alberto sordiQuando l’8 marzo 1978 uscì nelle sale Ecce bombo di Nanni Moretti, gli spettatori si chiesero: «Ma davvero ci siamo meritatati Alberto Sordi?». Ancora oggi la frase dell’alter ego di Moretti, Michele Apicella, ogni tanto ritorna, incombente. Eppure, Moretti non usò il plurale, anzi, di spalle al pubblico, se la prese con un tizio in un bar che aveva osato dire: «Rossi o neri… tutti uguali».

È qui che Apicella-Moretti scatta: «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi, eh? Te lo meriti Sordi, te lo meriti» urlando mentre viene accompagnato rudemente fuori dal bar. Per una sorta di resipiscenza collettiva, quella frase la rammentiamo, però, al plurale.

E allora, ce lo siamo meritati? Sì, nel bene e nel male.

Se oggi fosse qui, Sordi non faticherebbe a ricordarci chi siamo. Giorni fa, per esempio, un deputato è riuscito a formulare una meravigliosa – soltanto perché involontaria, sia chiaro – battuta: tronfio e compreso nel ruolo dell’offeso, l’onorevole, apostrofato come «ignorante» da un anziano politico, ha recitato la parte del “lei non sa chi sono io”, affermando di aver sporto denuncia e di possedere «quasi due lauree».

Neanche Sordi – col grande sceneggiatore Rodolfo Sonego – avrebbe partorito una battuta tanto fragorosa. Si sa, avverbio fuori luogo, parte lo sghignazzo: “quasi” due lauree, un capolavoro di “sordianità”. A Roma direbbero: “Se n’è uscito ar naturale”, così come Albertone rimproverava la moglie Giovanna Ralli nel film Costa Azzurra.

E che dire del “denunciato”? Dare dell’ignorante a quel deputato è una forzatura figlia dell’arroganza: trattasi del politico che nei bei giorni che furono si scappellò in lodi patrie nominando tali “Romolo e Remolo”.

D’altra parte, non è stato proprio Sordi a sdoganare l’arroganza e la protervia del potere? Forte con i deboli e debole coi forti, l’italiano-sordiano è un compendio di difetti, tic, malesseri stravaganti, scuse immotivate mai richieste, giustificazioni che finiscono per accertare le colpe, paure degli “altri” perché nemici del tran tran quotidiano, incapacità di decidere e programmare, ostentazione della scaltrezza a danno dell’intelligenza, vigliaccheria, mendacia e spergiuro.

Ora, fra tutte queste qualità, cercate a caso un politico che non ne possegga almeno qualcuna e solo allora si potrà dimostrare che non ci meritavamo quel Sordi lì. Perché poi, nel mondo reale c’era un altro Sordi, occultato sapientemente, quello vero, lontano dai personaggi costruiti con l’abilità dell’osservatore acuto e critico, ancorché astuto e accondiscendente con loro.

Aurelia Sordi, la sorella, quando mi accolse in quella villa (che i romani, orgogliosi, mostravano ai turisti «Quella è la villa d’Alberto»  neanche fosse il Colosseo) mi mostrò le stanze dove l’attore visse con lei e l’altra sorella, Savina, svelando com’era in privato. Così scoprii che l’Albertone dei film, pigro, indolente e menefreghista, aveva fatto costruire una palestra dove la cyclette e il punching ball sono ancora lì, in bella mostra, perché l’Alberto della realtà si sottoponeva tutti i giorni a esercizi fisici per poter dare il meglio sul set.

E all’Albertone crasso ignorante e arrogante corrispondeva un Alberto che amava saggi di teatro e di storia perché va bene essere informati, ma forse è meglio anche farsi un po’ di cultura. Lui, che non aveva “quasi” due lauree ma conosceva bene Romolo e Remo, ricordava Aurelia «ai giornali preferiva i libri. Soltanto una cosa non mi piaceva di mio fratello: pretendeva che alle 13.30 fossimo tutti a tavola, e in silenzio, perché c’era il telegiornale».

Quanto all’eccesso di protagonismo dei suoi petulanti personaggi, fu dalla grande Franca Valeri che ascoltai il complimento più bello: «Era un professionista rispettoso. Non come certi colleghi che sgomitavano per togliere la battuta al partner. Lui, semmai, faceva un passo indietro perché tutti potessero avere la giusta ribalta». Conferma che ebbi anche da Ettore Scola: «Serissimo e umile, uno dei pochi ad arrivare sul set conoscendo le battute e la sceneggiatura a memoria». La bravura di Sordi stava lì, nella capacità di mostrarci personaggi “adulterati” facendoci credere che anche lui fosse così.

E noi ci siamo meritati lui o quei personaggi così cialtroni e imbelli? Sì, è vero, era un papalino democristiano ma ciò non è per forza una colpa. Va be’, era parsimonioso ma lasciò milioni a una fondazione che porta il suo nome e si occupa d’assistenza agli anziani, lui che recitava da cinico sprezzante e delle donne in età diceva “le vecchie” mentre agli uomini sopra gli anta dava da mangiare “le cocce delle noci”.

Sempiterni, invece, sono i suoi personaggi. Quante volte si è scritto di dirigenti calcistici come di copie maldestre di quel Benito Fornaciari presidente del Borgorosso Football Club, che compra Omar Sivori per accontentare i tifosi? E quanti presunti vip paiono sul punto di esplodere in un «Io so’ io e voi nun siete ’n cazzo» se incalzati da una domanda intelligente?

