Sembra di piombare nel bel mezzo della cattura di Gulliver. Con quella sproporzione, che dà lo sguardo esatto alla massa più ampia.

Ma non nel romanzo di Swift ci troviamo, invece nel cuore pulsante e gigantesco dell’opera di Fernando Botero. Lui è “il” pittore e scultore nato a Medellín, Colombia, nel 1932, in quella terra nota al mondo per gli eccessi dei cartelli della droga, raccontati nel tormentone irresistibile di Netflix su Escobar. Fin da bambino s’invaghisce del barocco e di quella grafica opulenta con cui Gustave Doré tradusse in disegno la Divina Commedia.

Ha da subito idee maestose, Fernando. La mano che s’impegna non scarnifica mai, invece aggiunge, riempie, “dopa” i corpi, mischiando la floridezza rinascimentale, che scopre in Italia, nel viaggio che a vent’anni intraprenderà, grazie al denaro ottenuto con il secondo premio  al IX Salone degli artisti colombiani, organizzato presso la Biblioteca Nazionale di Bogotà. Visiterà la Toscana, come meta dopo Parigi, e scoprirà come maestri suoi Giotto e Mantegna, di cui riproduce le opere, con un gioco di copie difformi, e deformi dei capolavori, che allenano la mano, ingolosiscono la sfida. 

Eppure dirà, più tardi, «non aver mai dipinto nulla di diverso dal mondo come lo conosceva a Medellín».

Ed è vero, avrà sempre la Colombia nel cuore. Appena rientrato – nel 1955 sposerà Gloria Zea (poi ministro della cultura) – comincerà ad esporre ricevendo critiche feroci.

BoteroMa continuerà, con quei giganteschi corpi, dipinti a colori tenui o sbalzati in bronzo e marmo. Sarà apologia delle pieghe della carne, esplosione sintattica di culi e guance, e visi immobili. Da cui affiorano sempre occhi d’una quiete pressoché divina. Sono sagge, le creature di Botero, mai sgomente. Hanno occhi che non impallidiscono nemmeno di fronte alla violenza arsa di chi contesta.

Non c’è altra verità che quella del punto di vista. E Botero vuole che il suo sia sempre riconoscibile. Come una firma.

Quel punto di vista, infatti, è coordinata geografica esatta, segnata su una mappa che ha le dimensioni vertiginose della storia dell’arte, prima ancora che un confine di spazio. Tempo invece. Un tempo cui Botero attinge senza sosta, per ri-creare la magia di un corpo che si staglia nello spazio, e muove la lancetta di una bussola immensa, nord sud, est ovest.

Senza possibilità di rinnegarne il peso. La dimensione però, sì.

Perché peso e dimensione sono grandezze difformi. Il primo attiene alla metafisica del corpo. L’altra, al giudizio della gente.

Come accade al Gulliver di Swift, gigante tra i lillipuziani e lillipuziano tra gli enormi abitanti di Brobdingnag. Lui che ci ha con garbo e un’intelligenza profetica ricordato quanto stolti, miopi e presuntosi erano quei Lillipuziani, convinti d’avere talmente tanta testa da non provare alcun bisogno di possedere un corpo. Ebbri della propria intelligenza al punto di rivelarsi più sciocchi degli sciocchi giganti.

Alla fine tutto muta e si rovescia persino, se solo si cambia referente sociale, ambiente.

Eterna lotta tra normalità e outsider. Quella molla che tiene in asse la bilancia, tra l’ipocrisia di “così fan tutti” e l’autenticità di “così son io”.

Viaggerà molto, Botero, fino a diventare “apolide”, (ma la Colombia sempre addosso), armi e bagagli, alter ego di Gulliver che tocca i quattro lati del mondo, per sapere infine (ha scritto Gianni Celati), di “vivere in un’enorme prigione manicomiale chiamata mondo”.

Nel 1963 prende studio nell’East Side newyorkese. Non ne può più degli assalti feroci contro la sua arte figurativa. A fargli compagnia, la passione per Rubens, eccelso classico che lo seduce, dopo l’amour fou per Velázquez.

L’Europa s’interessa di lui. Espone. Germania, 1966. Parigi, 1969. Nella capitale francese si trasferirà nel 1973, fino a che dieci anni dopo sceglie l’Italia, e quella patria del marmo più amato nel mondo: Pietrasanta.

Botero, "La mano"E da lì ormai sono le sue figure che partono e ritornano. Quelle mastodontiche creature d’una strana sapienza, che scatenano reazioni sempre e comunque. E si stagliano nel dibattito ossessivo sul corpo, che tanta parte ha avuto e ha nella moda, nel potere, nel gusto.

Non c’è violenza in loro. Neppure remissività. Né dubbio. Semmai la forza, di una domanda. Che non avvertono loro, ma sollecitano in noi, lì dinnanzi.

È lo sguardo che dilata e restringe?

Nessuna pozione magica, questa volta. Bastano le relazioni a deformare, rovesciare le certezze, anche quelle delle percezioni.

E d’un tratto, a fissarli da vicino, quei corpi enormi emanano una lievità affascinante, una compattezza ch’è sì della materia, ma più ancora della noncuranza, quell’arte filosofica affinata con caparbia fatica di dimenticarsi il giudizio sapido del mondo medio, per sperimentare l’ebbrezza di essere come ci si sente d’essere. Avendo di quella forza, e voglia, e dubbi, dolore magari anche, però, tutta la consistenza.

Silvia Andreoli

http://www.skira.net/books/botero#

 

Claude Monet«Non dormo più per colpa loro».

È il 1925.

Claude Monet morirà l’anno dopo avere scritto queste note, nella sua Giverny, Normandia, dove, fiero, indefesso, ha costruito dal vivo quello che la mente e il pennello partoriscono, poi annullano, cancellano.

Non avrà smesso un istante di crearle e distruggerle.

 

Trent’anni di ninfee. Trecento dipinti, di cui quaranta di grande formato.

Attraverserà ogni evento, due lutti importanti, la perdita della moglie Alice il 19 maggio del 1911 e del figlio Jean il 1° febbraio del 1914.

Ma ogni alba, spesso anche la notte, nei dubbi in cui si dibatte, sarà aggrappato al progetto di realizzarle.

Resta poco del ragazzino sbruffone, scapestrato, annoiato dalla scuola, che vende caricature e si fa pagare, perché sa d’essere bravo, molto bravo.

Terminata l’adolescenza a Le Havre, s’aprono gli anni elettrizzanti a Parigi, in quel caffè di Batignolles, dove incontra Cézanne, Degas, Zola, Renoir, Sisley.

Mischia alla Ville Lumière l’incandescenza d’immagini raccolte nei due anni trascorsi in Algeria, sopporta la miseria degli esordi e la fame sperimentata a Londra, l’incanto di Venezia negli occhi («Venezia è l’impressionismo in pietra», dirà), e il suo nome gira e fa parlare, arriveranno soddisfazioni, riconoscimenti.

Un sollievo soltanto apparente per lui che fin dall’inizio ha scelto di dipingere en plein air. A catturare il mondo come è, la natura come si rivela dinnanzi. Preciso. Attento. Implacabile.

