“Non mi sposo perché non mi piace avere della gente estranea in casa”. 

Alberto Sordi aveva fatto di questa battuta un suo mantra personale e chissà che penserebbe degli oltre quindicimila estranei che hanno già prenotato una visita per ammirare la sua villa, situata alle radici dell’Appia Antica, di fronte alle Terme di Caracalla. Un’occasione unica per entrare nell’intimità di questa icona del cinema italiano, a cento anni dalla nascita (Roma, 15 giugno 1920-24 febbraio 2003).

Per la prima volta, a inizio aprile, le numerose sale (oltre il giardino e il Teatro dei Dioscuri) saranno protagoniste della mostra Alberto Sordi 1920-2020, per scoprire abitudini, passioni e segreti.

Il grande attore romano comprò villa Druso (dal nome della via in cui sorge, progettata negli anni Trenta dall’architetto Clemente Busiri Vici) sottraendo l’affare a Vittorio De Sica che era già in trattativa. Appena la vide, infatti, se ne innamorò. Lui aveva i contanti, mentre De Sica, che aveva appena perso una somma folle al gioco, no. Il contratto fu presto fatto. Era la primavera del 1954 e da allora divenne il suo rifugio.

Ad accogliere i visitatori è il raffinato teatro-sala di proiezioni, ricavato dalla legnaia, proprio all’ingresso. Camerini in maiolica blu, il sipario firmato da Gino Severini, un pianoforte a coda e sculture qua e là di Andrea Spadini. Ovunque dominano i velluti, dai divani e poltrone del salotto – verde bottiglia, broccati fantasia fiorati – fino alle tende, passando per le sedie settecentesche in sala da pranzo. Anche le porcellane occupano gran parte dello spazio: una gran parete di multicolori uccelli di porcellana cinese poggiati su mensole dorate in legno scolpito, tra barocco e rococò.

Nello studio al primo piano, sulla mensola del camino, anch’esso barocco, spiccano in sequenza i premi che l’artista ha ricevuto durante la sua lunga carriera: undici David di Donatello, quattro nastri d’argento, il Leone d’Oro di Venezia alla Carriera nel 1995 e il Leone speciale del 1959 per La Grande Guerra, un Orso d’argento da Berlino, sei Grolle d’oro, sei Vittorie alate. E ancora chiavi simboliche di città, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa.

Appoggiata su una libreria, una targa che fa sorridere, con la scritta: “A ogni uomo che nasce, il destino assegna una donna; la felicità sta nel riuscire ad evitarla per tutta la vita”. E Sordi pare esserci riuscito, anche se ha frequentato sempre donne belle e affascinanti. Tra queste Silvana Mangano, ritratta con lui in un magnifico scatto in 
bianco e nero; Andreina Pagnani; l’attrice austriaca Uta Franz (che aveva avuto il ruolo di Elena di Baviera nella trilogia di Sissi con Romy Schneider) con la quale, si racconta, avrebbe dovuto sposarsi, cosa che non avvenne mai. Terrorizzato, infatti, mandò un suo amico dai genitori di lei, che allora aveva 19 anni e Sordi 34, come ambasciatore per questo messaggio: ”quest’anno non possiamo sposarci perché siamo molto occupati”.
Nel 1989, fu ospite di Enzo Biagi al programma Il Fatto. Il giornalista gli domandò che cosa avessero rappresentato le donne per lui e Albertone riassunse il suo pensiero: «Alle donne devo tutto. Devo la vita, perché io sono stato molto corteggiato. Facevo il ballerino di fila con quarantadue ballerine che venivano da tutto il mondo. Ho bruciato le tappe della sessualità. Sono sempre stato circondato da donne ma non ho mai avuto la necessità di una compagna».

Al pianterreno si trova anche una sala che racchiude un po’ di tutto: una cyclette dei primi Novecento Rossel, una libreria ricca di volumi d’antiquariato, due scaffali di testi di storia del teatro, attrezzi in legno da palestra alla parete, una sella meccanica per misurare la resistenza. Quest’ultima, si narra, servisse per divertenti gare serali tra amici, anche con Anna Magnani.

Incredibile il suo guardaroba infinito, dove a predominare sono i colori della terra, dal beige al tabacco, al testa di moro. Un cassetto pieno di guanti, anche quelli nella stessa tonalità e decine e decine di scarpe, quasi tutte in marrone.

Curiose, pure, le numerose bottiglie di liquori e vini ancora integre, spesso ricevute in regalo. Molte sono rare perché prodotte da aziende che non producono più. Tra gli altri pezzi imperdibili, una sterminata collezione di telefoni Sip-Siemens con il disco numerico, simbolo dell’Italia del benessere, uno per ogni stanza, persino nel bagno poggiato su un tavolino verde, accanto al water.