E che dire di quei politici che ricordano l’ottuso Agostino del film Il moralista? Al sabato manifestano per l’unità della famiglia, alla domenica in chiesa, contriti e pii, poi dal lunedì al venerdì… ostriche, champagne e amante! Senza contare i vari medici della mutua, venditori d’armi, impiegati, maestri di canto, esaminatori di concorsi pubblici e decine di altri ancora. Un popolo di ex borghesi piccoli piccoli ridottosi a scimmiottare il peggio di Albertone anziché ricordare il meglio di Alberto.

E che Sordi sia stato un grandissimo attore lo dimostra la sua capacità di recitare con “pezzi” di corpo. Non aveva la fisicità debordante di Gassman o quella marionettistica di Totò e neppure l’infantilità ricercata di Benigni.

alberto sordiMa gli bastava un particolare per disegnare un carattere: un occhio da vendere ed eccoci a Il boom; un accenno di baffetti e arriva Mafioso; una faccia lunare da Pierrot e trionfa Lo sceicco bianco; una gamba di legno e sopraggiunge il mitico “zoppetto”; i capelli tinti di biondo e c’investe l’estenuante compagnuccio della parrocchietta; un sorriso ingenuamente gioioso e ci domina Il dentone; un braccio piegato a ombrello («Lavoratoooriii…») e I vitelloni sono tra noi.

Un eroe della scorrettezza nei riguardi di anziani, bambini, donne, stranieri, disabili, accompagnata dall’ossequioso inchino per i potenti di turno, i cardinali con l’anello proteso, i padroni in grisaglia che non lo degnano di uno sguardo.

E se non c’è questo, ecco l’altra faccia dello Strapaese, occhi velati di malinconia nel perdente bastonato: Detenuto in attesa di giudizio, Bello, onesto emigrato Australia…, Una vita difficile, Un borghese piccolo piccolo.

C’è tutta la nazione nei film di Sordi, nel bene e nel male, anche l’Italia più contraddittoria e tragica, come quella del soldato Oreste Jacovacci che mostra, ossimorico, il coraggio di essere vigliacco e di non voler morire per la Patria (La grande guerra). Per questo ancora oggi, a quasi 15 anni dalla scomparsa di Alberto, i suoi personaggi riemergano – ahinoi – nella realtà, come zombie di Albertone.

Così, non resta che chiederci se sia davvero passato più di mezzo secolo da quando un Nando Meniconi qualunque si giustificava piangendo di fronte al giudice («A me m’ha rovinato la guera») al cospetto dei vari Albertoni odierni che si vantano di avere “quasi” due lauree.

Manuel Gandin

 

 

 

Clarinettista promettente – una carriera “stroncata” da un esordiente Lucio Dalla, rivale e grandissimo amico, che gli rubò la scena nella Doctor Dixie Jazz Band con il proprio talento – Giuseppe Avati, in arte “Pupi”, venne folgorato sulla via di Damasco dalla visione di di Federico Fellini: sarà in quel momento che, comprendendo la differenza tra passione e talento, deciderà di diventare regista.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna, trova lavoro presso una società di prodotti surgelati, accumulando i soldi necessari (non molti) per finanziare il suo primo lavoro dietro la macchina da presa, intitolato Balsamus, lo sguardo di Satana (del 1969).

Da allora ne ha fatta di strada. Si trasferisce a Roma per tentare la carta del cinema vero.
Carta vincente, visto che il 3 Novembre festeggia 80 anni e ben cinquant’anni di carriera in piena attività: sta lavorando a Il Signor Diavolo (tratto dal suo ultimo romanzo, edito da Guanda Edizioni) che uscirà nelle sale nelle primavera 2019.

In coppia con il fratello maggiore Antonio è diventato uno dei registi più solidi, riconoscibili, amati del panorama non solo nazionale. Ha attraversato con coraggio pazzesco i generi cinematografici, fatto l’horror, fatto un musical. Le atmosfere della sua Bologna, i ricordi e gli aneddoti più interessanti sono al centro di film e libri e intrattengono generazioni di italiani.
Ne Il papà di Giovanna sono state girate delle belle immagini: da via S. Vitale alle Torri del XII secolo Garisenda e Asinelli. La scena dell’acquisto dell’abito di Giovanna per la festa a casa dell’amica Marcella è stata girata nell’opulenta via Farini, ancora oggi una delle vie più ricercate per lo shopping come la vicina Galleria Cavour. Durante le passeggiate dei protagonisti per le vie di una Bologna sotto il regime fascista si riconoscono i palazzi storici, i portici nei pressi di via Indipendenza e di via Rizzoli. Ma anche Jazz Band, Il cuore altrove, Cinema!, Storia di ragazzi e ragazze sono altre celebri pellicole che vedono la città felsinea protagonista. Alcuni di queste sono stati di recente restaurate dalla Cineteca di Bologna.

Cosa rappresenta per lei questa città?

Tra me e Bologna, anche se da anni vivo a Roma, c’è una storia d’amore. Qui ho conosciuto la donna della mia vita e ho superato i 50 anni di matrimonio con mia moglie Nicola, così battezzata in onore dell’amato nonno, alla quale ho mentito per avere un primo bacio. Con il tempo è diventata indispensabile per la mia vita, è la donna che mi legge meglio dentro, ma che non ha mai condiviso nulla delle cose che piacciono a me.
A Bologna ho conosciuto l’amicizia, la morte. Tutte le cose più importanti della mia vita sono successe qua. E poi la mia città è stata una delle prime a farmi capire quanto il denaro sia importante. Soprattutto nel settentrione del nostro paese “conti per quello che hai, quello che possiedi è la misura di quanto vali”.