 

Troppi detrattori all’inizio.

La tecnica nella metà dell’Ottocento è inedita e del tutto dirompente, nessun pittore l’aveva mai azzardato prima.

Stordisce. Ma funziona.

Nasce da quel gioco serissimo l’Impressionismo.

 

Eppure non gli basta.

C’è qualcosa che gli sfugge della visione. Una specie di menzogna che s’insinua. Però mentre lo fa, disvela, corrompe.

Forse il mistero è nella luce.

O invece è dentro di lui.

«Quanto più avanzo, tanto più fatico a rendere ciò che sento», ammetterà.

Una distanza che sembra possibile annientare, ma, un istante prima, ecco che tradisce. La fiaba si spezza.

 

Sarà il vortice, un gorgo. Né sa, Monet, ancora che il risultato, d’un tratto, supererà le sue intenzioni. Lo precederà, anzi, travolgendolo. Come è giusto che facciano le creature soprannaturali verso il loro demiurgo.

E soprannaturali queste tele lo sono davvero.

Lo si scopre durante una visita al museo parigino de l’Orangerie, un’esperienza incredibile, un’immersione fisica nelle Ninfee (Imperdibili anche quelle del Musée D’Orsay sempre nella Ville Lumière e strepitoso quello di Giverny, in Normandia, nel buen retiro dove creò dal vivo il giardino d’acqua). 

Guardando quelle grandi tele, qualcosa poi cambia per sempre. Parola di tutti quelli ci sono stati e dopo si sono allontanati lungo i Jardins des Tuileries colonizzati da una strana, impalcabile nostalgia.

Se ne è invasi ed espugnati insieme.

Esperienza da provare, comunque. Molto meglio di una sbornia epica, del “giro della morte” sulle montagne russe, d’una mano a Black Jack o l’ebbrezza del volo con paracadute.

Perché qui la distanza percorsa va misurata dentro, in quella specie di spazio tra anima e mondo, che la struttura ovale delle pareti del museo garantisce.

Ritorno a una vita prenatale, sembra, galleggiando nel liquido amniotico. Nutrimento che fluisce delle otto grandi tele esposte nelle due sale ovali.

Abracadabra.

Lì il Grande Mago supera se stesso.

L’unicità dell’unicum.

Queste piante, classificate tra le idrofite, presentano gemme sommerse o natanti. Un’eccezione alle regole eterne. D’una bellezza intensissima, irreale.

Eppure le chiamò il suo grande errore.

 

«Ho dipinto una infinità di ninfee, cambiando sempre punto d’osservazione, modificandole a seconda delle stagioni e adattandole ai diversi effetti di luce che il loro mutare crea. E l’effetto cambia incessantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un istante all’altro», ammetterà Monet, assicurando di provare comunque un piacere infinito dapprima.

 

Con il tempo, quel piacere sfumerà. Sarà quasi persecuzione.

Perché quelle sirene lo fanno ammattire. Giocano a rimpiattino, come i folletti dispettosi delle leggende nordiche.

 

Giverny sarà estasi e prigione. Luogo e anima. Silenzio e tormento. Ogni goccia distillata dal tempo verrà divorata dalla ricerca di quella visione.

Né smetterà, il grande Mago Merlino, fino alla morte, nel 1926, d’interrogarsi su quel cruccio che, gli pare, lo conduca verso un fallimento, l’impossibilità di afferrare una volta per tutte la verità dell’immagine.

 

Citando Montaigne, nella sua Breve storia della Menzogna Jacques Derrida ricorda che «il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito».

Qui il campo si colora d’acqua. Una distesa a specchio immensa, pronta ad accogliere quella schiera irresistibile di piante che non necessitano del terreno per crescere.

Un paradosso di natura. Che è paradosso dell’arte. Nell’inferno di chi la crea si alza il paradiso di chi guarda. E giorno dopo giorno, dinnanzi alle Ninfee restiamo catturati da un senso di potenza che feconda il mondo. E se è stato un errore, una menzogna, tanto meglio. Vogliamo essere tutti per sempre bugiardi.

Silvia Andreoli


winnie the pooh“Pensa Winnie, pensa…” cosa sarebbe accaduto se tutti avessero saputo, se il tuo dio-padre avesse creato attorno a te il mondo che si portava dentro, se la letteratura non fosse arrivata in tuo soccorso a regalarti una vita da fiaba della buonanotte?

Il miele di cui sei ghiotto forse sarebbe stato Brown Sugar, eroina, quella che uccise Brian Jones nella casa d’infanzia del tuo Christopher Robin (sì: Cotchford Farm, la magione nel Sussex in cui la notte del 3 luglio del 1969 morì il chitarrista dei Rolling Stones, era di proprietà dell’inventore dell’orsetto più dolce del mondo).

E anche tu non te la saresti passata gran bene, con quel tuo modo di parlare atono e vagamente autistico, la tua postura rigida e goffa, e il tuo nome.

Si narra che in principio ti chiamasti Edward, ma poi un giorno Christopher Robin, lo sfortunato figlio del tuo autore, Alan Alexander Milne, venne portato allo zoo di Londra dove vide Winnipeg, un cucciolo di orso adorato da tutti i bambini della città, e tornato a casa, ti ribattezzò.

Il resto, quel trattino e la specifica ‘the-Pooh’, arrivarono in seguito, pare dal nome di un cigno che Christopher vide sempre in compagnia del suo provvido babbo.

Ma nel tuo atto di nascita, il celebre romanzo Winnie-the-Pooh uscito nel 1926 con le meravigliose illustrazioni di Ernest H. Shepard, già il tuo autore seminò un dubbio:

“Ma le sue braccia erano così rigide… stavano dritte per aria per più di una settimana, e ogni volta che una mosca arrivava e si metteva sul suo naso doveva soffiarla via. E penso – ma non sono sicuro – che è per quello che è chiamato Pooh“.

British humor!

Poo è infatti un termine inglese che in baby-slang sta per cacca (da cui la nostra pupù) e l’aggiunta dell’articolo determinativo ‘the’ fa il resto…

Per la serie: la sottile differenza tra Winnie-merda e Winnie-la-merda.

Si dice che tu sia nato dalle fiabe della buonanotte che il tuo creatore raccontava a suo figlio, ma non si dice cosa dichiarò da grande Christopher Robin del suo babbo:

“Alcune persone sono buone con i bambini, altre no. È un dono. O ce l’hai oppure no. Mio padre non l’aveva”.

E infatti lui venne allevato da una nanny e pressoché ignorato da un padre che nonostante lo strepitoso successo della sua creatura, covò pari rancore per non essere stato riconosciuto come opinionista politico e intellettuale di rango, e da una madre distratta e mondana che all’indomani del trasferimento da Londra alla famosa tenuta del Sussex pensò bene di diventare l’amante del commediografo americano Elmer Rice e di trascurarlo ancora più di prima.

Odiava i bambini e con quell’ironia cattiva che solo gli inglesi hanno, trovò il modo di vendicarsi riempiendo i loro immacolati lettini di teddy-bear ‘di merda’ e popolando la loro fantasia di compagni di giochi a dir poco inquietanti, per l’epoca.

