È l’antagonista perfetta della regina delle nevi di Hans Christian Andersen.

Ha la stessa natura esile, evanescente, ma la traccia che lascia non è fredda. Al contrario, incandescente. Lei è Piumadoro, principessa senza corona, orfana, povera, stupenda. E d’una generosità immediata.

Uscita dalla penna di quel Guido Gozzano, poeta italiano d’altissima levatura, la piccola protagonista della prima delle sue fiabe meravigliose – poco conosciute forse rispetto ai versi, ma in nulla minori – lui, torinese, classe 1883, fragilissimo di salute, tanto da morire a soli 32 anni di tubercolosi, dapprima definito post-decadente, poi crepuscolare, quindi intimista – per quel che valgano le classificazioni – le dona qualcosa che sfugge e ammalia insieme.

Una strana arte di perder peso, potremmo chiamarla, che la colloca d’un tratto in un luogo stregato, quello del desiderio di un principe, davvero coronato, dal nome di Piombofino, che per contralto attraversa un’esperienza affatto diversa da quella della sua amata, ovvero di peso ne prende e di continuo, fino a rischiare di sprofondare con tutta la corte.

Così scrive Gozzano:

«Sui quattordici anni avvenne a Piumadoro una cosa strana.

Perdeva peso.

Restava pur sempre la bella bimba bionda e fiorente, ma s’alleggeriva ogni giorno di più».

E mentre questo le accadeva, e «Sulle prime non se ne dette pensiero», ecco che tra le labbra le affiora quella filastrocca, come d’una voce che echeggiasse nelle orecchie:

«Non altro adoro che-

Piumadoro…

Oh! Piumadoro,

bella bambina – sarai Regina».

Tanto fu, tanto non fu, a furia di canticchiare, il corpo suo divenne tanto leggero che «il nonno dovette appenderle alla gonna quattro pietre perché il vento non se la portasse via».

Malefizio d’amore?

O forse il desiderio che scava e incede. Senza sapere come, scrive Gozzano. Perché quelle parole in versi, che la ragazza ripete, in realtà, lei non le inventa. «È una voce che canta in me». Una voce dolce e lontanissima.

Preludio.

D’incontro.

Di attesa.

E consunzione.

Crepuscolare, Gozzano, lo abbiamo detto. E forse d’un romanticismo che oggi quasi strappa un sorriso di scherno, se il desiderio pare più carne da pesare che un soffio che ti solleva verso il cielo.

Ma l’incanto, di quest’inatteso che avviene, e porta dolore anche, solitudine, questa calamita che pure trascina verso il cielo, fino a lasciarsene sedurre – a dire: va bene, portami, portami dove credi, restituisce un senso d’amore non tanto romantico, equilibrio, struggimento. Piuttosto, invece, primitivo. Quell’essere l’uno contrappeso dell’altro. In una specie di invisibile giostra simile a quelle che stavano nel campogiochi degli anni Settanta, quando ci si spingeva in su da un lato e in giù dall’altro.

A due. Sempre a due.

Oplà, vai, torna, ritorna.

E così accade a Piumadoro.

Che accertata la morte del nonno, con il dolore nel petto esile esile, si fa condurre in alto, verso il cielo, in attesa di conoscere il senso di quella cantilena.

«Lo saprai verso sera, Piumadoro, quando giungeremo dalla Fata dell’Adolescenza».

E così comprenderà, lei, la storia di questa mancanza che non ferisce e che pure è vuoto d’amore. Questa sottrazione che però diventa segnale, traccia, come traccia sono le amicizie che si fanno lungo il percorso, e i doni magici ceduti dalle fate, tra cui tre chicchi di grano.

Tre minuscoli voti da cedere alle tre fate maligne che la ragazza incontrerà sul cammino.

Verso dove?

Le Isole Fortunate.

Che tanto somigliano a quella Sicilia che Gozzano amò profondamente e ritorna nel gioco d’ombre e scomparse nel sonetto dedicato all’Isola Ferdinandea, dal titolo “La più bella”.

Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata:

quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino

il Re di Portogallo con firma suggellata

e bolla del Pontefice in gotico latino.

Ed è alle Isole Fortunate che sta affondando nel corpo enorme, inarrestabile, il reuccio, che l’attende.

«Biondo, con gli occhi azzurri, tutto vestito di velluto rosso, Piombofino era bello come un dio», eppure sprofondava.

«Mortaio di bronzo nella sabbia del mare» lo tratteggia Gozzano nella fiaba.

Gli ci voleva un bacio, per riprendersi da quella distanza che lo teneva nel mondo ma senza possibilità di toccare altro che l’enormità sproporzionata di sé.

Un bacio.

Come quello che di solito danno i principi.

E invece tocca a Piumadoro strapparlo al sogno.

Sfatarlo, dice Gozzano.

Che in fondo poi l’amore fa questo. Strappa alla mitologia di sé, triste, rabbiosa, potente, impotente, sciocca, drammatica. Per inventarne un’altra – condivisa. Capace di equilibrare il niente e il tutto, il troppo e il poco.

Una nuova misura. Che, chissà come, regala pace.

L’amore?

È un paradosso.

Cosmico.

Come il paradosso di Olbers.

Se non lo conoscete, guardate lassù, vero la volta celeste, di notte. In quell’arco che credete e definite infinito, beh, provate a contare le stelle. Quante sono? Infinite rispondete.

Ma se lo fossero, perché non cancellano con la loro luce il buio? Perché la somma delle luci di ciascuna non rende abbagliante il nero?

Già Keplero ci si era arrovellato. Toccò però a Heinrich Wilhelm Olbers, nel 1826, esplicitare il dubbio, formularlo in senso scientifico.

In soldoni, se le stelle sono infinite, come mai non accade che la loro luce accechi il buio, facendolo esplodere di luccicante fermento?

La verità è quindi arrivata. C’è voluto del tempo e qualche innovazione tecnologica, ma è arrivata.

A farlo Edwin Hubble, che già nel 1929 ha individuato l’errore.

Un errore “a monte”.

In pratica, ha dimostrato, è sbagliato il presupposto, quello dell’eternità del cosmo.

Il cosmo non è affatto infinito.

Ingenuità umana a pensarlo.

 

E con l’amore va nello stesso identico modo.

Perché l’amore, beh, l’amore è la miglior menzogna che ci sia.

Promettersi per sempre anche se il “per sempre” noi umani non l’abbiamo, come il cielo di Olbers, che appunto si presume infinito, ma non lo è.

Anziché un telescopio, nelle relazioni, per capirlo basta quella doccia di realtà che nel dramma dei drammi d’ogni tempo, William Shakespeare fa incarnare da parenti, cugini. E la famiglia fa scendere la mannaia.

Almeno questo succede a Verona, «nella bella Verona

dove tra due famiglie di uguale nobiltà,

per antico odio nasce una nuova discordia

che sporca di sangue le mani dei cittadini.

Da questi nemici discendono i due amanti,

che, nati sotto contraria stella,

dopo pietose vicende, con la loro

morte, annienteranno l’odio di parte».

 

Gli ingredienti ci sono tutti.

Il paradosso d’amore di Romeo e Giulietta prende la scena, la occupa, la sequestra, l’inonda.

Ci ammalia persino con quella tensione verso l’infinito e quei limiti così sciocchi, meschini, di umani che litigano e mandano le scorie di quella tensione su chi s’affaccia giusto ora all’esistenza – e quel balcone non ne è che la prova.

Ma se d’assoluto amore è il desiderio, la concretezza s’accanisce sui due sprovveduti.

Una doccia fredda di realtà che dice che il cielo resta buio, e l’amore legato alle gabbie della convenienza sociale, a meno che non si faccia trasgressione, ribellione all’ordine, persino rivolta.

 

Perché mai altrimenti Shakespeare avrebbe messo in bocca a Romeo quella sorta di premonizione?

 

«Ho sognato che la mia donna veniva e mi trovava morto

(strano sogno che permette a un morto di pensare),

e suscitava coi baci sulle mie labbra una tale potenza

di vita da farmi rivivere: ed ero padrone del mondo.