Nei suoi film c’è sempre un lieto fine. Lei crede nell’amore eterno?

Quando sono andato in Rai a proporre la mini fiction Un Matrimonio, che voleva raccontare in tema autobiografico sia il rapporto dei miei genitori che il mio in oltre 50 anni, l’allora direttore di Rai Fiction, Agostino Sacca, mi disse: “ma allora vuoi fare un film in costume?”, perché è sempre più raro avere dei rapporti duraturi nel tempo. Io mi illudo che esista un sempre, “sempre” è la parola che mi piace di più.

Un filo conduttore delle sue pellicole è stata spesso la rivalutazione dell’ingenuità.
Quanto contano i sogni per lei?

Io non ho mai perso la speranza, mentre i giovani di questa società moderna sono portati ad arrendersi subito. Invece, vorrei che i ragazzi credessero che anche per loro può esserci una possibilità. Io trovo terapeutico stare con loro mi danno sempre stimoli nuovi, soprattutto quelli che dimostrano di credere in qualcosa. E vorrei che dai miei film imparassero che il nostro Paese non è solo negatività e che occorre reagire.

È credente?

Io voglio essere credente che è una cosa diversa. La ragione ci indurrebbe a non esserlo, ma io vado in chiesa a pregare Dio di esistere. Non ho più fede, invece, negli esseri umani

Tra i tanti attori e attrici che hanno lavorato con lei, chi è il suo o la sua inaffondabile?

Mariangela Melato. Era il 1968 e stavo lavorando al film Aiutami a Sognare (1980), stavo facendo i provini per il ruolo di Zoe, una bionda come Grace Kelly. Arriva una sconosciuta e dice: “La mia amica non è potuta venire e ci sono io per sostituirla”. Ero furibondo e l’ho mandata via. Lei mi ha aspettato fuori al freddo sino a sera. La cosa mi ha fatto intenerire e le dico di preparare la parte. La mattina dopo cominciamo a fare il provino mentre lei recita, io sento che sta mettendo tutta la sua verità, mi viene il magone.
Le chiedo il suo nome: era Mariangela Melato.


jackie brown«Ho la sensazione di dover ricominciare sempre tutto da capo – disse Jackie – e, prima che me ne accorga, non mi rimarrà più nessuna scelta. Sarò incastrata con la vita che riuscirò ad avere».  

E te la immagini un po’ come la descrive Elmore Leonard in Punch al rum, il romanzo da cui è stato tratto il film di Tarantino, e un po’ ci aggiungi qualcosa di tuo. E se sei un uomo, la ami e la temi come Max Cherry, ex poliziotto titolare di un’agenzia di prestiti per cauzioni; e se sei una donna…
Be’, se sei una donna, ti domandi: ma io ce la farei? Ma non a fare da corriere per un trafficante d’armi, quello è solo un artificio narrativo, ce la farei a cambiare il corso della mia vita?

Riuscirei a liberarmi da quell’incastro che toglie qualsiasi possibilità di scelta?

Sarei capace di fregare tutti quelli che sono pronti a fregarmi? E sono più bravi e referenziati, perché lo fanno per lavoro e perché sono uomini, e quindi da sempre abituati a sopraffare…

Perché sono queste le domande che Jackie solleva.

E se non le solleva, allora resta soltanto un film minore di Quentin Tarantino, che segue fedelmente una sceneggiatura a prova di grande schermo, destinato a restare schiacciato da Le Iene e Pulp Fiction e Kill Bill 1\2. 

Leggere il libro che ha ispirato il film può, poi, davvero generare un certo sconforto, perché scopri che Tarantino non ha aggiunto granché, tranne che cambiare cognome e colore della pelle alla protagonista (la Jackie del romanzo è bianca e bionda, e di cognome fa Burke) e ritoccare il finale, e che Leonard è un bravo scrittore di genere, ma niente di che.

Ma se ti soffermi un attimo tra le parole scritte e i primi piani di Pam Grier, se non ti lasci travolgere dalla furba turn-page technique di Leonard e l’irresistibile gigioneria cinematografica di Tarantino allora ti si apre quel piccolo mondo che alcune donne custodiscono.

«Mi lascio coinvolgere da situazioni che so che possono essere difficili, e ci entro a occhi spalancati, con gli occhi ben aperti, e poi mi ritrovo a dover escogitare un modo per uscirne (…) Ma sai qual è la cosa che mi ha stancato più di ogni altra? Sorridere. Fare la parte della persona gentile».

Apparentemente sembra che stia parlando del suo lavoro di hostess d’aereo, ma in un romanzo nulla avviene per caso e neanche in un film, men che meno se dietro la macchina da presa c’è Quentin Tarantino. Il ragazzaccio di Hollywood ha voluto lei, Pam Grier, icona sexy del genere blaxploitation (b-movie per il target afro-americano di grande successo negli Anni Settanta), poi caduta nel dimenticatoio del feroce star-system anche a causa di un tumore, e ha cambiato cognome alla protagonista del romanzo in omaggio a Foxy Brown, il personaggio che la consacrò in quegli anni. La avrebbe voluta già in Pulp Fiction, ma la produzione decise diversamente, poi Quentin è diventato un intoccabile del cinema americano e nessuno ha osato più contraddirlo, e per fortuna.

Perché è lei, con la sua bellezza matura, quello sguardo disincantato sul mondo e una sensualità consapevole e imperfetta a fare di un personaggio di genere, la donna che incarna tutte le donne.