Davvero crediamo che A.A. Milne nel 1926 volesse regalare ai suoi contemporanei un manifesto d’integrazione e diversità?

Pochi anni prima Oscar Wilde era stato condannato ai lavori forzati per ‘atti osceni’ (leggi omosessualità) e quasi trent’anni dopo Alan Turing verrà arrestato per lo stesso motivo, senza dimenticare che Winston Churchill alle elementari finì in una classe differenziale perché aveva difficoltà di apprendimento e l’elettroshock era la terapia più usata a fronte di qualsiasi disturbo dell’umore.

Tutto quello che la società dell’epoca rifiutava, Milne lo mise in una fiaba.

E infatti il coniglio Tappo è un maniaco ossessivo-compulsivo che passa il tempo a pulire e mettere in ordine, Pimpi, il porcelletto, veste solo in rosa shocking, è timoroso, balbuziente, facilmente impressionabile e dotato di una sensibilità femminile che ricorda Jacob, il cameriere de Il Vizietto, Tigro, il più virile della compagnia, oggi verrebbe certificato “soggetto affetto da sindrome ADHDe Hi-Ho, il vecchio asino depresso e pessimista che perde continuamente la coda e mangia solo cardi sarebbe sotto Prozac!

Certo, le fiabe devono raccontare di bambini sfortunati e animali più umani degli umani, ma qui forse c’è altro: c’è lo sguardo disincantato dell’adulto che relega il mondo dell’infanzia in un bosco in cui il disagio è norma e l’inadeguatezza è condizione ineludibile.

Christopher Robin, quello vero, non lo spensierato protagonista di quel meraviglioso mondo in cui c’era posto per tutti, dal Bosco dei Cento Acri venne invece spedito a dieci anni in una boarding-school inglese dove fu bullizzato e umiliato secondo la migliore tradizione dei collegi per l’upper class britannica.

“Il costante scherno patito alla Stowe School è stato causa di un imbarazzo che partiva dalla punta dei piedi, faceva mordere le labbra e tenere i pugni chiusi”, dichiarò molti anni dopo.

Ma questo i suoi genitori non lo sapevano o forse lo sapevano e non se ne davano pena, perché era così che doveva essere.

Una volta adulto, Christopher chiuse i rapporti con i genitori e non vide più né loro né i suoi peluche che oggi sono esposti nella New York Public Library e che suo padre diede via nel 1947 senza pensarci un secondo.

Alla sua difficile storia familiare è dedicato il film di Simon Curtis, Addio Christopher Robin in uscita a novembre in Italia.

A noi tutti resterà per sempre quel tenero orsetto ‘di merda’ capace di dire ai suoi sgangherati amici cose del tipo: “Credo che si sogni per non stare distanti a lungo” e di ricordare che “amore è fare qualche passo indietro… forse anche di più, per dare spazio alla felicità della persona che ami”.

Tutto il resto è letteratura. La grande e spietata letteratura per l’infanzia.

Anna Di Cagno


Audrey HepburnAnche se era magra e spigolosa, in controtendenza rispetto alle maggiorate di allora (Marilyn Monroe, Jane Russell, Jayne Mansfield) la più sognata, amata e invidiata attrice degli anni ’50 e ’60 è stata lei: Audrey Hepburn. Un mito condiviso da tutte e da tutti.

Con quel corpo flessuoso da figurina di bisquit (aveva studiato danza classica ma soprattutto aveva sofferto la fame “vera” da piccola) e i grandi occhi da cerbiatta, ha insegnato alle donne l’arte sottile della seduzione e ha cambiato per sempre negli uomini la visione dell’eterno femminino.

L’indimenticabile interprete di Vacanze romane, Sabrina e Colazione da Tiffany possedeva quel mix irresistibile e ineguagliabile di grazia, bellezza, femminilità, sex appeal e innocenza, ma soprattutto di classe e stile che ne hanno fatto un’icona senza tempo.

Non si spiegherebbe altrimenti, a più di vent’anni dalla morte, la “fortuna” intatta che ancora oggi circonda il ricordo della filiforme attrice nata in Belgio il 4 maggio 1929 da una aristocratica olandese (la baronessa Ella van Heemstra) e da un signore inglese (Joseph Anthony Ruston) non troppo raccomandabile, dal momento che era un simpatizzante del nazismo e che abbandonò la famiglia.

Ma chi c’era dietro quel leggendario tubino nero della Cenerentola-Holly inventato per lei dallo stilista francese Hubert de Givenchy (che la definirà “un regalo del cielo”) e quei grandi,impenetrabili, occhiali da sole? Ecco il primo indizio.

Intervistata dopo il successo planetario del film diretto da Blake Edwards nel 1961 ammise: «Sono un’introversa. Interpretare una ragazza estroversa è stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto».

Tanto esile fisicamente quanto forte nello spirito, Audrey Hepburn ha vissuto almeno tre vite. E la prima sicuramente non è stata quella della diva di Hollywood e dell’attrice “secchiona” che si alzava alle quattro di mattina per ripassare la parte, sempre estranea agli stravizi della città delle star.

Lontano dai riflettori del cinema, infatti, Audrey Hepburn era solo una donna romantica. Quasi una casalinga, a volte disperata. Che in tv non si perdeva una puntata della sua serie preferita: Cuore e batticuore. «Per me le uniche cose che contano sono quelle che hanno a che fare col cuore», è una delle sue frasi cult.

Arrivata alla boa dei cinquant’anni, quest’icona di charme e semplicità confidò però di considerarsi un “disastro” nella vita privata. Il perché è presto detto. Alle spalle aveva due matrimoni, con l’attore Mel Ferrer e con lo psichiatra italiano Andrea Dotti, finiti con due divorzi, oltre a varie storie che la fecero soffrire e non le resero facile la vita (soprattutto, dicono le biografie, quelle con Albert Finney e Ben Gazzara).

Solo negli ultimissimi anni, forse, trovò la sperata tranquillità tra le braccia dell’attore olandese Robert Wolders (classe 1936), che resterà al suo fianco fino alla fine. Non è per caso se l’unico posto in cui l’attrice si sentiva a casa (la villa di Tolochenaz in Svizzera, nei pressi di Losanna, dove morirà nel sonno, consumata dal cancro, nel 1993 e dove non si è mai interrotto il pellegrinaggio dei fan sulla sua tomba) si chiamava La Paisible, cioè “luogo di pace”.

Anche se il marito italiano lo ribattezzò malignamente La Pénible (luogo di dolore). Lei, invece, in quel paesino svizzero ci visse beatamente, almeno stando alle testimonianze dei negozianti (il panettiere, il droghiere o il fiorista) che ancora se la ricordano bene e la rimpiangono come una gran dama, democratica e gentile.

