Monsieur Perrault quel mattino non si dava pace. Aveva davanti a sé il foglio, il calamaio, ma s’era attardato con la mano sospesa. L’inchiostro, gocciolando, aveva disegnando perfetti cerchi. I bordi ora smarginavano, penetrando il tessuto.

Zampe, pensò, evidenti zampe di bestia sul terreno.

Un lupo, rifletté, un lupo nel bosco

Fu un barlume, una sorta d’ispirazione. L’inizio lo aveva trovato. Già ma l’inizio di che cosa?

Non era più un giovanotto, Monsieur Perrault. Esimio, stimato, rispettato, un francese doc, nessun dubbio, ma la giovinezza era altra cosa. Lui, illustre rampollo dell’alta borghesia parigina, nato il 12 gennaio 1628, dopo gli studi in legge e una carriera di letterato, ora avvertiva quella specie di fame caparbia, insaziabile, un fremito di acquolina in bocca. Per che cosa? Stava forse invecchiando? Il viso imbarbariva?

Gettò uno sguardo al vetro dello studio e colse qualcosa di selvatico. Qualche grosso dispiacere in realtà si era verificato. Da quei figli suoi. Tre. Che bambini apparivano tanto graziosi, solleciti. E invece crescendo…

Soprattutto il terzogenito, Pierre. Irascibile, impulsivo. Non si sapeva domare. Né serviva fargli la lezione, la tirata d’orecchie. Annusava i guai, s’infilava.

Non lo avrebbe ammesso mai, il padre, ma osservare quell’assenza di controllo, e riflessione, quell’agire spensierato nel senso più profondo del termine, generava dentro di lui una sorta di attenzione da entomologo: cercava il limite, la linea di confine tra gli opposti.

Luce. Ombra. Bontà. Scelleratezza. Civiltà. Bestialità.

Talvolta anche Monsieur Perrault si sentiva una somma ambivalente di nature. Gli accadeva con maggior frequenza con gli anni, e dopo si lasciava prendere da nostalgia, senza sapere di che cosa. Un impulso nuovo anche. Non più localizzato, come in gioventù, nei lombi. Piuttosto tra bocca e cervello. Lì, a spingere contro la laringe, pronta a strisciare verso l’alto, seccando le fauci e colpendo l’immaginazione.

L’immaginazione… che cosa strana era. Si stava facendo davvero insidiosa.

Gettò di nuovo uno sguardo al foglio e d’un tratto ne avvertì la presenza. Anzi, a essere precisi, dapprima la udì. Una voce.

Allegra e spensierata, che rispondeva, leziosa, ad un’altra più roca.

Una bambina, si disse Monsieur, colpendo con la mano la tempia, certo, che altro? Una bambina.

Quanto doveva essere graziosa, nella sua ingenuità verso il mondo, la vita. Non sapere nulla, di quello che attende, accadrà.

«Il était une fois», cominciò allora a ripetere lo scrittore.

«Il était une fois…»

Presto la vocina ottenne un corpo, piccino e perfettamente proporzionato. E poi un visetto, incantevole, manine perfette. Per la più graziosa di tutte le bambine che si possano immaginare.

Unica. Nuova di zecca.

Bastò un dettaglio, il “la” d’ouverture e subito le frasi presero a scorrere rapidissime.

Quel dettaglio – un lampo negli occhi.

Una macchia di rosso, rosso fuoco. Che poi si rivelò essere un cappuccetto. Come un morso di fragolina selvatica, o di quei fruits rouges che sono la delizia di Francia.

Perrault pensò alla lanterna magica, oggetto ormai di gran moda nel beau monde. Il merito della descrizione di quel marchingegno prodigioso andava al padre gesuita Athanasius Kircher, che l’aveva inclusa, nel 1646, nel suo libro Ars Magna Lucis et Umbrae. Veniva dalla Cina, si diceva, e l’avevano portata gli arabi.

Quel mattino, nella stanza Monsieur avrebbe giurato di possederne una, di quell’ottone ben lustrato con le immagini dipinte su vetro.

Proiettavano una bambina, una casetta e un filo di fumo che usciva dal camino. E che delizioso profumo si spandeva attorno.

Così, avvinto dalla curiosità, quello che sarebbe diventato il più noto scrittore di fiabe di tutti i tempi ascoltò madre e figlia parlare. Di una focaccia per la nonna. La nonna malata, dall’altra parte del bosco.

