma l’unica cosa che ti posso dire è che sarà sull’intelligenza artificiale.

Come avviene il processo creativo in te?
Io leggo tantissimo. E guardo tantissimi documentari.

Cosa leggi e cosa guardi?
Giornali e servizi televisivi e film. Guardo tutti i TED che vengono fatti sugli argomenti che mi interessano. Normalmente la mia fase di documentazione è quella più lunga. Si tratta di decidere, m’interessa una cosa e allora leggo venti libri sull’argomento. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale sono stato due mesi in California e sono andato a parlare con un po’ di gente lì nella Silicon Valley, perché ero interessato anche al discorso della realtà aumentata e mi sono reso conto – perché lì è naturalmente il posto dal punto di vista tecnologico più avanti di tutto il mondo – che la nuova svolta epocale arriverà proprio da questo e quindi sto lavorando per capire, e raccontare.

In un’intervista hai detto: «sì ok, la mia è arte contemporanea, sono nelle gallerie, ho un valore di mercato, però soprattutto è la visione che ho io della vita». Qual è la tua visione della vita?
Quella che vedi nelle mie opere. Racconto le sensazioni che ho, ma tento sempre di mantenere un sguardo ironico.

È cambiata in questi ultimi dieci anni?
Non perché faccio l’artista o perché ho avuto successo. È cambiata perché è cambiato il mondo.

Infine, la domanda d’obbligo qui su mollybrown.it. Chi è il tuo inaffondabile?
Il dittatore. Di ieri, di oggi, di qualsiasi ideologia. Ne sono affascinato perché incarna il concetto di Male. È lui, il Male, il più grande inaffondabile della storia dell’umanità: dal maschio alfa dominante in natura al leader mediatico è sempre in attività nell’animo umano. Siamo scimmie cattive dotate di una natura sociale. Questa lotta è costante in noi e nella storia, e cambia nella forma, ma mai nella sostanza.

E se invece io ti chiedessi un nome e cognome?
Allora Stanley Kubrick e tutto il suo cinema. Nei suoi film c’è tutto quello su cui io lavoro: la crisi della razionalità, il suo fallimento totale. Dal Dottor Stranamore a Shining a Lolita ad Arancia Meccanica, nel Settecento o nel 2001 il tema è sempre quello. Per questo i suoi film non invecchiano mai. Sono universali. E a me questa cosa interessa molto. Se vedi, è vero che cerco i potenti, però cerco di non fare vignette sul presente, cerco cosa c’è dietro, indipendentemente dal personaggio. E cioè la natura umana. Quello cioè che è interessante adesso, ma sarà interessante anche tra cinquant’anni. Almeno si spera.

 


andy warhol«Non appena si smette di desiderare una cosa la si ottiene. Trovo che questo sia un assioma».

E lui s’inchina alla massima che ha elaborato e sintetizza la crudeltà, ma anche la vena ironica dell’esistenza. Tanto vale allora piegarla, prenderla al lazo come un toro o un cavallo selvatico durante un rodeo metafisico.

Lui, anzi, ne fa il cuore stesso della carriera, della vita. Una sorta di nevrotica fuga da ciò che può affamarlo, rovesciando l’istinto alla fame in quello verso la fama.

Lui chi?

Indovinate.

Alchimista.

Apprendista stregone.

Psichedelico folletto folle d’una follia contagiosa.

Pittore. Scultore. Sceneggiatore. Produttore. Regista. Direttore della fotografia. Montatore. Attore statunitense, elenca Wikipedia.

Altri indizi?

Figlio di immigrati e d’una terra, l’attuale Slovacchia ch’era la più povera tra i poveri.

«Mio padre era spesso lontano per il suo lavoro nelle miniere di carbone, così non avevo modo di vederlo molto. Mia madre con il suo pesante accento cecoslovacco faceva del suo meglio per leggere delle storie e quando finiva Dick Tracy le dicevo sempre: Grazie, mamma, anche se non capivo una parola».