Dal Belgio (era nata nel 1929 a Ixelles, un quartiere di Bruxelles, in Rue Keyenveld 48) agli studios di Hollywood, da Roma (dove abitò all’epoca del matrimonio con il medico Andrea Dotti) alla Svizzera (dove si trasferì all’inizio degli anni ’80) fino all’Africa, “l’enigma” Audrey Hepburn si capisce un po’ meglio solo esplorando anche la sua terza vita, quella da ambasciatrice umanitaria dell’Unicef.

Perché se nell’immaginario collettivo sarà sempre la ribelle principessa Anna di Vacanze romane, la frivola Holly Golightly di Colazione da Tiffany o la buffa Eliza Doolittle di My Fair Lady, nella vita reale che aveva scelto, e che si era conquistata a caro prezzo, Audrey Hepburn si dedicava con grande generosità ai bambini a cui le guerre e la fame avevano rubato l’infanzia.

Proprio come era successo anche a lei durante l’occupazione nazista dell’Olanda, ad Arnhem, dove visse dal 1939 al 1945. Durante la carestia dell’inverno 1944, la brutalità crebbe e i nazisti confiscarono le limitate riserve di cibo e carburante della popolazione olandese, che senza riscaldamento nelle case o cibo da mangiare moriva letteralmente di fame o di freddo nelle strade.

Anni dopo, parlando della liberazione, la Hepburn dirà: «L’incredibile sensazione di conforto nel ritrovarsi liberi è una cosa difficile da esprimere a parole. La libertà è qualcosa che si sente nell’aria».

Ed è certamente ricordando le sofferenze di quei tempi se al figlio Luca insegnò che: «Al momento giusto, quel che si è ricevuto si ridà». Una lezione indimenticabile, visto che ancora oggi l’Audrey Hepburn Children’s Fund (fondato dai figli Sean e Luca) si occupa della scolarizzazione nei Paesi africani.

Marina Moioli

Carmen MirandaPuò il kitsch andare a braccetto con l’austero e l’elegante? Può la sottile, intellettuale autoironia sposarsi al popolare? E può soprattutto una biondina portoghese diventare credibile nella parte della mulatta afro-brasiliana? Maria do Carmo Miranda da Cunha, in arte Carmen Miranda, tutto poté, in quegli Anni Trenta, tra Rio e New York. 

Costume da baiana, largo, ampio e già sexy;  bracciali e collane di perline, un grande turbante colorato a raccogliere i capelli; banane e ananas tropicali fieramente esibiti come gioielli, immagine tanto esotica quanto (divenuta) familiare, e imitata, nell’iconologia della star internazionali.

Appena nata nel 1909, figlia di un barbiere e di una lavandaia, Maria do Carmo sbarcò in una Rio de Janeiro povera e fervente, portoghese, negra e già meticcia. Il quartiere della Lapa di giorno è rispettabile, ma di notte, tra malandros, musicisti, magnaccia e, ovvio, puttane, diventa la capitale del vizio: Carmen, devota come solo sanno essere le portoghesi, appare indecisa se entrare in convento oppure aprirsi alla vita. Si aprì.

Grazie alla pelle ambrata, agli occhi verdi, vivi e tentatrici, ai seni prosperosi, ai fianchi larghi, alle gambe ben robuste, e vabbé che importa l’altezza… Per diventare un’icona del proprio Paese, un modello d’esportazione, contano di più quel coraggio che hanno le popolane, quella intraprendenza da povero, quella sfrontatezza che vince la timidezza e la fame – in luoghi che non sono il Brasile chiamano queste virtù diversamente –  contano gli incontri, con musicisti, mentori, impresari.

Conta il fatto che questo Paese, meraviglioso e contorto ama se stesso visceralmente, e il proprio Carnevale ancor di più. Carnevale del 1930, ecco le marcette Iaiá Ioiô e Taí; 1932, esordio al cinema, con un documentario naturalmente sulla festa più popolare del mondo: Carmen diventa Carmen, a pequena notavél, la “notevole piccoletta”, soprannome che l’accompagnò per sempre.

Bella vita, bei posti – Copacabana in primis – una vita di lustrini, di grandissimi, immortali successi per lo più di Ary Barroso – No tabuleiro da baiana (“Nel vassoio della baiana”), Quando eu penso na Bahia (“Quando penso a Bahia”), Na baixa dos sapateiro (“Nella strada dei calzolai”) e, soprattutto, O que é que a baiana tem? (“Che cos’ha di speciale la baiana”), quest’ultima del grande Dorival Caymmi e, inutile dire, di tumultuosa infelicità affettiva.

Lo schema delle canzoni è ripetitivo ma accattivante, i refrain sono i padri dei tormentoni dei nostri giorni: un’enumerazione di riti, di abiti e piatti tipici, con sullo sfondo una coppia di mulatti, maschio e femmina, con tante rime in ioiô e iaiá, espressioni che si usavano a Bahia fin dai tempi della schiavitù. Ecco l’America: ci vuole sempre l’America perché una cosa sudamericana – il tango, per esempio, la bossa nova – diventi famosa, e “spacchi”.  

Negli States Carmen, starlette periferica, diventa la South American girl, la Brazilian bombshell, incarna un Brasile – e una Rio – nei quali in realtà si riconoscono in pochi. Insieme al pappagallo Zé Carioca, suo compagno di cartone, creazione disneyana, Carmen diventa la cartolina dell’alleanza con gli Stati Uniti di Roosevelt (c’era una guerra, e che guerra, in corso).

E già, ci voleva Walt Disney per rendere Copacabana e Carmen dei must internazionali. Nei film Saludos Amigos del 1943 e Os tres caballeros del 1945 Donald Duck danza e interagisce con Zé Carioca  e Carmen Miranda sulle note di Aquarela do Brasil di Ary Barroso: passi di samba che valgono più di mille saggi di sociologia, di mille racconti o reportage.

La celebrazione della malandragem carioca, del gusto della cachaça e della vita, il samba, il tracciato ondulato del marciapiede in pietra portoghese dell’Avenida Atlântica rendono famosa, appetibile, charmosa Copacabana.

Eppure la sua americanizzazione non poteva piacere a un Brasile ancora provinciale e come sempre oscillante tra orgoglio e senso di colpa: troppo folclore, troppa patina, troppi lustrini. L’astro della diva declinò precocemente, tra dolori, amarezze e amori infelici, fino alla morte, avvenuta a Los Angeles, nel 1955.

Il tardivo pentimento – con un milione di fan per l’Avenida Rio Branco di Rio a donare un commovente ma inutile abbraccio collettivo –  non poteva più lenire il dolore per un omaggio che tanto avrebbe agognato in vita. Di lei resta però il calore, e il colore, di una stagione di gloria e di felicità irripetibile per Rio, Bahia, il Brasile tutto…

Ciao, Carmen, e poi un  giorno  dicci per favore O que é que a baiana tem, quel che davvero ha la baiana di così speciale…

Bruno Barba


italo calvinoA paragonarlo a un quadro, nel gioco del “se fosse…”, il dubbio sarebbe tra la Scala Infinita di Escher in Relativity (1953) e una delle rutilanti, ripetitive serie della Marilyn policroma di Andy Warhol.

Perché nessuna scrittura è al contempo più geometrica e oscura, impegnata e trasognata, ma anche ironica e sfuggente di quella di Italo Calvino.