E la bambina, incaricata di portarle il cestino.

Tutto qui.

Nessun ammonimento, in realtà. (Quelli li aggiunsero nella versione ottocentesca i teutonici fratelli Grimm). Un trillare di saluti invece e una piccola danza con cui la vivace creaturina si incammina verso la strada, immemore d’ogni ricchezza e d’ogni pericolo. Che altro è l’infanzia, se non questo?

L’idea che l’istante sia un luogo da abitare, uno spazio, mica qualcosa che passa e si consuma. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia.

Tutto semplice, tutto lineare. Nuovo di zecca.

 Se solo non si mettesse d’intralcio il desiderio. Quello adulto. Calcolatore. Avido.

Una sorta d’istinto rapace che spinge a predare, far proprio. Dalla notte dei tempi (quando già Crono divorava i propri figli). Anche una bambina, come trofeo, dunque? Cibo del ventre? Furto d’anima?

Dissente, il letterato di rango. Difficile resistere però. Perché non è solo una bambina. È l’idea, insomma, quell’essenza che… Non termina la frase Perrault.

Il sorriso, ecco. Ingenuo. Ha quella lievità, quella luce. Perduta. Io l’ho perduta? L’abbiamo perduta in tanti, troppi, si lamenta lo scrittore. Oh, sono vecchio. Vecchio e sedotto dalla grazia di chi divora il mondo, sbocconcellandolo come fosse una focaccia appena sfornata. Freme, ma prosegue.

Nella stanza, a scrivere, si gode quella passeggiata nel bosco, indossando l’irsuto manto del lupo. E quella mancanza di scrupoli che non c’è uomo che non l’abbia vagheggiata. Poi per fortuna esistono i crismi sociali, esistono le regole e le imposizioni. Non lì, tuttavia, lì la fabula s’impone.

E la fabula chiama in causa il bestione, che, mentre osserva quella splendida bambina, riesce comunque a controllarsi. Ragiona, organizza, s’informa, carpisce con una specie di sorriso quanto gli serve.

Una menzogna via l’altra, ordisce il piano più sciocco, semplice e famoso di tutte le storie. Accelera il passo, arriva alla casa della nonna, l’ingoia e si mette nel letto, fingendo d’essere la vecchietta.

Pranzo e cena. Pancia satolla.

Può davvero finire così? Homo homini lupus. Già.

Ma a Monsieur Perrault si stringe il cuore. Era così graziosa, la più graziosa.

Allora la mano torna indietro sul foglio, apre un varco (non esistevano i Post-it ancora) e insinua il “dialogo dei dialoghi”, quello che scriverà le pagine future di una miriade infinita di libri, film, interpretazioni.

Un dialogo che trattiene la cifra stessa d’uno dei più strani misteri che avvince la natura umana. Che cosa scatta tra desiderio e violenza? Che cosa s’insinua tra vittima e carnefice? Tra belva e innocenza?

Qual è la calamita che li fa intrecciare prima di esplodere?

 «O nonna mia, che braccia grandi che avete!.

Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia.

O nonna mia, che gambe grandi che avete!

Gli è per correr meglio, bambina mia.

O nonna mia, che orecchie grandi che avete!

Gli è per sentirci meglio, bambina mia.

O nonna mia, che occhioni grandi che avete!

Gli è per vederci meglio, bambina mia.

O nonna mia, che denti grandi che avete!

Serve solo a indugiare.

Non si torna indietro, asserisce, esausto, Monsieur Perrault.

 Gli è per mangiarti meglio.» (nella traduzione di Carlo Collodi)

Il tempo è un vettore rigido e orientato senza appello. Boccone inevitabile. E lui ne sa qualcosa, di bocconi amari.

Quando nel 1697 esce la prima edizione (ce ne era stata una anonima l’anno prima), presso la Maison Claude Barbin, con il titolo Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités meglio conosciuti come Contes de ma mère l’Oye, una tragedia si stava consumando nella sua vita.

Il terzogenito, Pierre, finisce in carcere, si macchia – così hanno ricostruito le fonti – di omicidio compiuto a seguito di una rissa. E il padre che farà? Firma la raccolta con il nome del pargolo. Spera di salvarlo, di fargli ottenere così la protezione della Corte Reale.