Tre esaurimenti nervosi a otto, nove, dieci anni.

Ballo di San Vito, bambole di carta ritagliate.

Uno come tanti?

Assolutamente sì, se da intendersi in quella ripetitività seriale, resa possibile dalla tecnica artistica che diventa la sua firma inconfondibile: dipingere su tele immense la stessa immagine utilizzando colori differenti e tutti estremamente vistosi, vivaci. 

I am not what I am

Non sono quello che sembro.

La battuta, d’onestà tautologica e crudele, sta in bocca al perfido Iago fin dalle prime battute dell’Otello shakespeariano. In traduzione la forza si smarrisce ma ne resta quella sorta di filo di ferro, l’anima indistruttibile che il nostro fa propria: non sono quello che sembro. Perché ho l’abilità di confondere, di cambiare, di ricredermi. In una trattativa incessante del gusto e della paura.

Con una grande, immensa certezza però: quella che ha segnato la nascita del Pop. E lui lo tiene a battesimo.

Sì, adesso sì, avete indovinato.

Andy Warhol (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987)

The Pop Man.

Faccia da tazza.

Ecco chi è, lui, la faccia da tazza per eccellenza.

Adesso sì che lo sapete di chi stiamo parlando.

Il primo uomo che ha fatto consapevolmente, scientificamente, disperatamente di se stesso un marchio. Instancabile omologatore d’una rivoluzione da luce stroboscopica, quella per l’Affermazione del Consumatore.

L’icona per eccellenza. Che si costruisce così: nei capelli, negli occhi indemoniati, nella ricerca spasmodica, da iperattività. Un’intensità in kiloampere che supera quella dei più intensi fulmini. E un nome ma soprattutto un viso riconoscibilissimo ovunque. Più di Topolino e Mao Zedong, Che Guevara o Marilyn, che ha tutti ritratto, ossessivamente, proiettandone l’immagine seriale nei colori più acrilici e sgargianti dalla tela alla nostra mente.

«Quel che ha di veramente grande l’America è di avere dato inizio al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero».

Insomma, democrazia. Che in Europa, culla ideologizzante, però non esiste.  «In Europa i re e l’aristocrazia hanno sempre mangiato molto meglio dei contadini: non mangiavano certo le stesse cose. C’era chi mangiava pernici e chi mangiava porridge, e ogni classe rimaneva fedele al proprio cibo».

La Coca-Cola e la Zuppa Campbell hanno cominciato a spianare la strada, a spallare il muro.

«Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro può permettere una Coca-Cola migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada». 

La ama, Andy, questa omologazione, l’impossibilità di usare gli oggetti per differenziare. Invece replicare. Una Blade runner ironica, dai toni acrilici, esagerati. Perché esagerare è la sola via che ci resta per sfatare una certa severità. Che ci riporta all’attacco, di tutto, a quel desiderio che, appena lo si smette, viene raggiunto.

Non un istante prima. Né dopo.

Esattamente in quel punto. Così incredibilmente umano, banale, eccitante, dozzinale, contraddittorio, invincibile che tanto vale farlo continuare – almeno il tempo d’una dose bulimica d’immagini.

L’hanno stupidizzato. Mercanti. Critici. Qualche volta anche osservatori. Facendo in fondo il gioco stesso che lui aveva orchestrato.

E se è vero che Andy Warhol deve morire perché le sue opere acquistino il valore vertiginoso che raggiungono – viene inserito nella classifica come secondo artista più comprato e venduto al mondo dopo Pablo Picasso -, già la metamorfosi è avvenuta.

Warhol non si spiega, si guarda.

Da Topolino ai fiori, a Kennedy, a Marilyn, alla Coca-Cola, alla zuppa, al detersivo, alla noia che è l’altra versione di noi stessi quando abbiamo paura. Meglio con quella faccia però che con la seconda. Anche se è un ibrido difficile.