E infatti lo si ama per disparate ragioni e passioni, tutte tra loro in perenne scontro.

Ma il conflitto qui non porta né alla nevrosi, né alla guerra. Semmai trascina in quell’atmosfera esatta della fiaba che ha costruito il regno dei fratelli Grimm a inizio Ottocento, nel periodo esatto in cui, tra la loro azione di compilare – ovvero raccogliere – fiabe secondo com’erano narrate e in uso nelle diverse aree geografiche tedesche, qualcun altro, con analogo spirito, raccoglieva abitudini e consuetudini, per farne i primi corpus di raccolte organiche di leggi.

Fiaba come anticipazione potentissima dei mini-micro mondi virtuali che oggi s’accendono con un pollice. Come specchio dell’incubo anche, incubo sperimentato e conosciuto della grande guerra. La fiaba come evasione e fanta-scienza.

Poco fruttuoso ripercorre alla lettera la biografia dell’uomo Calvino.

Come ha scritto senza giri di parole in risposta a Germana Pescio Bottino, il 9 giugno 1964:

“Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere.

(Quando contano, naturalmente.)

Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra.

Mi chieda pure quello che vuol sapere e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura”.

Basti sapere che ha attraversato il Novecento, nascendo il 15 ottobre del 1923 e morendo il 19 settembre del 1985. Il primo respiro a Santiago de Las Vegas de La Habana, a Cuba, l’ultimo a Siena.

In mezzo, l’infanzia a Sanremo (il padre Mario, agronomo, è originario di lì) e lo scorcio inquieto di quell’adolescenza durante la quale tutt’Italia perderà l’innocenza.

La giovinezza s’affaccia a Torino, dove si iscriverà alla facoltà di Agronomia e conoscerà l’ambiente degli intellettuali antifascisti, la Resistenza, e, durante e dopo la guerra, l’impegno a 360°.

Incarichi, – lavorativi, politici, sociali. Tanti, tantissimi, sempre importanti, qualificati, di rilievo. E luoghi, altrettanto importanti: Milano, Roma, Parigi.

Questo, in soldoni, per terminare l’esercizio arbitrario e sempre imperfetto di circoscrivere, come fosse a matita, o a gessetto, di una vita l’area su carta geografica. Indicando che lì, ecco, ci sta il tesoro.

E che tesoro, questa volta, perché il tesoro sono i libri.

Ma libri che indicarli con una cronologia sarebbe tradirne il senso.

Sono, invece, come si azzardava all’inizio, ciascuno per strade e intrecci differenti, tappe sfuggenti ma concrete, scalini di una scala escheriana che si può salire o scendere senza ordine preciso. Sono, anche, immagini in sequenza warholiana, che annichiliscono mentre rapiscono il senso, gettando in pasto a chi guarda, e legge, l’interrogativo assoluto di cercare le differenze, le sfasature, le impercettibili pieghe dove la vita s’annida e dà lo scarto al senso.  Un senso, ecco l’errore da non commettere, che rifiuta d’essere cristallizzato in un significato univoco, un solo ruolo e potere.

In realtà quel che se ne capisce è che il vero potere si concentra nel rivelare che un ordine, nel tempo, lineare non esiste. Che quella è stata la miglior menzogna dell’Ottocento, ma che, come racconta la topografia delle città invisibili, l’universo spiato da un albero, l’indigestione di funghi d’un prato cittadino, una menzogna era se la si doveva prendere alla lettera.

Diverso invece se la linea del tempo la comincia il “C’era una volta” e termina con il “E vissero tutti felici e contenti”.

In mezzo?

In mezzo ci sta l’uomo, che interroga i destini incrociati, inabissandosi lungo il sentiero dei nidi di ragno, per arrivare in fondo a Eufemia, “la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio” [Le città invisibili, 1972].

In mezzo c’è il vuoto “che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri” [Le città invisibili]. Con quella “Leggerezza”, “Rapidità”, “Esattezza”, “Visibilità”, “Molteplicità” [Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, ] che consentono un acuirsi della libertà, mitologia prima e unica, con cui si possono spaginare gli anni, invertendo la rotta del viaggiatore.

Lo aveva capito, lui, Calvino, con calma, e quella frenesia quieta che danno gli incanti quando assisti al loro dispiegarsi, e li registri, quasi fossero fatti, cronaca. O forse folclore. E lo aveva capito così nel profondo d’avere voglia, d’un tratto, di rivelare dopo il meraviglioso lavoro di raccolta delle Fiabe italiane [1956], per la collana I Millenni di Einaudi, il segreto.

Lo si trova  piccolo, preziosissimo saggio “Sulla fiaba”. Che ammalia più d’ogni incantesimo e pozione:

 

Ogni volta mi pareva che dalla scatola magica che avevo aperto, la perduta logica che governa il mondo delle fiabe si fosse scatenata, ritornando a dominare sulla terra.

Ora che il libro è finito, posso dire che questa non è stata un’allucinazione, una sorta di malattia professionale. È stata piuttosto una conferma di qualcosa che già sapevo in partenza, quel qualcosa cui prima accennavo, quell’unica convinzione mia che mi spingeva al viaggio tra le fiabe; ed è che io credo questo: le fiabe sono vere.

 

E infatti lì nessuna copia è mai uguale all’altra. Anzi, a starci attenti, si scopre che siamo, noi tutti, immancabilmente, e contro ogni evidenza, l’originale irripetibile tassello di quella grande scatola magica.

 

 

Silvia Andreoli


wile e. coyoteIntanto la data: è venerdì 16 settembre 1949 quando va in onda in tv il primo episodio di Wile E. Coyote & Road Runner, cartone animato creato per la Warner Bros da Chuck Jones a quattro mani con lo scrittore Michael Maltese.

Se è vero che a farci ridere sono un coyote e uno che non è uno struzzo ma tutti lo credono tale (si tratta in realtà di un Geococcyx californianus, famiglia Cuculidae dell’ordine dei Cuculiformi, un uccello pernicioso insomma), alla fine per una ragione o un’altra tutti ci leggono una sorta di parabola, la parabola della coppia.

La coppia più autentica e realista d’ogni tempo, in fondo, che debutta in un dialogo muto, attraversato solo dal famosissimo suono, “beep beep”. Condizione, quest’essenzialità di battute, che nessuno mai potrà violare, per tutta la durata della serie.

Il plot è lineare e stabile: la sfida costante, la caccia che aguzza l’ingegno, l’immancabile fallimento e quel “beep, beep” che risuona comunque, parabola di un quotidiano conosciuto. Un successo autentico che dal 1949 al 2004 conta ben 45 corti (6-7 minuti circa), un cortometraggio (26 minuti) e 3 webtoon (2-3 minuti).

Qualcuno parla di Don Chisciotte e mulini a vento, qualcuno filosofeggia sull’ossessività umana e sul bisogno di un obiettivo, altri da buonisti additano la follia della caccia, al contrario.

Tant’è. Ma quel che si disegna davanti, tra risate irresistibili di adulti e bambini, è in fondo uno specchio inconfondibile della diade, la coppia inesorabile degli anni Cinquanta. Né importa che si tratti di uomo e donna, maschio e femmina.