Ma il gesto si rivelerà inutile: il ragazzo muore due anni dopo, appena ventunenne. Il tempo è un vettore inesorabile. Non si può invertire. E la giovinezza, suo malgrado, si farà caparbiamente divorare.

Un monito, al termine della fiaba, lo si può pure indicare. Ma più per la coscienza di chi mangia, che per la salvezza di chi verrà ingurgitato.

 

Il testo della fiaba: https://it.wikisource.org/wiki/Cappuccetto_Rosso

 

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Silvia Andreoli


Woody AllenLa prima volta con Woody Allen non si scorda mai.

Provate a chiedere a un amico: «E tu, quando?» e il vostro interlocutore saprà dirvi con precisione il film, l’anno, il cinema, con chi era, l’orario e forse anche com’era vestito.

Il mio primo incontro con lui avvenne, sembra incredibile, attraverso un libro: Citarsi addosso, 1975. Andavo ancora alle elementari e sicuramente capivo solo in parte il suo raffinato umorismo yiddish e intuivo a tratti che la psicoanalisi doveva essere una cosa buffa, sotto sotto, mentre sapevo per esperienza che le scuole religiose, indipendentemente dal credo, spesso producono spiriti liberi, anche se non è loro intento. Ma certamente no, non avevo gli strumenti culturali necessari, eppure, ridevo.

Come faccio a credere in Dio quando proprio la settimana scorsa la mia lingua si è infilata nel carrello della macchina per scrivere elettrica?

 

Se Dio potesse solo darmi un segno! Per esempio intestandomi un conto in qualche banca svizzera.

 

Sono sempre ossessionato dal pensiero della morte: c’è una vita nell’aldilà? E se c’è, mi potranno cambiare un biglietto da cinquanta?

Poi arrivò il suo cinema: Prendi i soldi e scappa, Il dittatore dello stato libero di Bananas, Il dormiglione, Provaci ancora Sam (di cui non è regista, ma è attore e sceneggiatore) Io e Annie, il suo capolavoro, quello che lo consacrerà “grande regista americano”, lo vedrà vincere ben quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista), e svettare al quarto posto nella classifica delle cento migliori commedie americane.

Ma soprattutto sarà il film che farà di Diane Keaton l’icona di una nuova femminilità. Bella, intelligente, sexy in un modo assolutamente nuovo con quel look che era davvero il suo (utilizzò il suo guardaroba personale) e il suo vero nome (Hall è il suo cognome e Annie il nick con cui gli amici, Allen per primo, la chiamano tutt’oggi).

Ma Io e Annie non fa storia solo per i premi ottenuti e le frasi mitiche che ci ha regalato (una per tutte: «I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale»), ma perché in questo film Woody Allen comincia a fondere completamente la sua vita con il cinema e la nostra con la sua.

diane keaton, io e annie, woody allenTutte abbiamo desiderato essere meravigliose come Annie\Diane, dopo averla vista in quel film, e molte (so di non essere sola) hanno sognato di incontrare un giorno un uomo come Alvy\Woody. Ok, magari un po’ più bello e meno ipocondriaco, ma comunque in grado di farci ridere della pesantezza della vita e capace di non prendersi troppo sul serio.

Di Diane Keaton, Woody Allen ha detto che è stata il più grande amore della sua vita. E in Io e Annie si capisce, anche se racconta – o forse proprio perché racconta – la fine della loro storia. Poi ha aggiunto: 

Nella vita reale, Diane crede in Dio. Ma crede anche che la radio funzioni perché ci sono dentro delle piccole persone.

Poco dopo il successo, Diane e Woody si lasciarono, ma continuarono a lavorare insieme in Interiors, Manhattan, Stardust Memories, i tre film più concettuali e smaccatamente europei (il primo in stile Bergman, il terzo alla Fellini di Otto e mezzo) e un po’ di anni più tardi in Radio Days e Misterioso omicidio a Manhattan.

E come avvenne con Io e Annie, anche in Manhattan vita e cinema si mescolarono. La nostra e, con un’involontaria forma di veggenza, la sua.

Ma si sa, così è il genio: anticipa senza sapere.

Woody Allen, Mariel HemingwayNon credo sia esistita ragazza di diciassette anni che all’epoca non vide nella splendida Tracy (Mariel Hemingway) qualcosa di sé, e non credo che Woody ignorasse che quel suo bisogno d’ingenuità, lui che è così cervellotico, unito alla tentazione di plasmare la donna amata l’avrebbe forse cacciato un giorno in un mare di guai. 

Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda. Beh, ci sono certe cose per cui vale la pena di vivere. Per esempio, per me il vecchio Groucho Marx, per dirne una, e Joe Di Maggio, il secondo movimento della Sinfonia Jupiter, Louis Armstrong, l’incisione di Potatohead blues. Sì, i film svedesi, naturalmente, “L’educazione sentimentale” di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne, i granchi da Sam Wu. Il viso di Tracy.

Con gli anni Ottanta si apre la sua storia d’amore più lunga e un periodo molto prolifico che comincia con il geniale Zelig e si chiude con il drammatico Mariti e mogli nel 1992, e vede ben tredici film della nuova coppia Woody Allen-Mia Farrow. Ma qualcosa comincia a incrinarsi e in molte delle sue storie s’insinua una tonalità morbosa: tradimenti e rapporti distruttivi (Settembre), frustrazioni e dinamiche cervellotiche (Un’altra donna), adulteri intra-familiari (Hannah e le sue sorelle), crisi di mezz’età e senso di vuoto nell’Upper west side (Alice).

E un po’ ci sentiamo orfane.

Non ci ritroviamo più in Mia Farrow, né in quella reale, compulsata da una smania di adottare bambini, né in quella cinematografica.

mia farrowÈ una donna grigia, quella che Woody porta sullo schermo (unica eccezione Sally di Radio Days), sciatta e sempre tradita. E per quanto le sue sceneggiature non ci neghino mai una frase da importare nel nostro lessico quotidiano, la vita che ci racconta non ci piace più.

E non piace neanche a lui, se nel 1992 lascia Mia Farrow mentre la stampa annuncia che ha una relazione con una delle sue figlie, Soon Yi, diciannove anni; due più di Tracy, trentotto meno di Woody, il patrigno.

Uno choc. Chi l’ha amato non si capacita di come lui abbia potuto fare ciò.

Quella ragazzina non è una starlette, una bellona da cinema; è bruttina, timida, goffa ma soprattutto è figlia. Ok, non sua, ma della sua compagna.

L’avrà vista crescere, pensiamo tutti, e per quanto le vite a New York tra intellettuali possano essere diverse dalla nostra banalità borghese, e per quanto non abbiano mai vissuto insieme lui e la Farrow, l’avrà pure vista ’sta ragazzina, cazzo, in dodici anni di relazione. E come si fa?

Già, come si fa a scattare foto sexy alla figlia adolescente della tua compagna, a iniziare una relazione di nascosto all’interno della tua famiglia attorniato da una tribù di quattordici bambini?

«All’inizio credevo che fosse solo un flirt», ha dichiarato in seguito Allen.

La stessa frase che pronuncia Isaac, il protagonista di Manhattan nel 1979, quando Soon Yi aveva ancora nove anni e le loro vite stavano per incrociarsi.

Non sta a noi rispondere a questa domanda. E personalmente dopo aver letto la lunghissima e folle vicenda giudiziaria, ho capito che non c’è una risposta. C’è la vita. E il suo cinema. E da quando la sua vita ha lasciato il grande schermo e Woody ha smesso (almeno un po’) di raccontare se stesso ci ha regalato ancora film bellissimi, forse migliori. Dal sorprendente Match Point al poetico Midnight in Paris, dall’irresistibile La dea dell’amore all’intenso Blue Jasmine. E ha consacrato attrici e ci ha fatto ridere, emozionare, evadere dal nostro quotidiano. Perché forse è vero, come disse Alfred Hitchcock che «il cinema è la vita con le parti noiose – e in questo caso scabrose – tagliate». 


Perciò, buon compleanno Woody. Ci vediamo il 21 dicembre in sala per La ruota delle meraviglie.

Anna Di Cagno

 

 


bettie pageNegli anni Cinquanta posare nuda non dev’essere stato facile, ancor meno nell’America puritana. Certamente ci voleva una grande sicurezza in se stessi. E Bettie Page ne aveva da vendere.