Come quello che a lui viene attribuito, l’incrocio tra Dracula e Cenerentola, Drella appunto (Dracula + Cinderella).  A Andy non è che piaccia molto. Eppure quando muore, però, il 22 febbraio del 1987, dopo un intervento alla cistifellea, gli ex Velvet, Lou Reed e John Cale gli dedicano l’album che avrà questo titolo: Songs for Drella.

Perché mica tutto ciò che resta addosso piace.

Nemmeno la mitologia, o quell’aura, per definirla come aveva fatto lui stesso. Qualcosa che a un certo punto le aziende volevano comprare. «Comprare è molto più americano di pensare e io sono molto americano in questo», dice.

E noi con lui, ormai, per quella strana smania che ci ha instillato, tra occhi e bocca, riconoscendo che di Marilyn ce ne sono infinite e che allora una sarà anche tutta per noi, che diventiamo i migliori, i peggiori o comunque ossessivi serali psichedelici attori replicanti. Anche noi con una tazza che porta la nostra faccia e scritto, accanto il suo motto di qualunquismo teocratico: «Una nuova idea. Un nuovo look. Un nuovo sesso. Un nuovo paio di mutande».

Silvia Andreoli


Lou ReedBasterebbe Heroin.

7 minuti e 12 secondi. Come un Big Bang affamato.

Esplode il suono e diventa gesto, dapprima, trasgressione, infine scava il mito consegnandolo alle folle.

È il 1967. La nota d’attacco, una premonizione.  S’apre l’istante che regala al mondo una delle più acute, sovversive rivelazioni dei segreti.

L’amore è tossico e stregato. L’amore non ha codice e misura. La passione può distruggere, che la si chiami con qualsiasi nome, resta un assoluto: non se ne andrà mai più. Diventerà rimpianto forse, ma, radicata, impedirà qualunque disfatta.

 

 ‘cause it makes me feel like I’m a man

 

La voce di Lou Reed, Lewis Allan Reed, nato a New York (e dove sennò?) il 2 marzo del 1942, irrompe nell’universo del silenzio perfetto, punta il faro sul dissidio interiore, che fa scontrare desideri e buonsenso. E ci restituisce, violenta, in faccia una verità sacrosanta quanto tendenziosa: inutile mettere barriere, transenne, paletti. Quando si arriva a quella landa, terra di sogno, d’incubo che è il desiderio, la sola arma è la resa.

 

And I feel just like Jesus’ son

 

Non servono esperti a tratteggiarne un senso. Anzi tanto vale comprendere che non è questione di senso. Invece: di sensi.

All’apice della loro potenza esplosiva.

La pelle s’increspa, gli accordi simulano mani, e indecenza. E quell’unico desiderio che incombe. Graffia, scende.

Lasciateci innamorare.

 

Dopo, c’è tutto il resto.

Ma viene, appunto, successivamente. E se è vero che la congerie delle conseguenze sconvolge, nemmeno con il senno di poi indietro si tornerebbe.

 

Indigna Heroin. Levata di scudi.

Applausi di mani fino a spellarne i palmi.

Poi sarà lo stesso per le altre.

Perché la musica di Lou Reed è sesso.

Non soltanto erotica, sensuale.

No, questo si fermerebbe al piano delle suggestioni, sfiorerebbe la mente, ancora, e l’immaginazione cosciente.

Lui va oltre, fa di più.

Scopa con ciascuna delle sue adoranti ascoltatrice. E immette nei maschi un impulso all’emulazione. Lui ci racconta la disfatta, dinnanzi all’amore, non importa quale amore, quell’orgasmo dell’impotenza che ha tratteggi di infinito.

Un piccolo baratro verticale. Tra le dita e le corde vocali. E il silenzio ha tono caldo, esagerato.

Come se per istinto, l’avesse svelata subito, lui, quella “bestialità insita nell’animale umano” di cui parla, affrontando la dissonanza di Schoenberg, il grande Glenn Gould nel suo L’ala del turbine intelligente.