Ahimè! Quanta dolcezza si prova nell’amore,

se soltanto le sue ombre sono così ricche di gioia».

 

Il gioco di realtà e sogno svela il proprio trucco, questo sì infinito.

E nella trama d’un amore tanto potente quanto quello non consumato tra due giovani splendidi, angariati da conflitti ingenerati prima del loro stesso concepimento, si sprigiona una forza sinistra e magnetica.

È il dilemma di eros e thanatos. Nel saggio a questo dedicato da Freud nel 1920, (L’interpretazione dei sogni data 1899) il padre della psicoanalisi riconosce che «sembrerebbe proprio che il principio di piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte».

Un movimento profondo che Shakespeare, molti secoli prima, – la composizione del Romeo e Giulietta viene fatta risalire al 1592/93 – esplicita e mette in scena “fuori”, invece, dando nomi, suggestioni, incanto. E un’infelicità così assoluta che seduce assai più di una happy end.

Perché alla fine poi l’amore è dazione e privazione. Ma solo l’ultima ci rinnova quel senso di paradosso che appunto sta là, tra l’infinito, stregato quanto impotente bagliore delle stelle.

Allora, ecco, sì, cosa ci converrebbe? Cercare la verità a ogni costo o accontentarci di finzioni?

Immaginare e attendersi l’impossibile?

Dov’è la verità, dove la suggestione?

Forse tutto dipende da quel solito vizio di prenderci per dio, anche in amore.

 

 

Cronaca d’un flop editoriale?

Ebbene sì. Checché ne dica la storia successiva.

In quel 10 aprile del 1925, quando Scribners manda sugli scaffali delle librerie americane Il Grande Gatsby, smalto e successo non arridono.

La profezia dell’autore viene contraddetta. Resta deluso l’indebitato Francis Scott Fitzgerald, che s’attende “il botto”. Lui, che aveva predetto come una certezza che se ne sarebbero vendute almeno 75mila copie quel primo anno, deve piegarsi all’evidenza: a fatica si raggiungono le 20mila copie, ripagando appena i costi di stampa e pubblicazione.

Non se ne capacita, il “vecchio” Scott, nato nel 1896, ma già consumato dai vizi e dalla vita. Sei anni prima, ha “sbancato” con Di qua dal Paradiso, che di copie ne ha vendute altrettante, ma in una settimana.

Questo “rifiuto” di Gatsby è un’autentica rovina. Ha fame di denaro per mantenere la vita “al limite” che conduce con la folle, splendida e devastata moglie Zelda.

Invece il successo latita, i critici si accaniscono. La prima recensione, uscita appena due giorni dopo la pubblicazione, titola “L’ultimo disastro di F. Scott Fitzgerald”. La redattrice del Brooklyn Eagle che firma il pezzo non fa sconti e garantisce di «non aver trovato in tutto il libro neanche una traccia di magia, di chimica tra i personaggi, di ironia, romanticismo, di vita insomma».

Né le sorti infami sarebbero mutate prima che Fitzgerald partisse per il “grande sonno”, nel 1940 a soli 44 anni, portando con sé l’insicurezza e la frustrazione d’una asimmetria incomprensibile tra il suo occhio narrativo e la fame dei lettori.

Ma è l’editoria, Bellezza.

L’ombra aleggerà, ingravidando il mito nel mito, facendo poi impennare le vendite. La fantasia collettiva galoppa, infatti, scortica la barra rigida dei tempi. E la fiaba infelice stregherà.

Quel seme insinuato, quella “corruzione” dell’immaginario sedimenta e cresce. Nessuno potrà più vaneggiare una “pubertà dorata”.

L’amore ammorba, l’amore avvelena, l’amore rende megalomani, e d’una solitudine spaventosa.

Madame Bovary, al confronto, sembra quasi una crocerossina.