La coppia è anche nello sport, nella politica, nell’economia. La coppia come tesi e antitesi, come protagonista e antagonista. Quella coppia, insomma, che ha cancellato le gerarchie e si fronteggia, magari giocando a gatto e topo, sul piano della capacità e di chi meglio riesce.

Un tratto che appare ancora più evidente quando Wile e BeepBeep si “italianizzano”, insinuando quel botta-e-risposta tipico, persino connaturato, alla coppia sposata, quella che sta al centro delle canzoni di Gianni Morandi, Mina e Celentano.

Qui, dove il divorzio ancora non esiste, le scaramucce domestiche sono all’ordine del giorno e quello passionale è un movente che attenua la colpevolezza.

Qui, dove la tv è ancora un lusso, ma già esiste, e la si guarda come scatola magica parlante, qui dove la voglia d’innocenza ha un gusto più pieno, perché troppi ricordano quello che sta alle spalle, ed è polvere, macerie, guerra, il duetto alla Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio & co. va per la maggiore.

Perché fa da eco alle bizze domestiche, perché mima, come ombre lungo i muri, quei diverbi di chi sta insieme o si dà la caccia, si cerca e si sfugge. L’uno preda, l’altro cacciatore. E guai tentennare nel ruolo prescelto, si scardinano regole e certezze. Non sia mai.

L’Italia e i cartoni della Warner, dunque, con quel pezzetto d’America che non può mancare: il deserto, la dinamite, i prodotti ingegnosi e chimici della A.C.E. E lui, lì, inesorabilmente in prima fila, quel Wile che perseguita ma cade vittima, suo malgrado.

Wile uno stalker?

Piuttosto lo si identifica con l’eterno innamorato. Caparbio, fallimentare e invincibile nella tenacia di quel fallimento. Lui che per riuscire nella sfida, s’accanisce, s’ingegna, e poi sono dolori.

Innamorato d’una rabbia, forse, ma quanti lo sono stati in quegli anni!, quando adocchiavi una ragazza inarrivabile.

Insomma c’è molto in una risata. C’è sempre stato, nell’Italia che fa della comica un linguaggio. Criptico, illuminato.

E illuminato Wile lo è, eccome.

mark twain, wile e coyoteBasti sapere che l’ispirazione del personaggio risulta più che blasonata. Pare strizzasse l’occhio nientemeno che a Roughing it (“In cerca di guai”) di Mark Twain.

Allora ecco che il carnefice si rivela non esserlo poi molto. Semmai un bieco pasticcione. Un furfantello dall’ingegno acuto e dalla sfiga profetica. E se non bastasse, a farci schierare con lui, il persecutore, ci pensa proprio Beep Beep, che simpatico non è.

La sua foga da primatista secchione lo inchioda alla sconfitta più amara, quella per cui gli spettatori, alla fine, parteggiano tutti per Wile.

Ed è così che deve andare, che in ogni diade ci si schiera per l’uno e si fa guerra all’altro, sapendo che in qualche modo si dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Che insomma si può stare nel dissidio tra coscienza (razionale, giusta, morale) e istinto (caparbio, despota e di parte), in quell’assoluto politically uncorrect che è quanto di più infantile, ma pure umano sia rimasto in noi.

Davanti alla sagoma magra e scarruffata di quel bipede dagli occhi gialli e spiritati s’alza la stessa simpatia che si riserva a volte a lupi e streghe delle fiabe. Perché insomma un pizzico di malvagità innocua lasciatecela giocare, ed è assai più liberatoria e catartica che arrampicare le dita su un palmare cercando di sapere se la fashion blogger s’azzuffa con il rockettaro, se il calciatore tradisce una che non si sa nemmeno come si chiama, e tutti impazzano a prendere parti e dimenticare.

La coppia battagliera di Wile e BeepBeep non scoppia nemmeno ora. In amore forse è vero che vince chi fugge e lascia a chi caccia il piacere di inventare.

Silvia Andreoli

sandokan, salgariPrendete la piazza delle Erbe, in un giorno d’agosto. Mettete quel cielo che sembra arrampicarsi lungo la torre dei Lamberti, sfiorando la maestria degli affreschi nel Palazzo Mazzanti, su, fino ai merli che costeggiano un leone in pietra che riprende il simbolo della Serenissima. E lì, a un tavolino qualunque, con tanto di cappello, baffi arricciati a dovere, panciotto, cravattino, bastone, osservate quel gentiluomo di Verona che, annoiato, s’affretta a caccia di pensieri e immaginazioni. Lui che di carriera doveva fare il capitano di vascello, ma s’è scelto il giornalismo. Almeno per far cassa, che il suo mestiere è raccontare.

Se a tutto questo aggiungete una punta di implacabile frenesia, il desiderio che abbranca le vesti, e una sottile rabbia preveggente come di chi già sa che non otterrà tutta la fama che merita, la miscela diventa esplosiva. E sbalza, inciso nel metallo d’una litografia d’epoca, il profilo di Emilio Salgari, demiurgo in chiave popolana dell’altissimo “fattore e padre di questo universo” citato nel Timeo platoniano.

Quest’artefice in carne e ossa ha per prole (narrativa) Sandokan, la splendida Jolanda, e tutta la schiera di pirati e corsari che hanno fatto venire i calli agli indici di intere generazioni, nella foga di girare la pagina, e assorbire la forza e il coraggio del più irresistibile di tutti i mondi lontani d’inizio secolo (il XX).  E la miscela esplosiva per combattere, all’arrembaggio, ogni noia di provincia.

La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversa sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo.

Basta quest’attacco de Le Tigri di Mompracem. E ogni altra cosa scompare.

La matrice d’inizio, d’ogni isola e taverna, è l’aria di questa provincia italiana, dove Emilio Carlo Giuseppe Maria nasce il 21 agosto del 1862. Ha madre veneziana e padre veronese, commerciante, che s’occupa di tessuti e ha negozio nella bella Porta Borsari, dentro le mura.

La vita d’infanzia la trascorre in Valpolicella, tra le colline del vino più pregiato, fino a quando viene inviato a Venezia nell’istituto nautico che dovrebbe istruirlo per diventare capitano.

Ma non era d’indole facilmente addomesticabile, quella sua immaginazione, covava sotto pelle come un morbo o un’ossessione.

A scuola dimostrava svogliatezza, piuttosto “asino” che metodico.

Se ne ritornò a Verona, nel 1881, determinato a fare della sua fantasia un mestiere. E quel mestiere non poteva essere che il giornalista. Presto divenne redattore de L’Arena, rinomato quotidiano locale.

Qualche anno dopo, ogni cosa si alterò.

Morì la madre nel 1887 e il padre, credendosi affetto da una malattia incurabile, si gettò dalla finestra nel 1889.

Tutto da rifare.

Un matrimonio, nel 1891, con Ida Perruzzi, attrice teatrale (e presto folle diagnosticata). Da quel momento comincia una sorta di peregrinare alla ricerca della meta ideale per trovare risposta ai suoi racconti. Ormai già terminati, manca solo l’editore.