Jackie non è solo una dei tanti protagonisti dei romanzi di Elmore Leonard che vivono in una terra di mezzo tra la rispettabilità e la galera, il lavoro e il malaffare; è una donna che si è stufata di fare, e quindi di essere, ciò che ci si aspetta da lei, e cioè indossare ogni mattina una divisa, pettinarsi, farsi bella, sorridere, dire sempre di sì, mostrarsi affidabile e solerte e occuparsi degli altri.

Ha da poco superato i quaranta, è arrivata al punto di svolta della vita e sa che se non vuole definitivamente rinunciare a se stessa deve cambiare le regole del gioco.

La posta in palio è infatti qualcosa di più dei cinquecentomila dollari da importare illegalmente in America: è lei, la sua libertà da tutti gli incastri in cui la vita l’ha intrappolata, la sua determinazione a costruire il futuro, a partire da subito. Per farlo, non deve più avere paura di nessuno: né della polizia né della malavita, né del bene né del male. E neanche di quella naturale attitudine che le donne hanno a innamorarsi, fidarsi e affidarsi a un uomo. 

E qui Tarantino compie il sorpasso su Elmore Leonard.

Se nel romanzo, infatti, la protagonista e Max Cherry vanno via insieme per iniziare una nuova vita, nel film avviene quello scarto che ti fa capire che stai guardando un capolavoro e che il regista ci ha messo del suo.

«Hai paura di me?», gli domanda quando, come da accordi, passa a prenderlo in agenzia per fuggire in Spagna.

«Un pochino», le risponde Max, indicando con le dita l’esatta quantità.

Si baciano, lei ha un attimo d’incertezza, poi si gira e se ne va.

E mentre guida, lentamente cambia espressione e prende a canticchiare Across 110th Street di Bobby Womack.

E tu sei lì e ti domandi: anche questo faceva parte del piano?

Era un no, quello che voleva sentirsi dire oppure c’è rimasta male come tutte le donne che alla fine s’innamorano sempre?

Jackie Brown si diventa o si sceglie di essere?

Ma lei non ti risponde. Guida e canticchia. Ed è ancora più bella.

N.B. Dopo l’uscita del film, Pam Grier ha dichiarato: «Nel mio finale, io e Max ci diamo un bel bacio, poi un altro, poi ci abbracciamo e lui lascia che a tutte le chiamate risponda la segreteria telefonica. Se ne occuperà più tardi. Spegne le luci, prende le chiavi, viene con me, monta in macchina. Io parto e, all’improvviso, lui diventa una macchinetta fastidiosa che parla di continuo. Io faccio il giro dell’isolato, lo faccio scendere e sloggio via da lì».

A tanto né Elmore Leonard né Tarantino sarebbero mai arrivati.

Anna Di Cagno

mago di ozDove finisce il reale e comincia il fantastico?
Non chiedetelo al mago di Oz, e nemmeno al suo autore.
È stata anzi la poetica della confusione tra l’una dimensione e l’altra a certificarne il plauso incredibile, persino spaventoso.
Quattordici romanzi della saga.
Al ritmo di uno all’anno, dopo il successo del primo, The Wonderful Wizard of Oz, uscito a Chicago il 17 maggio del 1900, con l’editore George M. Hill Company.

Né Baum aveva previsto il successo furioso che avrebbe prodotto.
Lui che, classe 1856, nella “città del vento” s’era trasferito nove anni prima, dopo una serie di attività non propriamente fortunate, s’infiamma e infervora per quel regno inventato, e partorito di slancio, con la stessa seria determinazione dei suoi lettori.

“I miei deliziosi tiranni”, li chiamerà esplicitamente qualche anno. Perché i piccoli accoliti, innamorati del Regno di Oz, riempiranno a ritmo vertiginoso (a pacchi di cinquanta o cento al giorno testimonierà il figlio di Baum) la sua cassetta della posta. Lettere con esplicite domande, richieste per il sequel, dettagli da specificare.

Risponderà lui a tutti, personalmente, consapevole che nulla avrebbe reso più felice lui, da bambino, che ottenere una risposta a firma dell’autore amato. Eppure quest’accoglienza lo esalterà e lo logorerà, intrappolandolo nella sua stessa creazione. “Un tempo mi figuravo davvero come “autore di favole” – dirà di sé- “ma ora sono un semplice editor o segretario personale di un manipolo di giovanotti le cui idee sono come fili che a me spetta intrecciare nella matassa delle mie storie.

Di Oz Baum non si libererà mai.
E nel tempo a venire, fino al momento della sua morte, 19 anni dopo (il 6 maggio), a quello e a quello soltanto si sottometterà. Ma tanto vale almeno comandare l’onda e così lo farà a modo suo.
Dopo alcuni tentativi di deviare e iniziare nuovi mondi, spinto dall’attenzione dei bambini e stimolato dal bisogno di denaro (fame e fama a braccetto), innesterà piani sovrapposti d’utopica, strabica fantasia, conducendo, tra i confini del regno incantato da lui stesso creato, altri spunti, tanto concreti e storici, quanto fantasiosi.

Che cosa c’è di più American Dream di questo?
Riuscirà, lui, in un’impresa cui hanno fallito tanti.
Sarà il creatore del più celebre racconto americano per bambini, ordendo, passo per passo, una forma fantastica specificamente a stelle e strisce.
E dopo le mirabili voci di Peter Pan, Alice, personaggi che non usciranno mai dall’immaginario, tanto meno di chi ha l’inglese come lingua madre, ecco che svetta nel giardino delle Esperidi infantile un autentico genere fantastico d’oltreoceano.
Nessuna soccombenza più, nemmeno nell’immaginazione, al vecchio regno.