Questa, la sinossi “liofilizzata del romanzo:

«Un ricco mercante di ferramenta all’ingrosso narra che un gangster, raffinato di gusti e romantico di temperamento, si trasferisce in una villa di Long Island, un sobborgo lussuoso di New York, e vi organizza feste favolose. Lo fa per impressionare una sua ex fidanzata, sposata ora a un miliardario che ha una relazione con la moglie del garagista. Il garagista sorprende la moglie, la quale per sfuggire alla sua vendetta corre fuori di casa e viene investita e uccisa dalla moglie del suo amante».

E qui mi fermo.

Anzi qui “faccio fermare” la voce della grande Fernanda Pivano, che di questo riassunto è artefice, ma se proseguissi verrei lapidata per consumato reato di spoiler.

Resti il mistero per chi ancora non l’ha letto. Con qualche avvertenza.

Sui luoghi, e uno soprattutto: la villa di Gatsby. Si tratta della “Colonial Revival” costruita sul “Lands End”, ultimo appezzamento di terra sul Long Island Sound, uno dei gioielli della Gold Coast, composta di oltre 1.400 ville coloniali edificate a partire dal 1890 per ospitare le famiglie dei titani dell’industria a stelle e strisce.

Ma nel 2011 esce la notizia sui giornali: la villa verrà acquistata e distrutta. Al suo posto, cinque residenze di lusso destinate ad essere messe in vendita a 10 milioni di dollari l’una.

Anche i sogni si ridimensionano nell’America della crisi.

E tutto ha un costo, un prezzo, pure i grandi personaggi.

Allora perché non accettare l’offerta top secret della società immobiliare 4B Realty, autorizzando la demolizione dell’elegante residenza sull’Oceano dove negli anni Venti e Trenta soggiornarono Winston Churchill e i fratelli Marx ?

Almeno la storia – di carta – nessuno può toccarla.

Tranne l’autore, s’intende.

Ma Fitzgerald il manoscritto l’avrebbe ritoccato, eccome, prima della stampa.

A fronte della profezia del successo del libro, infatti, aveva rivelato di doverci ancora mettere mano.

Intanto non lo convinceva il titolo. All’editore lo stesso Fitzgerald presentò una serie di titoli alternativi, con l’intento di convincerlo a cambiarlo: Among the Ash-Heaps and Millionaires, Trimalchio in West Egg, Gold-Hatted Gatsby, The High-Bouncing Lover, On the Road to West Egg Under the Red, White and Blue. (Meglio che non sia stato ascoltato…)

Né l’incipit sul protagonista. Avrebbe voluto cominciare dal passato “innocente”, quello dell’infanzia. E aveva deciso di inserire, come prologo al romanzo, un racconto dedicato al ragazzino che bazzica il Midwest, cresciuto nella morsa di un cattolicesimo punitivo.

Ma poi le pagine scompaiono. Escluse, divengono un mini racconto, dal titolo Absolution, pubblicato nel giugno 1925, e ignorato. E il “Gatsby bambino” archiviato.

Su di lui prende piede invece quell’adolescente James Gatz, figlio di poveri contadini del Nord Dakota, che fugge dalla famiglia convinto di poter trasformare se stesso e costruirsi una nuova identità. Ma lo incastra la passione. D’una ragazza, poi donna. Lei, solo lei.

Nonostante soldi, ricchezza, quell’ossessione, insonnia. Appunto di possesso.

È il sogno americano.

E la sua perdizione. Che invade i pensieri, e gli schermi. Con l’adattamento del 2013, il quarto, e il viso stregato di Leonardo Di Caprio.

Identificazione riuscitissima. Un ologramma strabico e ammiccante, dal potere iridescente, dove proprio la perdizione gioca il ruolo di calamita. Tenendoci così perdutamente “incollati” al fuoco fatuo della rovina in nome del primo amore.

Silvia Andreoli

don giovanniNon c’è indulgenza di giudizio con i grandi amatori. Comunque li si prenda, appaiono sempre esagerati. Figurarsi poi se dal sentimento si scivola al sesso. D’un tratto le parole si fanno acuminate. E ci si scopre a essere – tutti, immancabilmente- degli irrefrenabili bacchettoni.