Sordi aveva molta fede e tracce del suo fervore religioso si ritrovano ovunque. Sul comò, in evidenza una sua foto con Giovanni Paolo II e una riproduzione della Madonna del Divino Amore. In cucina si legge: «Dove c’è la Fede c’è l’amore/ Dove c’è l’amore c’è la pace/ Dove c’è la pace c’è Dio/ Dove c’è Dio non ci sono le pene». In giardino, dietro la piscina, c’è una Madonna in ceramica bianca alta un metro, con un’aureola di stelle, incastonata in una piccola grotta. Lì si recava a pregare ogni mattina. Proprio di fronte alla statua della Vergine Maria, c’è anche il cimitero dei suoi amati cani. Qualcuno ipotizza circa una ventina di tutte le razze che negli anni gli tennero compagnia.

E per celebrare questo mito cinematografico, ad aprile arriva in tv, Permette? Alberto Sordi, film diretto da Luca Manfredi (figlio di Nino e testimone di incontri tra suo padre e Albertone), con un eccezionale Edoardo Pesce nel ruolo del giovane Alberto. Racconta i suoi esordi, l’amicizia destinata a durare nel tempo con il giovane Federico Fellini, che da lì a poco lo dirigerà ne Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni (sua la pernacchia più celebre del cinema italiano!). Un film che sintetizza i vent’anni in cui Sordi è diventato l’Albertone nazionale, l’uomo che – come disse Ettore Scola – “non ci ha mai permesso di essere tristi”.


alberto sordiQuando l’8 marzo 1978 uscì nelle sale Ecce bombo di Nanni Moretti, gli spettatori si chiesero: «Ma davvero ci siamo meritatati Alberto Sordi?». Ancora oggi la frase dell’alter ego di Moretti, Michele Apicella, ogni tanto ritorna, incombente. Eppure, Moretti non usò il plurale, anzi, di spalle al pubblico, se la prese con un tizio in un bar che aveva osato dire: «Rossi o neri… tutti uguali».

È qui che Apicella-Moretti scatta: «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi, eh? Te lo meriti Sordi, te lo meriti» urlando mentre viene accompagnato rudemente fuori dal bar. Per una sorta di resipiscenza collettiva, quella frase la rammentiamo, però, al plurale.

E allora, ce lo siamo meritati? Sì, nel bene e nel male.

Se oggi fosse qui, Sordi non faticherebbe a ricordarci chi siamo. Giorni fa, per esempio, un deputato è riuscito a formulare una meravigliosa – soltanto perché involontaria, sia chiaro – battuta: tronfio e compreso nel ruolo dell’offeso, l’onorevole, apostrofato come «ignorante» da un anziano politico, ha recitato la parte del “lei non sa chi sono io”, affermando di aver sporto denuncia e di possedere «quasi due lauree».

Neanche Sordi – col grande sceneggiatore Rodolfo Sonego – avrebbe partorito una battuta tanto fragorosa. Si sa, avverbio fuori luogo, parte lo sghignazzo: “quasi” due lauree, un capolavoro di “sordianità”. A Roma direbbero: “Se n’è uscito ar naturale”, così come Albertone rimproverava la moglie Giovanna Ralli nel film Costa Azzurra.

E che dire del “denunciato”? Dare dell’ignorante a quel deputato è una forzatura figlia dell’arroganza: trattasi del politico che nei bei giorni che furono si scappellò in lodi patrie nominando tali “Romolo e Remolo”.

D’altra parte, non è stato proprio Sordi a sdoganare l’arroganza e la protervia del potere? Forte con i deboli e debole coi forti, l’italiano-sordiano è un compendio di difetti, tic, malesseri stravaganti, scuse immotivate mai richieste, giustificazioni che finiscono per accertare le colpe, paure degli “altri” perché nemici del tran tran quotidiano, incapacità di decidere e programmare, ostentazione della scaltrezza a danno dell’intelligenza, vigliaccheria, mendacia e spergiuro.

Ora, fra tutte queste qualità, cercate a caso un politico che non ne possegga almeno qualcuna e solo allora si potrà dimostrare che non ci meritavamo quel Sordi lì. Perché poi, nel mondo reale c’era un altro Sordi, occultato sapientemente, quello vero, lontano dai personaggi costruiti con l’abilità dell’osservatore acuto e critico, ancorché astuto e accondiscendente con loro.

Aurelia Sordi, la sorella, quando mi accolse in quella villa (che i romani, orgogliosi, mostravano ai turisti «Quella è la villa d’Alberto»  neanche fosse il Colosseo) mi mostrò le stanze dove l’attore visse con lei e l’altra sorella, Savina, svelando com’era in privato. Così scoprii che l’Albertone dei film, pigro, indolente e menefreghista, aveva fatto costruire una palestra dove la cyclette e il punching ball sono ancora lì, in bella mostra, perché l’Alberto della realtà si sottoponeva tutti i giorni a esercizi fisici per poter dare il meglio sul set.