 

C’è un parallelo forte tra il pianista solitario, eclettico, che ha lavorato su quel vuoto, su quel negativo, dove “la musica si staglia per formare un’esile barriera tra se stessi e il nulla” (le parole sono di Michel Schneider) e l’irresistibile, esplosivo, eccessivo Lou.

Un parallelo che affonda gli artigli nel paradosso accecante dell’esistenza: quella voglia di restare anche se è sempre sul punto di andarsene.

Mito, dunque.

Mito che esalta, si eccita, scampato pericolo. E poi strazia, si strazia.

Mito che crea e distrugge, si distrugge. Senza mai far cadere nulla dall’alto. Dall’abisso semmai. Che per incanto, nella voce roca che ancheggia di questo giaguaro annoiato, diventa la sommità d’ogni altezza.

Lasciateci piombare.

Ne abbiamo bisogno.

 

I wish that I was born a thousand years ago

I wish that I’d sailed the darkened seas

 

Siamo umani. Ancestrali. Drammatici. E talvolta infinitamente vuoti. Ma un conto è se te lo scrive Pascal, o se lo minaccia Schopenhauer. Tutt’altra faccenda se a urlarlo è la faccia elettrica di Lou Reed. Che incarna, senza nemmeno volerlo del tutto (se ne sentirà responsabile, poi) il genius loci di una generazione nomade e senza terra, che canta, ama, si dispera.

 

Antropologia della paura? Radiografia del desiderio? Yin e Yang?

Forse soltanto uno che ha per voce il megafono di dio.

 

Gli anni lo confermano.

 

Se il vero debutto rock è con The Velvet Underground, che fonda con John Cale, musicista gallese eclettico (si scioglieranno nel 1973), è l’incontro con Andy Warhol, che coinvolge la band nel suo spettacolo itinerante Exploding Plastic Inevitable, a segnare in maniera indelebile quella controcultura che si beffa delle regole e toglie il velo di Maia ai peggiori tabù dell’American society.

 

Non ne andrà indenne neppure lui, Reed, che, reduce della frattura con i Velvet, tenta da solista, ma non spacca.

Roba da poco, invero, sarebbe sciocco parlare di fallimento. E infatti David Bowie s’invaghisce dei testi, tanto che decide di usare alcuni dei must di Reed da Transformer.

 

Perfect day (inserita anche nella colonna sonora di Trainspotting) e Walk on the Wilde Side, per capirci.

Seguirà Berlin, sulla rottura d’amore con la moglie, Rock and Roll Heart (che non piacque, a pubblico e critica, giudicato troppo “morbido” negli arrangiamenti).

Certo, si può dire quello che si vuole, ma comunque è Reed. Comunque incanti e delusioni.

 

Irresistibile.

 

L’immagine che va creando di sé si fa marchio: Ray-ban scuri, giubbotto di pelle, jeans. Icona lo è, riconoscibilissimo, oggi si dice “faccia da tazza”.

Eppure non gli basterà. Non andrà indenne nemmeno dalle gelosie, Lou, anche se avanza con i fiabeschi stivali delle Sette Leghe nell’olimpo dei più grandi della musica. Quando comincia, nei primi anni Ottanta, a lavorare con il chitarrista punk Robert Quine per The Blue Mask, arriva il successo più successo di sempre. Waves of Fear suonato in assolo da Quine incendierà critica e folla.

Lou si sente messo in ombra.

Di nuovo rottura.

 

Poco importa.

La disperazione fa sangue, e suoni.

Arrivano, tra i capolavori, New York, Songs of Drella (per esorcizzare il dolore causato dalla morte di Andy Warhol, cui Lou era legatissimo), Ecstasy, The Raven (rilettura in chiave rock dei racconti di Edgar Allan Poe),

Ma dirli tutte sarebbe impossibile. La costellazione dei suoni, testi, accordi, richiami che la sua mano firma appare infinita e potenzialmente capace di riprodursi autonomamente, per scissione.

 

Silvia Andreoli