Scrive Giovanni Macchia: “Si disse che l’amore è un’invenzione del XII secolo. Ma nel Seicento s’inventò l’erotismo con tutte le sue degenerazioni e la sua follia: s’inventò Don Giovanni”.

Seicento, secolo di Inquisizione, caccia alle streghe, dagli all’untore. E che sia peste o invece passione, la differenza è minima: entrambe sono contagiose.

Nato da un gesto forse di ribellione alla paura, da quella cosmogonia della morte che ha soffiato per secoli sull’Europa, Don Giovanni muove i primi passi in questo humus che mischia magia popolare ad alta teologia, che scende negli anfratti d’una caparbia teoria del demonio che possiede il corpo, e lo rapisce.

A tenerlo a battesimo, nel 1631, Tirso de Molina, non a caso religioso, drammaturgo e poeta della Spagna del siglo de oro, che ne fa il protagonista dell’opera in versi El Burlador de Sevilla.

L’apertura è diretta. Intrigo e desiderio alla corte di Napoli, dove il bel Juan seduce e getta il disonore sulla duchessa Isabela, scappa verso la Spagna, fa naufragio, sarà salvato e accolto dalla pescatrice Tisbea, che riceverà in cambio di nuovo quell’amore dei corpi tanto ambito quanto esecrato dalle parole.

Sarà il primo, indelebile atto d’una serie di sequel o prequel scritti per mani differenti, tutte “grandissime”, attratte da questa fama, che traduce anche una fame, una lotta, una battaglia. Contro l’indifferenza della carne? A favore del piacere femminile? Antesignano d’una battaglia che non demorde, nemmeno ora, tra rispettabilità e ingordigia di passione?

Una battaglia, questo è certo.

Che sconfigge con il numero iperbolico di donne godute e appagate, l’ horror vacui, quella cosa che ha suono di morte: la depressione, ch’è termine nuovo, e stonato. Più intrigante, melancolia, che dentro c’ha tutta la Grecia, e l’Antica Roma, molta alchimia e zero Prozac.

Ateo, pragmatico, artista nel senso più cristallino del termine, Don Juan si staglierà nell’universo dell’immaginazione come l’eroe che non cerca null’altro che l’erotismo per affermare d’esistere.

Dunque una sorta di anti-eroe: siamo fatti di carne, e forse è vero, diventeremo polvere. Ma intanto godiamocela, questa macchina che possediamo. Ed è un godimento sovrano, che, come l’arte stessa, da sé comincia e in sé si conclude.

Don GiovanniL’arte per l’arte, diranno i manifesti nei secoli a venire e con lui il corpo diventa arte e poesia.

Quale miglior mezzo che un gemito di piacere? Fa sapere don Giovanni, che un gemito è alfabeto per chi comprende. E cosa racconta? Che l’inferno sta in mezzo, non in basso, né opposto dell’altissimo. L’inferno è rimanere in panchina. A guardare anime pie o empie sfilare su una passerella che porta da un lato all’altare dall’altro al patibolo.

Sono i gesti a creare la geografia di un uomo, sembra raccontare don Giovanni. E le mappe vanno scrutate, studiate. Ma il giudizio non è di questa terra, sembra volerci dire.

E infatti Tirso de Molina non lo fa finire bene. Perché con l’inganno una statua lo trascinerà all’inferno. Ma quello che a noi rimane è la sua abilità nella seduzione. Gli uomini vorrebbero imitarne, a parole almeno, le armi e le arti mentre le donne avvertono brividi scendere oltre il lecito ardire. Guance di porpora, sogni che scottano. Don Giovanni appare tra gli specchi, le stoffe, sono segreti da non dire nemmeno in confessionale. S’insinua sotto pelle.

Attraverserà il secolo XVII, arriverà al XVIII, per l’ascesa assoluta. Alla consacrazione penserà Mozart.

Ständetheater. Praga. 1787. 29 ottobre.