Una chioma nera come la notte, un sorriso brioso come il giorno, Bettie è più che una bella ragazza. Nata a Nashville, in Tennessee, con sangue Cherokee nelle vene, mentre passeggiava su una spiaggia a Coney Island è notata da Jerry Tibbs, un poliziotto con l’hobby della fotografia. Colpito da quella figura sinuosa e da quegli occhi blu profondo, le chiede se può farle delle fotografie. Una settimana dopo sono a cena. Si ride, si mangia e – soprattutto – si beve. Jerry la invita a bere un ultimo bicchiere a casa sua. Lei è su di giri, lui comincia fotografarla

Il suo rapporto con l’obiettivo della macchina fotografica è pura empatia. Sempre spontanea e naturale, una predisposizione alla posa rara. E che pose! Complice qualche bicchiere di troppo lo sguardo di Bettie diventa sempre più ammiccante, le pose più provocanti, si lascia plasmare come creta e non ha alcun problema a posare nuda.

Le foto sono splendide e l’amico poliziotto le fa girare negli ambienti di fotografi professionisti che cercano modelle per nudi artistici. Bettie è chiamata immediatamente e le bastano poche sessioni per rivoluzionare la fotografia erotica inventando, di fatto, la professione della pin-up.

Le sue scelte così singolari, specialmente per quell’epoca, dimostrano una grande indipendenza, oltre che capacità di controllo sulla propria carriera, sul proprio corpo, sulla propria vita. Una vita molto più complessa di quello che si possa immaginare.

Seconda di sei figli, tre maschi e tre femmine, all’anagrafe registrano il suo nome con la Y ma il certificato di battesimo indica Bettie. I genitori divorziano quando lei ha dieci anni. Il padre, spesso ubriaco e senza lavoro, molesta le tre figlie femmine. «Eravamo così poveri che se trovavamo un’arancia nella calza di Natale facevamo festa» ha rivelato a un giornale.

Le tre sorelle crescono in un orfanotrofio dove si divertono a pettinarsi e truccarsi come le grandi dive. È una studentessa modello e anche se studia per diventare insegnante sogna di fare l’attrice. Dopo la laurea sposa Billy Neal, conosciuto al college. I due si trasferiscono a San Francisco, poi lui parte per la guerra. Quando torna divorziano. Si sposerà – e divorzierà – altre due volte.

Stare vicino a una donna così non deve essere facile: essere gelosi è naturale. Tutti la vogliono, tutti la cercano, tutti la guardano. Molti dall’obiettivo. Tra questi c’è Irvin Klaw, artista all’avanguardia, che la convince a pettinarsi con la frangetta, quello che diventerà il suo tratto distintivo. La immortala in decine d’immagini sexy, anche a tema bondage e sadomaso. In men che non si dica, Bettie Page diventa un’icona in tutti gli Stati Uniti: la prima pin-up della storia.

Le pin-up (traducibile con “da appendere”) sono ragazze procaci, ammiccanti e sorridenti fotografate in costumi da bagno o abiti succinti. Foto che attirano l’attenzione di milioni di lettori, in particolar dei soldati, che usano appunto “appenderle” dentro gli armadietti della caserma.

L’apice della notorietà Bettie Page lo raggiunge nella seconda metà degli anni Cinquanta quando la rivista Playboy la vuole come playmate. Solo un paio di mesi prima quelle pagine centrali erano occupate da Marylin Monroe. Le sue forme, la pelle bianco latte, gli occhi di un blu profondo, il sorriso innocente ma accattivante non passano inosservati.

Questa esplosiva combinazione di fascino e sensualità le fa guadagnare notorietà in poco tempo. Inizia di una carriera strepitosa. Da oggetto del desiderio dei marines, Bettie diventa attrice, ballerina, cantante. Non smette mai di stuzzicare: impone il genere burlesque grazie a quel vedo/non vedo sapientemente studiato, equilibrio perfetto tra erotismo e buon gusto, un sex appeal lontano anni luce dalle panterone di oggi, col capello semi bagnato, seni improbabili e labbra a canotto. 

L’immagine di Bettie è riprodotta ovunque, scatole, T-Shirt, copertine di dischi, carte da gioco. Ora anche le donne restano incantate dai suoi modi affabili, maliziosi e ingenui allo stesso tempo e ne ammirano la sicurezza e il temperamento. Sempre divertita e irriverente è ospite in diversi programmi tv, si esibisce in club e teatri, è protagonista di oltre 50 filmati burlesque. È la donna più desiderata di America.

E iniziano i guai.