S’appresta a penetrare la coltre dei sogni e desideri una Dorothy reale e pragmatica con le sue scarpette rosse che solo la forza devastante d’un ciclone poteva condurre nel cuore d’un regno inventato, dove pure, grazie al suo buon senso e alla pratica azione, saprà farsi Principessa, sconfiggendo streghe, rassicurando leoni, nobilitando omini di latta, spaventapasseri e così imbastendo una nuova mitologia.

Fenomeno Pop?
Narrativa di Serie B?
Diseducativa amorale fiaba senza ideali ed eroi?
Il Mago di Oz fa cadere gli altarini, e accende il Puritanesimo a stelle e strisce. Infatti, nonostante il successo immediato dei numeri, e la sete indomabile di nuovi dettagli che fa fremere il piccolo (in senso di età) popolo dei lettori, i detrattori non mancano.

Critici letterari in primis, che snobbano Oz perché, a loro dire, poco elevato. I puritani contestano una mancanza di guida spirituale, l’esaltazione di una qualche mollezza codarda, l’inservibile ruolo dell’utopia pasticciata in salsa animalista e animistica (oggetti e cose, come bestie e materia parlano, ragionano, discorrono).
E poi c’è il fronte accanito dei bibliotecari. Già, loro, che devono scegliere, scartano i titoli di Baum. Non li vogliono, li combattono.

Non basta, però, ad arrestare l’ascesa d’un genere e d’un meccanismo.
Il Mago di Oz incanta e persuade, fa sorridere e domandare.
Domandare, quanto meno agli adulti, nell’infinita radiografia delle pagine: ma che cosa mai c’è dietro? Dietro al velo, alle ombre, alle invenzioni?

Certamente c’è Baum, che s’è messo in gioco senza risparmiarsi. Che assorbe, scandaglia, prende, usa, distorce.
Attinge dal reale per creare il fantastico e s’avvede, d’un tratto, però, anche, che il fantastico ha preso in scacco il suo, di mondo, e appunto il confine non ha nessuno spessore.
Così lui, genero di una delle più famose suffragette nonché femministe americane, sedotto dalla grandezza della Chicago World’s Fair che il 1° maggio 1893 apre i battenti e sancirà 27 milioni di visitatori, intreccia alti ideali e dettagli scintillanti. Apprende ogni caratteristica della Città Bianca, inaugurata alla fiera e ne farà lo scenario per la sua Città di Smeraldo.

Comporrà ostili differenze e ingenue capitolazioni.
Mischierà, cadrà anche in apparenti contraddizioni che pure nel regno del fantastico non si risolvono in un fallimento, semmai in una nuova logica e spinta per procedere oltre.
Non solo: il Mondo di Oz è pieno di femmine, eroine coraggiose, tutte assai più capaci dei maschi. E soprattutto, ribelli e determinate, faranno scolorare il potere modello macho man, ridicolizzandolo.
Ma più che con un Baum femminista sembra di avere a che fare con un attento osservatore del reale, di ciò che accade lì, fuori, nelle strade, e d’un artefice paziente quanto minuzioso della trasposizione di questo nel suo regno, e dunque seguendo logiche e strategie, dettagli, colpi di testa, invenzioni assolutamente particolari.
A dimostrare insomma che la vera arma della fantasia non è nell’ignorare ciò che accade davvero, ma traslarne semi e forze, dopo un’accurata cernita, e quindi trasfigurarla secondo un capriccio serio serissimo come sanno testimoniarlo solo i piccoli, fedelissimi lettori.

Qualche intoppo , nondimeno, si verifica.
In Italia, per esempio, Il meraviglioso Mago di Oz “sbarca” (appena prima degli Alleati) nel 1944. Sarà però solo con gli anni settanta che affermerà il suo potere d’influenza, grazie ad un susseguirsi di traduzioni. Eppure non ci si discosterà dal primo.
Per il pubblico italiano Oz è un libro e un libro soltanto.
Né è stata necessaria alcuna censura o un’attività caparbia di blocco da parte delle biblioteche, com’è accaduto invece in USA.
Gli altri tredici volumi della saga non sono arrivati, o meglio si tentò con tre, ma il fuoco fatuo si spense prima ancora di mandare una misera scintilla. Un vuoto che ha indotto i pochi curiosi che si sono addentrati a interrogarsi sulla ragione a rispondersi che si sarà trattato di un sequel di tono minore.

Niente affatto.
Perché nelle pagine che seguono al primo volume, le invenzioni sono incantevoli. Dal Libro della Storia, fatto di pagine bianche che si scrivono contemporaneamente all’accadere degli eventi nel mondo reale, all’Orecchio della Montagna, che capta i segnali della catastrofe imminente, sia Borges che Orwell che gli scienziati all’avanguardia avrebbero di che gioire.
E poi chi non se li è trovati addosso, almeno una volta, gli occhiali verdi che filtrano la realtà per volere del più cialtrone dei maghi impostori del mondo o quelle scarpette rosse che Judy Garland, vestendo i panni di Dorothy, rese mitiche, nel film del 1939, con la regia del celebre Victor Flemming, che quello stesso anno firmò il colossal campione d’incassi Via col vento?
Né si commetta l’errore di credere che abbiano perso la loro funzione. Sono necessari, invece, per arrivare, magari zoppicando, oppressi da un attacco di vigliaccheria o dal terrore di non sapere amare, là, Somewhere over the rainbow. Basta non smettere di cercare.