Wolfgang Amadeus, énfant prodige della musica eccelsa, spinge le porte ed entra. Sotto braccio ha la partitura del suo Don Giovanni ossia il dissoluto punito. Della stesura del testo poetico si è occupato Lorenzo Da Ponte, che calca i toni sull’ostinata forza a non pentirsi (forse illuministica ribellione alla trascendenza).
L’anti eroe risplende. D’un romanticismo scintillante.

Com’è firma di Mozart, dramma e commedia s’intrecciano. Cos’è la vita d’altra parte se non una farsa serissima?

Il pubblico esulta.

È nata una stella.

Comincia un’altra epoca per don Giovanni. Una nuova scansione del tempo. Lo riprenderanno Molière e Lord Byron, Puskin, Saramago, tanto per citare i “grandissimi”.

Ma sarà icona per tutti quei piccoli invisibili amanti di provincia, per i “draghi” delle balere, per i forsennati del liscio. Sarà il modello della trasgressione e dell’indecisione, la scialuppa di salvataggio dei più invasati, degli insoddisfatti, degli “allergici” ai legami.

E tuttavia questo non fa di lui (come qualche pessima psicoanalisi applicata alla letteratura ha provato a dimostrare) un narcisista fallito, un egoista, un prototipo da odiare per quelle Donne che amano troppo di una certa manualistica intossicante. Piuttosto una coazione al piacere che, se approvata da controparte, può diventare persino sublime e strepitosa.

C’è della follia in questo? O è follia ciò che combatte i crismi sociali?

A ben guardare, non esiste conservatorismo più puro in una società che in ciò che riguarda matrimoni, relazioni, e camere da letto. Un conservatorismo cui fa da contralto il pruriginoso bisbigliare da beghine, che tanta ricchezza ha portato all’industria del pettegolezzo.

Magari allora un poco ci si deve rassegnare e piegare lo sguardo, e l’orecchio, e concedere che forse sì, non è morale nel senso più tradizionale del termine, ma… Carezza i sensi oltre l’umano sentire, e fa sentire uniche, unici, e straordinarie, straordinari.

Manca, è ovvio, sempre un ingrediente: la verità.

Ma esiste verità in amore? O non diventa il terreno assoluto dei segreti e delle interpretazioni? Non lo cerchiamo per quello?

E se l’amore diventa un ideale cui tendere (perennemente sfuggente), appare impossibile opporsi alla constatazione che non uno ne esiste, ma infinite espressioni, molteplici sfaccettature e dunque un potenziale infinito di donne, e di uomini cui dedicarsi. È un altro tipo di sapienza quella a cui giunge Don Giovanni, non è ‘malattia’, semmai guarigione, da una sapienza che non è funzionale se non all’adattamento.
(Ma solo Darwin era convinto che l’essere umano fosse fatto per adattarsi all’ambiente).

Silvia Andreoli

 

Anni trascorsi a scuola, dalle elementari all’università a spaccarci la testa, consumati dalla noia e dall’impossibilità, scientificamente dimostrabile oggi, di memorizzarla tutta…

Ei fu. Siccome immobile,

Dato il mortal sospiro,

Stette la spoglia immemore

Orba di tanto spiro,

Così percossa, attonita

La terra al nunzio sta…

Lunga come la fame, incomprensibile a qualsiasi italiano nato dopo il 1821 (ma forse anche prima), pedante tanto che a confronto i Promessi Sposi sembrano Io&Annie di Woody Allen.

Ma per capire Napoleone, ci hanno detto, bisogna leggere “il” Manzoni, che la scrisse di getto, quella poesia, appena apprese della morte del primo Imperatore di Francia; e che cercò di far rivivere, in chi leggeva, i tormenti del suo animo e il travaglio della sua improvvisa conversione. Bugia.

Se vogliamo davvero capire Napoleone, e non solo ripassare a memoria le date delle sue storiche gesta, se vogliamo entrare tra le pieghe del suo animo, dobbiamo ascoltare  ‘O surdato ‘nammurato, la più famosa canzone napoletana composta nel 1915, a meno di cento anni dalla morte del grande condottiero, dal poeta Aniello Califano.

Perché ancor prima, o meglio durante, le sue famose e gloriose “campagne”, Napoleone è stato un uomo innamorato. Disperatamente innamorato.