Arriveranno dapprima in Piemonte, quindi a Genova, poi definitivamente a Torino, nel 1900, in Corso Casale, prima al civico 298 poi al 205. Di lì può raggiungere in tram la biblioteca civica centrale, roccaforte preziosa di mappe e racconti di viaggi, la linfa vitale della sua produzione.

Che è infinita.

Emilio scrive senza sosta. E ovunque.

“Censite” ottanta opere, più di 200 considerando anche i racconti, ma quello che colpisce è quanti siano i cicli avventurosi, che costruiscono universi a sé stanti, veri e propri mondi autonomi dove i personaggi non si fermano alla carta, ma si radicano a territori particolari e nuovi, evocati attraverso i nomi.

Ma quei nomi non sono geografia, piuttosto una parola d’accesso magica, una formula per iniziati cui viene accordato il privilegio dell’avventura eccezionale.

Quattro i cicli “maestosi”: pirati della Malesia, Corsari delle Antille, Corsari delle Bermude e Far West. Poi gli altri, chiamati minori: Capitan Tempesta in pole position, poi le Avventure in India, Avventure africane, Avventure in Russia, quelle in Papuasia.

Nessun luogo lontano lontanissimo manca dalla carta di Salgari. Forse perché a lui bastava questo, andarsene appunto lontano lontanissimo.

La vita è ben più difficile di quanto avesse atteso. La moglie viene diagnosticata folle, ci sono problemi economici, tanti figli da crescere, sfamare, debiti da pagare. La vita è grigia e soffocante a tratti, dimentica lo smalto incandescente dell’alba sul mare, la forza del vento che saetta, le voci che si perdono, intrecciano altre cadenze. Hanno smania di conquista.

Lì almeno sa d’essere un grande. Un grande tra grandi, grandissimi. Lì, almeno, non c’è nebbia da togliersi di dosso, o paure, frustrazioni. Lì si gioca il tutto per tutto.

Ci si può scannare, far prigionieri, liberare il demone che è uomo, donna, ragazzino, che è cavallo che morde il freno ma non lo farebbe nella prateria più assolata, perché forse la vita è nata per questo, deragliare oltre quello che ci si aspetta, gettare l’ostacolo sempre più avanti e non guardare indietro. Nemmeno a quelli che “fanno le pulci” ai dettagli, che dubitano, loro, burocrati della sordità, nati senza immaginazione. Dio ci salvi dal pernicioso male d’un uomo nato privo di questa facoltà, meglio senza le braccia, le gambe, persino senza le palle, o il cuore.

Ma l’immaginazione. L’immaginazione è libertà, elevazione.

L’immaginazione crea il mondo. Di più anzi, perché è l’impronta della realtà che avanza, una copia carbone del futuro che sta alle porte.

Ma a principio Novecento, terra ancora dell’ottemperanza al concreto, questa abilità veniva relegata nello spazio del sogno, del divertissement.

Troppo impalpabile per darle retta.

Non è un caso allora che si sia parlato troppo a lungo di letteratura per ragazzi.

Certo, le critiche a lui mosse circa la mancanza di attendibilità dei suoi racconti, la sferzante accusa di non essersi mai mosso dallo scranno d’una biblioteca pur parlando dei mari più esotici, e quel dito puntato contro la verità del narrare, sono diventate oggi carta straccia, buona per una filologia di facciata che anziché apprezzare i meriti, scandagli i segugi a caccia di demeriti.

Insomma importa davvero a qualcuno?

Dodici bocche da fuoco, dodici caronade, sporgevano le loro nere gole dai sabordi, minacciando a babordo ed a tribordo, mentre sull’alto cassero si allungavano due grossi cannoni da caccia, destinati a spazzare i ponti a colpi di mitraglia.

E così, con I Filibustieri della Tortue, primo capitolo de Il corsaro nero, ce ne partiamo illesi, felici di non farci altre domande se non: come andrà a finire?

Rimuovendo, non se ne abbiano a male gli ottusi, quella smania di autenticità che pare riconduca dritta dritta alla mancanza d’immaginazione di cui s’è fatta menzione all’inizio.

Silvia Andreoli


gianni breraC’era una volta il calcio e il suo Omero. Che ebbe una vita avventurosa, scrisse diversi libri e anche migliaia di articoli per il Guerino, la Gazzetta, la Repubblica. Lo “spezzatino” era un secondo con patate, e non una maniera per definire il calendario settimanale delle partite.

Alle 15 e 30 iniziava Tutto il calcio minuto per minuto e il risultato del primo tempo lo potevi sapere soltanto se eri lì, al freddo, sugli spalti. Le 19 l’ora fatidica per vedere un tempo (un tempo, e neanche tutto!) della migliore partita della domenica.

Iniziava tutto – tutto –  la domenica alle 14,30, in pieno inverno, alle 15 un poco più in là, all’apparire della primavera, fino alle 16,30 dell’estenuante estate che regalava i verdetti finali. Anni Sessanta, Settanta, Ottanta, era il Campionato, quello con la C maiuscola, quello della Miano in cima all’Europa prima che qualcuno se la bevesse, di “Milan e Benfica che fatica”, di “Eravamo in centomila…” , di “Luci a San Siro” .

A descrivercelo c’erano veri campioni, della radio o della tv: Ameri, Ciotti, Carosio, poi Martellini e un giovanissimo Pizzul. Ma l’aedo della carta scritta – e sì che ce n’erano tanti di scrittori prestati al giornalismo – fu, indiscutibilmente Giuàn Brera fu Carlo: forza espressiva e violenza epica di un narratore orale. Grazie a loro, grazie soprattutto a lui, l’immaginazione dei bambini, appena diventati in grado di leggerlo, si trasformava in passione vera e fatale. Irrimediabile.

“Mago” della penna, il padano di San Zenone Po ci rendeva l’estraneo familiare, ci spiegava il mistero, ci chiariva la leggenda, la trama oscura, unendo cronaca e letteratura, gesti atletici e mito. Come ci manca oggi questo inventore di un linguaggio che univa dialetti e riferimenti letterari, latinismi e stravolgimenti onomastici, immagini espressive e metafore immortali.

Teniamoci forte e non facciamoci struggere dalla nostalgia: Rivera era l’Abatino, Riva Rombo di Tuono, Baresi il Piscinin, Boninsegna Bonimba. E poi c’erano Schopenhauer Bagnoli, Accaccone (da H.H) Helenio Herrera e Accacchino (idem)  Heriberto Herrera: e  chissà oggi, se avesse potuto vedere  Donnarumma, Cassano, Gabigol e le loro gesta.

Certo, “quel Campionato”  veniva descritto senza che questi grandi, tra cui il nostro “sommo”, si mettessero in discussione. Oggi potremmo dire che l’ottica fosse  “etnocentrista”, determinista, in alcuni casi addirittura razzista, con giudizi perentori, e teorie anche biologico-evoluzioniste.