 

Silvia Andreoli

rita levi montalciniCon quel profilo aristocratico e i capelli candidi non sembrava la persona più adatta a incarnare il prototipo della rivoluzionaria. E invece doveva esserlo, visto che ai giovani predicava: «Ribellatevi! Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi». Non a caso Primo Levi l’aveva definita così: «Una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa». 

La nostra Marie Curie, che nel 1986 vinse il Nobel per la scoperta del fattore di accrescimento della fibra nervosa (Nerve growth factor o NGF), era nata a Torino il 22 aprile 1909 (lo stesso giorno di un altro grande vecchio, Indro Montanelli), da genitori ebrei sefarditi. Ma, come lei stessa ha dichiarato, essere ebrea non fu mai motivo d’orgoglio né d’umiliazione: «Non sono ortodossa, non vado mai in sinagoga. Sono totalmente laica, non ho ricevuto alcuna educazione religiosa. Mio padre ci diceva: siate liberi pensatori». E in un’altra intervista ammise: «Invidio chi ha la fede. Io non credo in Dio. Non posso credere in un Dio che ci premia e ci punisce, in un Dio che ci vuole tenere nelle sue mani».

Indipendente, caparbia e “ribelle” deve essere stata fin da piccola, almeno a dar credito ai suoi racconti: «Mio padre aveva deciso che mio fratello doveva andare all’università, mentre le sue tre figlie erano destinate alle scuole femminili per affrontare il ruolo che spettava loro di future mogli e madri. Alla donna, da bambina, nell’era vittoriana, si insegnava a essere graziosa e gentile. Che ingiustizia. Ne ho sofferto moltissimo. Mi sentivo inferiore da ogni punto di vista, intellettuale e fisico. Intellettualmente il mio idolo era Gino, il fratello più grande, mentre Paola, la mia gemella, era molto portata per l’arte. Tra loro due ero come il brutto anatroccolo, perennemente giudicata e inibita da un padre severo, che mi incuteva timore”.

“Ogni suo desiderio doveva essere esaudito. È stato questo a farmi decidere di non sposarmi mai. Avevo tre anni quando ho pensato: da grande non farò la vita che sta facendo mia madre. Mai avuto più alcuna esitazione o rimpianto in tal senso. La mia vita è stata ricca di ottime relazioni umane, lavoro e interessi. Non ho mai sperimentato cosa volesse dire la solitudine». Dichiarazione assolutamente confermata da questo aneddoto: «La prima volta che andai in America, mi chiesero chi fosse mio marito. Non erano abituati a una donna che conducesse la sua vita di studiosa da sola. “I’m my own husband”, sono il marito di me stessa, risposi. Non capirono. Pensarono non sapessi l’inglese».

Nella sua autobiografia, Elogio dell’imperfezione (1988) la scienziata svelò anche come da adolescente volesse fare la scrittrice, ma che a vent’anni i suoi interessi cambiarono: si iscrisse alla facoltà di Medicina, laureandosi nel 1936. Tra i suoi colleghi di studio c’erano Salvatore Luria e Renato Dulbecco, anch’essi futuri premi Nobel; insieme frequentavano i corsi di un grande biologo, Giuseppe Levi, studioso di istologia.

Nel 1938 il governo fascista approvò le leggi razziali contro i “non ariani”. Rita Levi-Montalcini andò in Belgio ma due anni dopo rientrò a Torino. Dopo numerose difficoltà e peripezie (non potendo frequentare l’università, allestì un piccolo laboratorio in camera da letto, nell’appartamento al civico 10 di corso Re Umberto) e dopo essere scampata a un’epidemia di tifo, nel 1945 riuscì a riprendere le sue ricerche.

Nel 1947 fu invitata negli Stati Uniti dal professor Viktor Hamburger, biologo della Washington University di St. Louis, che le offrì di proseguire insieme i suoi studi sul sistema nervoso embrionale dei vertebrati, argomento allora ancora poco studiato. Alla partenza pensava di tornare a casa entro qualche mese, ma a St. Louis trovò un clima scientifico molto vivace e tornò in Italia definitivamente soltanto nel 1977.

Nel 1951 osservò per la prima volta l’effetto esercitato dal trapianto di un tumore di topo sul sistema nervoso dell’embrione di un pulcino. Quel fenomeno, fu chiamato Nerve Growth Factor: «Ci arrivai con la fortuna e l’istinto. Conoscevo in tutti i dettagli il sistema nervoso dell’embrione e ho capito che quello che stavo osservando al microscopio non rientrava nelle norme. Una vera rivoluzione: andava, infatti, contro l’ipotesi che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni. Per questo decisi di non mollare».

Quando le telefonarono da Stoccolma per annunciarle il riconoscimento stava leggendo un giallo di Agatha Christie. Vestita di raso nero, modello Capucci 1986, andò a ricevere il premio più ambito da uno scienziato con la grazia e l’eleganza di una regina. E da quel giorno divenne una vera icona pop.

Negli ultimi anni della sua lunghissima vita (103 anni) udito e vista erano calati, ma usava uno speciale visore che ingrandiva le parole di libri e giornali. Mangiava una sola volta al giorno e dormiva due ore per notte: «Di giorno leggo e lavoro. Di notte penso», svelò. Chi non vorrebbe un cervello così?

Marina Moioli


charles scultzQuando si dice il genio: creare un fumetto con protagonisti bambini di non più di 10 anni, ambientato in un mondo di adulti dove gli adulti, però, non compaiono mai. I piccoli, però, pensano, agiscono e riflettono le loro (nostre) nevrosi. Loro sono i Peanuts, il genio è Charles Monroe Schulz, colui che li ha creati.