A testimoniarlo, le famose Lettere a Giuseppina, pubblicate per la prima volta dai Fratelli Fabiani nel 1834 e poi da Rusconi nel 1982.

 

Napoleone sposa Giuseppina de Beauharnais il 9 marzo del 1796.

In realtà la “bella creola” (era nata nella Martinica) si chiamava Marie Josèphe Rose de Tascher de la Pagerie, era la vedova del visconte di Beauharnais, Alessandro Francesco Maria, generale rivoluzionario ucciso durante il Terrore; era madre di due figli e mantenuta di diversi amanti, tra cui Barras che la presentò a Bonaparte col preciso intento di scaricarla. E aveva sei anni più del secondo marito (Emmanuel Macron fa notizia solo per chi non ha memoria: sei anni alla fine Settecento equivalgono a ventiquattro oggi).

Quel soprannome “terone” gliel’aveva affibbiato lui, geloso del primo nome sussurrato da troppi amanti, e forse già inconsapevole “soldato innamorato” (come altro potrebbe chiamarsi “o primmo ammore”?).

La sposa con rito civile e per fede le dona un anello smaltato con un’iscrizione: “Au Destin”, al destino.

Pochi mesi dopo il matrimonio parte per la prima campagna d’Italia.

 

«Dappoi che ti ho veduta sento che ti amo mille volte ancor di più.

Dappoi che ti conosco, ogni dì più ti adoro…

Ah te ne prego, lasciami veder qualcuno dei tuoi difetti: sii meno bella,

meno graziosa, meno tenera…»

le scrive il 17 luglio da Marmirolo, e lei lo prende in parola, e non gli nega un dispiacere, dal silenzio al tradimento, vario ma costante.

Ma lui a lei “vola cu ‘o penziero” e a fine giornata le scrive ogni giorno, cosa che molti uomini dotati di smartphone, e seduti alla scrivania dicono di non riuscire a fare. E anche se ha perso duecento uomini e visto morire altri cinquecento in contemporanea, in realtà è “inquieto per non sapere come tu stia, che cosa fai” e la saluta rassicurandola, con un “Amore senza limiti, fedeltà a tutta prova”, che è come dire “Sii sicura e chist’ammore…”.

 

«Ti scrivo molto spesso, mia buona amica, e tu poco.

Sei cattiva, brutta, bruttissima tanto quanto leggera…»

 

È il 17 settembre 1796, e lui si trova a Verona.

Il più grande stratega della storia, come lo ha definito lo storico Basil Liddell Hart, conquista regioni nel Nord dell’Italia in pochi giorni, e intanto non smette di essere passionale, vendicativo, capriccioso come un bambino.

E frigna, dimostrando così di non saper assolutamente come far breccia nel cuore di una donna, diversamente dal giovane soldato napoletano che dal fronte furbescamente esorta: “scrive sempre e sta cuntenta…”, e lei piange disperata…

 

È stato un grande amore, tormentato e sbilanciato come tutti i grandi amori, ha ispirato film e fiction tv e alimentato leggende e pettegolezzi, dalle sue singolari richieste erotiche («Giuseppina sto tornando, non lavarti…») all’infinita questione sulle dimensioni, non geografiche, dell’Imperatore (nel 1972 John K. Lattimer, uno strampalato urologo americano annunciò, con la sicurezza del collezionista che sosteneva di averlo comprato all’asta, aggirarsi sui 4,5 centimetri). 

L’amò molto, la tradì forse per disperazione (almeno all’inizio), la lasciò per motivi dinastici (non gli aveva dato un erede, come invece farà Maria Luisa d’Asburgo-Lorena pochi mesi dopo il matrimonio) ma continuò a scriverle anche dopo il divorzio, avvenuto nel 1809, e a pagarle gli infiniti debiti. 
E forse anche ad amarla un po’. 
C’è della tenerezza, nella perfida riga finale di una delle ultime lettere datate 1813:

 

«Addio amica mia, scrivimi che stai bene. Si dice che tu sia ingrassata come una fittaiola di Normandia».

 

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