Brera fu un “leghista” ante litteram, esaltatore della razza padana, secondo lui antropologicamente superiore a tutte le altre. Dati i tempi – quelli di allora, non di adesso –  lo si può perdonare: tra le altre, divertenti ipotesi,  sosteneva il primato del calcio “mandrogno”, ovvero alessandrino, citando grandi campioni quali  Balonceri, Ferrari, lo stesso Rivera, nati proprio tra il Tanaro e la Bormida.

Di lui ci manca ancora e ci mancherà sempre  lo spessore lirico, come quando scrisse a Gigi Riva infortunato: “Hai dunque regnato, Brenno ed ora la penisola brulica di vindici Camilli. Se non sei nella polvere, torna impetuosamente fuori…”

O quando, obtorto collo, santificò Dieguito: “Maradona è un divino scorfano con i drammi secolari del crollo: le sue labbra tumide e amare mi danno disagio e mi aiutano a non invidiarlo… ma ha ridato dignità inventiva e gestuale anche alle mani posteriori, divenute volgarissimi piedi da qualche milione di anni.“

Altro che questionare e accapigliarsi con altri giornalisti tifosi, parlando dei sei scudetti della Juve che però non vince le Champions, del lontano triplete dell’Inter, della Roma e del ponentino, del Napoli che gioca bene e che non vince mai e del Milan ritrovato.

E adesso che sta partendo questo campionato (con la c minuscola) 2017-2018, e i giornalisti improvvisano articolesse sulla “griglia di partenza”, su chi ha fatto la miglior campagna acquisti, sui pronostici d’agosto, insomma, varrebbe la pena rileggere quanto scrisse nell’”Arcimatto”, tra i suoi libri meglio riusciti: “Gli imperativi categorici del calcio sono: primo non prenderle (oh yes, sir); centrocampo dotato di fondo atletico; punteros (due o meglio tre) agili e coraggiosi. Se tutto il gioco d’impostazione lo fai fluire al centro, riduci l’angolo piatto del fronte (180°) a un angolo inferiore a 90°. E le signore punte fanno il piacere di rientrare – dopo ogni azione – al centrocampo”.

Allora, ai tempi di Brera (a proposito, 1919-1992), di questo si parlava e così si scriveva, quando Internet, Facebook e Instagram ancora non li avevano inventati.

Bruno Barba

lolita, nabokov, kubrickEra ossessionato dalle farfalle, Vladimir Nabokov. Le studiava, le cacciava, le osservava fino a perdere la vista. Poi le sezionava. Centinaia di campioni di cui isolava macchie su un’ala o la bizzarria dei genitali maschili.

Le disegnava, ingrandendole a dismisura. Ne faceva dei grotteschi, complice la camera lucida annessa al microscopio. Infine imprimeva quella visione a suo modo sulla carta, minuziosamente.

Sarà un compito cominciato presto e mai abbandonato. E lo condurrà a raccogliere le tavole in un volume, Fine Lines. 92 figure in bianco e nero, 36 tavole a colori. Le ultime 25 sono dedicate alle ali delle farfalle.

Né avrà tregua, lui, eccelso rappresentante di quell’intellighenzia russa coltissima: parlava fin da bambino correntemente francese e inglese, e fu al Trinity College, che terminò a 23 anni.

Cosmopolita, erudito, di fronte alla leggiadria immateriale e perfetta di quegli insetti dai nomi sapienti smarriva ogni senso dell’equilibrio, preda d’umori sommersi, ansie di rivalsa anche, e qualche rancoroso demone, frutto dell’impotenza umana dinanzi al volo.

È l’avidità, il possesso, una sorta di invidia fallica freudiana al contrario verso quell’essenza capace di grazia che hanno certe creature.

Specie se femmine, se giovanissime, in bilico sull’innocenza che fu e il peccato.

lolitaLolita è una farfalla. Quando nel 1955 il romanzo venne pubblicato a Parigi, in lingua inglese, deflagrò. Censura, blocco, contenuti troppo espliciti.

Ma fu soprattutto l’America a scoprirsi sozza. Il romanzo, che comparve tre anni dopo, nel 1958, con G.P.Putnam’s Sons) scalò le vette della classifica; il solo libro, dopo Via col Vento, a vendere 100.000 copie nelle prime tre settimane di pubblicazione.

Shock e pruderie. Scandalo e sollievo. Perché anticipò nei gruppi sociali, borghesi, benpensanti, acclimatati al matrimonio, quel tema infinito che sarebbe tornato di continuo, oggi più attuale che mai. Lo smascheramento.

Così suonò, questa volta, la campana. Non a festa, non a lutto.

Un clangore che rimbombò nelle teste per l’evidente incubo di poterlo trovare anche dentro di sé, – o quantomeno accanto – quel germe di lussuria.

Mentre James Dean si schianta sulla sua Little Bastard, la Porsche 550 Spyder, lungo la strada per Salinas e Rosa Parks, donna quarantaduenne afroamericana, a Montgomery in Alabama, si rifiuta di cedere il posto in autobus a un bianco, e la General Motors diventa la prima compagnia a stelle e strisce a fatturare oltre un miliardo di dollari in un anno, Lolita agita la scure, “ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo”.

Madri, padri, zii, cugini, a spiarsi l’un l’altro, lo sguardo di sospetto s’accende: le bambine sono ovunque. Farfalle, le fanciulle sono oscure, insidiate dalla lussuria.

Esplose così una pornografia dei desideri, come la peste incapace d’essere arrestata se non cedendo alla malattia stessa.

Fu più perniciosa della febbre dell’alcool durante il proibizionismo, perché appariva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, la tentazione. Le fanciulle d’America, innocenti e subdole. Quelle che Proust, con eleganza, aveva battezzato “ in fiore”, l’America profonda, della provincia cupa, d’un tratto deflorava.

Niente sarebbe mai più potuto essere come prima.

Abile, questo russo naturalizzato americano, lo è eccome.

Ha una lingua eccelsa, eppure confessa un uomo che si insozza d’una colpa mostruosa, l’amore erotico verso una dodicenne. Ninfetta: né bimba, né donna, crisalide d’una farfalla che già ha cominciato a spezzare il bozzo.

Il danno è fatto.

Humbert Humbert non avrà mai tregua.

Sarà perseguitato dalla smania che accende Lolita, dalla percezione sorda del male che le ha fatto. Di quel furto, mostruoso. Cerca di autoassolversi ricordando che lui non è stato neanche il “primo”, ma sa di non potere. Lui è un adulto ed è il marito di sua madre. Step-father dicono in America. Step, gradino, colui che entra…

E sarà inutile ripetersi:

«Io ho soltanto seguito la natura. Sono il fedele segugio della natura. Perché dunque non riesco a scrollarmi di dosso questo senso d’orrore? L’ho forse derubata del suo giglio?»

Ho seguito la natura, dice. Parla l’entomologo? Lui che sa bene che il prezzo della conoscenza è sacrificare il singolo esemplare.

Lolita è una farfalla. Letteralmente e letterariamente. Nabokov la disegna con precisione, e segna sotto alla tavola il suo nome: Polygonia Thaïsoides Neb.

E gli adulti ancora si vergognano.

 

Silvia Andreoli