Uno dei fumetti più innovativi, sia come tratto grafico sia come contenuti, che ancora oggi – a distanza di diciassette anni dalla sua ultima apparizione – resta uno dei più amati, letti (e riletti) da un pubblico di tutte le età.  Charlie Brown e i suoi amici hanno attraversato tutti i momenti più importanti della storia occidentale, cambiando con il cambiare della società, talvolta persino influenzandola. Quella dei Peanuts è una delle serie più popolari di tutti i tempi, pubblicata per quasi cinquant’anni su 1.600 quotidiani in 75 Paesi del mondo.

Un successo enorme che nessuno nel 1947 – quando i piccoli personaggi vedono la luce – avrebbe mai potuto immaginare di tale portata.

Il giornale che li ospita è il St. Paul Pioneer Press. L’editore offre una chance a Schulz ma bisogna trovare un nome alla serie, così si decide per Li’l Folks, ossia “personcine”. Il fumetto è ancora in fase di gestazione e sperimentazione – soprattutto i caratteri dei personaggi non sono ancora ben definiti – ma tre anni dopo la United Feature Syndicate, azienda leader negli Stati Uniti nelle pubblicazioni di fumetti e colonne editoriali, decide di appropriarsene, e cambia il nome in Peanuts.

A Schulz l’idea non piace affatto. E prova a ribattere: «È ridicolo e non c’entra nulla con i miei personaggi». Poi, visto l’entità dell’assegno proposto e l’occasione irripetibile per farsi conoscere al grande pubblico, decide di accettarlo. E dall’ottobre del 1950 le strisce sono pubblicate sui maggiori quotidiani cominciano a insediarsi nella cultura americana.

All’epoca i fumetti sono stampati soltanto su grande formato per permettere disegni elaborati e dettagliati. La serie dei Peanuts, invece, è proposta con un formato piccolo, pensato in modo tale da impaginare le vignette anche in verticale per farle rientrare in una singola colonna del quotidiano.

Schulz riesce a trarre vantaggio da questa restrizione di spazio, sviluppando un segno sintetico e uno stile scarno e povero di dettagli che fa risaltare al meglio l’essenza di tutti i personaggi, disegnandoli frontalmente o di lato. È la sua forza espressiva che rende la serie inimitabile. I protagonisti i bambini, i “grandi” non compaiono mai; tra di loro c’è poi un cane che pensa, cammina a due zampe, scrive, cucina, gioca come interbase nella squadra di baseball e, soprattutto, immagina e sogna continuamente.

Attraverso loro si ricorda che le paure e le insicurezze infantili non sono molto differenti da quelle degli adulti, tanto che le strisce dei Peanuts sono state definite delle vere e proprie risorse terapeutiche.

Nei caratteri dei personaggi ritroviamo noi stessi: dall’accanita determinazione di Charlie Brown nei confronti della costante sconfitta all’ipocrita irascibilità e arroganza di Lucy; dall’insicurezza di Linus manifestata dall’attaccamento morboso alla sua coperta all’aspetto al naturale e schietto di Piperita Patty; l’odio di Sally, sorella di Charlie Brown, verso la scuola che arriva a parlarci e confrontarsi come fosse una persona; l’introverso Schroeder, che non gioca con nessuno e si isola suonando Beethoven al pianoforte, suo unico amore; il surrealismo, la creatività e la saggezza di Snoopy, cane di Charlie Brown, che vive e dorme sul tetto della sua cuccia e che non teme nessuno se non il “gatto dei vicini”, capace di distruggergli la cuccia con una sola zampata.

In Italia i Peanuts compaiono per la prima volta sulle pagine di Paese Sera (con i nomi dei personaggi tradotti, orrore!) fino a quando Giovanni Gandini e sua moglie Anna Maria, intellettuali progressisti milanesi e fondatori della libreria Milano Libri ne vengono conquistati al punto di spingere la libreria a diventare casa editrice per stamparne le strisce in volumetti.

Le copie vanno a ruba in pochi mesi e assieme agli amici Elio Vittorini, Umberto Eco e Oreste Del Buono decidono di ideare un periodico incentrato sulle strips e chiamarlo “Linus – Rivista dei fumetti e dell’illustrazione” (chiamata così e non Peanuts o Charlie Brown perché più facile da pronunciare e ricordare) che vede la luce nell’aprile del 1965 con l’obiettivo di rivalutare il fumetto come strumento intellettuale.

Schulz ha disegnato ininterrottamente la striscia per cinquant’anni anni, senza avvalersi di assistenti, nemmeno per i testi e la colorazione: un caso raro di dedizione al lavoro, ma anche di originalità e autenticità di stile. Questo fino al novembre del 1999 quando, a settantasette anni, è colpito da un ictus, e pochi giorni dopo gli viene diagnosticato un cancro.

Il 13 febbraio del 2000 annuncia il suo ritiro. E per farlo si affida a una striscia dove si vede Charlie Brown rispondere al telefono, ma è Snoopy che vogliono dall’altra parte della cornetta. Il «ragazzo dalla testa rotonda» dice che il cane più famoso – e umano – della storia dei fumetti non c’è: «No, I think he’s writing», risponde Charlie Brown: credo che stia scrivendo.

Nella striscia successiva, prima scorrono le immagine storiche che hanno reso famosi i Peanuts, poi c’è Snoopy, sul tetto della propria cuccia, con la sua macchina per scrivere, intento a battere i tasti sul foglio bianco.