Alcuni leader civili e religiosi denunciano i suoi lavori accusandoli di perversione e di “cospirazione finalizzata alla distribuzione di materiale osceno”. Dal momento che quella modella sua connazionale viola ogni tipo di tabù sessuale, il senatore del Tennessee Estes Keafauver ordina un’inchiesta congressuale anche contro di lei.

Così, a causa di un bigottismo istituzionalizzato Bettie è costretta a ritirarsi dalle scene all’apice della carriera, scomparendo dalla vista del pubblico a soli 37 anni.

Bettie Page non è stata soltanto un’artista dotata di rara bellezza ma una rivoluzionaria e una liberatrice dei costumi. Con il suo atteggiamento spavaldo ed esuberante ma professionale, contribuisce a cambiare la percezione e il trattamento delle donne all’interno dell’industria dello spettacolo.

Lei ha sempre rifiutato il ruolo di paladina del femminismo: «Non ho cercato di essere scandalosa o di essere una pioniera. Non ho cercato di cambiare la società o di anticipare i tempi. Non ho pensato di essere un’emancipata e non credo di aver fatto qualcosa d’importante. Sono solo stata me stessa. Non conosco altro modo di essere o di vivere».

Depressa, disorientata e soprattutto disgustata dal bigottismo imperante, Bettie viaggia molto e prova a riciclarsi come insegnante e coreografa in California, Tennessee, Illinois e Oregon. Quando qualcuno la riconosce per la strada, risponde: «Bettie chi?»

Il terzo divorzio le causa un grave crollo nervoso, le viene diagnosticato un disturbo bipolare. Ormai è rimasto poco della brillante e spiritosa ragazza adorata da tutti, preferisce l’anonimato perché non può sopportare che il suo pubblico la veda in quello stato.

Le manca molto l’amore, quello vero, quello intimo. Pur di fare scandalo le sono attribuite anche diverse relazioni omosessuali, tra cui persino con Marilyn Monroe e Katharine Hepburn.

C’è chi sostiene che il motivo del suo rifiuto a farsi fotografare sia dovuto al suo riavvicinamento al cristianesimo. Leggendario anche l’episodio che racconta come riscopre la fede: sembra che un giorno stesse passeggiando sulla spiaggia a Key West, quando vede una piccola chiesa sormontata da una minuscola croce. Entra, e dopo un’ora esce rinata cristiana.

Chiuso definitivamente con la sua vita precedente, studia per diventare missionaria ma questa sua volontà s’infrange a causa della sua instabilità mentale. Nel 1979 è arrestata a seguito di una violenta lite in strada. Le diagnosticano un’acuta forma di schizofrenia con tendenze alla violenza ed è ricoverata per due anni. Dimessa, sempre sotto stretto controllo medico, lavora a un’organizzazione cristiana. La gente e il mondo dello spettacolo per anni non sa nemmeno se è ancora viva.

Bettie Page muore a 85 anni dopo una lunga polmonite. Accanto uno dei suoi fratelli che ha detto: «Era splendida, anche dopo aver esalato il suo ultimo respiro».

Luca Pollini


EvitaSuccede ogni 26 luglio, il giorno della sua morte. Milioni di persone non trattengono le lacrime quando la tv ricorda la sua figura, mentre i più giovani restano affascinati dalla sua storia. Eva Duarte Perón, la mamma di un’intera nazione, l’imperatrice, la santa. E oggi, dopo i continui disastri finanziari degli ultimi anni e una classe politica che non riesce a ispirare fiducia, il rimpianto è ancora più struggente. 

Populista fino al midollo e tra i responsabili dello sperpero di denaro pubblico – una delle principali colpe del governo peronista – Eva è stata amata incondizionatamente. E sicuramente da lei gli argentini accetterebbero oggi i sacrifici che i politici e i tecnocrati non riescono a imporre.

Per qualche anno porta soltanto il cognome della madre, Ibarguren, soltanto più tardi è riconosciuta dal padre e diventa Eva Maria Duarte. Un’infanzia misera, povera, infelice, ma questa ragazzina è bella: mora, magra, alta, affascinante.

E molto inquieta. La povertà può annichilire, ma la sua audacia e la ferrea volontà la conducono verso una voglia di riscatto. A 16 anni scappa di casa e raggiunge Buenos Aires con un chitarrista che le prospetta il successo nel mondo dello spettacolo. Eva ci prova e non ha paura di sporcarsi le mani e piegare la schiena: fa la sguattera, la cameriera, la commessa per pagarsi da vivere e aspettare l’occasione giusta. Ottiene qualche piccola parte in film di scarsa qualità, poi approda alla radio.