E all’Albertone crasso ignorante e arrogante corrispondeva un Alberto che amava saggi di teatro e di storia perché va bene essere informati, ma forse è meglio anche farsi un po’ di cultura. Lui, che non aveva “quasi” due lauree ma conosceva bene Romolo e Remo, ricordava Aurelia «ai giornali preferiva i libri. Soltanto una cosa non mi piaceva di mio fratello: pretendeva che alle 13.30 fossimo tutti a tavola, e in silenzio, perché c’era il telegiornale».

Quanto all’eccesso di protagonismo dei suoi petulanti personaggi, fu dalla grande Franca Valeri che ascoltai il complimento più bello: «Era un professionista rispettoso. Non come certi colleghi che sgomitavano per togliere la battuta al partner. Lui, semmai, faceva un passo indietro perché tutti potessero avere la giusta ribalta». Conferma che ebbi anche da Ettore Scola: «Serissimo e umile, uno dei pochi ad arrivare sul set conoscendo le battute e la sceneggiatura a memoria». La bravura di Sordi stava lì, nella capacità di mostrarci personaggi “adulterati” facendoci credere che anche lui fosse così.

E noi ci siamo meritati lui o quei personaggi così cialtroni e imbelli? Sì, è vero, era un papalino democristiano ma ciò non è per forza una colpa. Va be’, era parsimonioso ma lasciò milioni a una fondazione che porta il suo nome e si occupa d’assistenza agli anziani, lui che recitava da cinico sprezzante e delle donne in età diceva “le vecchie” mentre agli uomini sopra gli anta dava da mangiare “le cocce delle noci”.

Sempiterni, invece, sono i suoi personaggi. Quante volte si è scritto di dirigenti calcistici come di copie maldestre di quel Benito Fornaciari presidente del Borgorosso Football Club, che compra Omar Sivori per accontentare i tifosi? E quanti presunti vip paiono sul punto di esplodere in un «Io so’ io e voi nun siete ’n cazzo» se incalzati da una domanda intelligente?

E che dire di quei politici che ricordano l’ottuso Agostino del film Il moralista? Al sabato manifestano per l’unità della famiglia, alla domenica in chiesa, contriti e pii, poi dal lunedì al venerdì… ostriche, champagne e amante! Senza contare i vari medici della mutua, venditori d’armi, impiegati, maestri di canto, esaminatori di concorsi pubblici e decine di altri ancora. Un popolo di ex borghesi piccoli piccoli ridottosi a scimmiottare il peggio di Albertone anziché ricordare il meglio di Alberto.

E che Sordi sia stato un grandissimo attore lo dimostra la sua capacità di recitare con “pezzi” di corpo. Non aveva la fisicità debordante di Gassman o quella marionettistica di Totò e neppure l’infantilità ricercata di Benigni.

alberto sordiMa gli bastava un particolare per disegnare un carattere: un occhio da vendere ed eccoci a Il boom; un accenno di baffetti e arriva Mafioso; una faccia lunare da Pierrot e trionfa Lo sceicco bianco; una gamba di legno e sopraggiunge il mitico “zoppetto”; i capelli tinti di biondo e c’investe l’estenuante compagnuccio della parrocchietta; un sorriso ingenuamente gioioso e ci domina Il dentone; un braccio piegato a ombrello («Lavoratoooriii…») e I vitelloni sono tra noi.

Un eroe della scorrettezza nei riguardi di anziani, bambini, donne, stranieri, disabili, accompagnata dall’ossequioso inchino per i potenti di turno, i cardinali con l’anello proteso, i padroni in grisaglia che non lo degnano di uno sguardo.

E se non c’è questo, ecco l’altra faccia dello Strapaese, occhi velati di malinconia nel perdente bastonato: Detenuto in attesa di giudizio, Bello, onesto emigrato Australia…, Una vita difficile, Un borghese piccolo piccolo.

C’è tutta la nazione nei film di Sordi, nel bene e nel male, anche l’Italia più contraddittoria e tragica, come quella del soldato Oreste Jacovacci che mostra, ossimorico, il coraggio di essere vigliacco e di non voler morire per la Patria (La grande guerra). Per questo ancora oggi, a quasi 15 anni dalla scomparsa di Alberto, i suoi personaggi riemergano – ahinoi – nella realtà, come zombie di Albertone.

Così, non resta che chiederci se sia davvero passato più di mezzo secolo da quando un Nando Meniconi qualunque si giustificava piangendo di fronte al giudice («A me m’ha rovinato la guera») al cospetto dei vari Albertoni odierni che si vantano di avere “quasi” due lauree.

Manuel Gandin