E si legge: «Cari amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant’anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall’attività. Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l’affetto espressi dai lettori della mia striscia in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… non potrò mai dimenticarli…»

È questa l’ultima striscia di Charlie Schulz, morto esattamente il giorno prima, all’età di settantasette anni, il 12 febbraio 2000. Dopo i Peanuts non sono più esistiti anche perché Schulz ha scritto nel testamento che i suoi personaggi rimanessero genuini e che non si disegnassero nuove strisce basate sulle sue creature.

Così, i bambini dei Peanuts sono morti insieme al loro papà.

Il Times, il giorno dopo la sua morte, pubblica un necrologio che termina con queste parole: «Charles Schulz lascia una moglie, due figli, tre figlie e un piccolo bambino dalla testa rotonda con uno straordinario cane».

Luca Pollini


Coco ChanelAnche se il suo secondo nome in francese significa “Felicità”, a leggere la biografia di Gabrielle Bonheur Chanel – in arte Coco – non sembra proprio che la vita gliene abbia riservata molta. Nonostante la fama planetaria conquistata e la fortuna milionaria accumulata. Lei stessa, del resto, ripeteva sempre: «Sono sopravvissuta al peggio», lasciando intuire di non aver più nulla da temere dopo le tante prove imposte dal destino.

Nella sua lunga esistenza, ottantasette anni, Mademoiselle Chanel ha attraversato tali e tante tragedie e momenti di dolore assoluto che chiunque al posto suo sarebbe finito ko: la scomparsa della madre Jeanne per tubercolosi quando aveva solo 12 anni, la fuga del padre Albert (un venditore ambulante squattrinato di maglieria e biancheria dallo sguardo tenebroso, seduttore impenitente), gli anni in orfanotrofio, il suicidio di due sorelle, l’incidente dell’amato Arthur “Boy” Capel e poi più in là la scomparsa di Paul Iribe, un illustratore con cui stava per sposarsi.

Per non parlare della tristezza e dello sconforto provati in una società che a lungo la considerò solo una “commerciante”. Lei, invece, facendo leva probabilmente su un carattere d’acciaio inox («La forza si ottiene con i fallimenti, non con i propri successi», diceva), ha saputo superare il buco nero della disperazione con la creatività.

Famosa per le battute fulminanti («La moda passa, lo stile resta», «La bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini»), colei che ha rivoluzionato lo stile mettendo i pantaloni alle donne è stata una femminista ante litteram. La donna “liberata” da Coco fin dagli inizi del Novecento si muoveva agile e disinvolta anche in abito da sera, senza lacci e corpetti, perché «la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento».

Icona di stile impertinente e trasgressiva, rivelò: «Ad appena vent’anni ho fondato una casa di moda. Non fu la creazione di un’artista, come si è soliti sostenere, né quella di una donna d’affari, ma l’opera di un essere che cercava solo la libertà». Ammettendo anche che fin da bambina era solita raccontare piccole o grandi bugie per raggiungere i suoi scopi.

Ma qualunque psicologo da strapazzo direbbe che probabilmente Coco Chanel era solo timida e ansiosa e voleva che il mondo l’amasse, a causa della mancanza di amore negli anni dell’infanzia e giovinezza. E che dire del fatto che fu l’unica tra tutti i couturier a bandire l’abito da sposa dalle sue collezioni? Pare ne abbia inventato uno solo, quello indossato dalla sorellina Antonietta, morta suicida poco dopo le nozze.

Mademoiselle Chanel era nata per caso a Saumur, nella Valle della Loira, nello stesso paesaggio in cui Honoré de Balzac aveva collocato Eugénie Grandet, la giovane protagonista di uno dei suoi capolavori. Però considerava l’Alvernia la sua terra d’origine, tanto che amava ripetere: «Sono l’ultimo vulcano dell’Alvernia a non essersi ancora estinto». Il soprannome Coco pare derivi invece dalla canzone “Qui qu’a vu Coco?”, in cui la giovanissima Gabrielle si esibiva in un caffè-concerto di Moulin (ma esistono altre versioni anche riguardo a questo particolare, come esige tutta la “mitologia” Chanel).

Se le biografie agiografiche su di lei si sprecano, in una delle più documentate la giornalista Marie-Dominique Lelièvre si addentra invece nelle vicende oscure di un’esistenza sempre sotto i riflettori: il ricorso alla droga, la bisessualità accennata, il disprezzo per i poveri e gli sconfitti, le accuse di simpatia per i tedeschi e di antisemitismo.

Inventrice di uno stile rimasto unico e nello stesso tempo imitato da tanti, l’ex orfanella Coco si dedicherà al lavoro tutta la vita e con tutte le sue forze. E sarà il lavoro a salvarla dai ricordi.

Negli ultimi anni soffriva l’ossessione delle domeniche, unico giorno di chiusura della sua “maison”. Per riempire il vuoto del giorno festivo andava tristemente a sedersi ai giardini pubblici, insieme all’autista.

Morirà sola, il 10 gennaio del 1971, in una camera dell’hotel Ritz di Parigi, dove viveva in due stanze nude come una cella monacale. Ogni sera, uscendo dai lussuosi saloni di rue Cambon n. 31, era come se tornasse – eterna diseredata – dalle suore del convento di Aubazine (dove ancora oggi accorrono frotte di turisti americani, giapponesi e tedeschi e dove anche lei tornò più volte, a cercare le radici su cui aveva fondato il suo ideale di bellezza e di chiarore). Perché in fondo, come ben ha indovinato Rainer Maria Rilke: «Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada».

Marina Moioli