Sono i primi anni Quaranta, in Italia c’è il fascismo e il colonnello Juan Domingo Perón, ambizioso militare di carriera, è un ammiratore di Benito Mussolini. Perón è sicuro che quel modello di politica guarirebbe i mali della sua Argentina, che vive un momento difficile, con deboli strutture istituzionali e gravi tensioni sociali.

Nel 1943 il colonnello Juan, vedovo, e la giovane Eva incrociano le loro strade ed è amore a prima vista. Lei crede in lui, avverte la passionalità del progetto di riscatto per i milioni di poveri in cui s’identifica: lei è una di loro, li capisce e vuole aiutarli a trovare un posto nella società.

Così il matrimonio d’amore si trasforma rapidamente in un patto politico.

È qui che Eva Maria lascia il posto a Evita, che diventa l’eroina dei descamisados, dei diseredati, dei poveri. È giovanissima, ma è già mamma di tutti i disperati.

Sconfitto in Europa, il fascismo riappare così sull’altro lato dell’Atlantico. Perón crea, secondo schemi d’ispirazione fascista, uno Stato assistenziale in cui i lavoratori godono di previdenze che non avevano ottenuto né sotto il regime degli oligarchi né sotto quello dei radicali. È in questo governo che emerge una figura di un informale ministro del Lavoro: è Eva Duarte Perón, ex attrice, mediocre, con una cultura modesta ma una straordinaria capacità di capire le masse, che ha perfettamente compreso l’importanza della radio. La sua trasmissione quotidiana sul canale nazionale si trasforma in un pulpito politico.

Il popolo la venera e la vuole bella, ricca, ornata di gioie. Anziché suscitare irritazione e sentimenti di rivalsa sociale, i suoi abiti lussuosi e i suoi gioielli sono esattamente ciò che la plebe argentina desidera vedere sulla sua persona, quasi che Evita fosse profeta della resurrezione popolare. È femminista anzitempo: è grazie a lei se le donne argentine hanno il diritto di voto e un nuovo status politico.

Quando la coppia si affaccia al balcone della Casa Rosada, le folle oceaniche salutano solo lei, gridando «guapa!, guapa!». Evita è davvero bella, anche se è una giovane donna fragile, investita da un compito che le sue strette spalle di ex povera provinciale, non possono reggere a lungo.

Il programma di Perón non piace a tutti i militari che stanno al potere, così nel settembre del 1945 si dimette e il 13 ottobre è arrestato. L’esposizione in piazza del guardaroba di Evita a opera del nuovo governo, nel tentativo di denigrarne l’immagine, non ottiene il risultato auspicato: anziché scandalizzare suscita ondate di nostalgia e di venerazione.

Quei gioielli sono l’equivalente degli ex voto che i fedeli appendono sulla statua della Vergine “per grazia ricevuta”.  Evita non molla: prende il megafono, incita le folle, chiama a raccolta i descamisados sotto Plaza del Mayo che costringono gli stessi generali che avevano arrestato Perón a restituirlo al suo popolo.

Il partito le chiede di candidarsi alla vicepresidenza ma l’opposizione e i militari fanno pressioni su Perón perché ciò non avvenga. Ci pensa lei stessa a ritirarsi, consapevole ormai che la debolezza che la tormenta non è causa solo all’enorme carico di lavoro. La Primera Dama l’ha capito prima degli altri: sta morendo.

Soffre di dolori allo stomaco: inizialmente si pensa siano dovuti al suo cattivo rapporto con il cibo (mangia pochissimo) ma poi i medici scoprono che si tratta di un tumore all’utero in stato avanzato. Evita rifiuta di farsi operare: «Non voglio rimanere a letto quando intorno a me c’è così tanto da fare, quando c’è tanta gente che ha bisogno» dice.

Muore all’età di trentatré anni (ebbene sì, come Cristo) e pare che poco dopo in Vaticano sia arrivata una proposta di beatificazione. D’altra parte gli appellativi che hanno accompagnato il suo nome (martire del lavoro, santa protettrice, cielo degli umili, sole dei vecchi, buona fata dei bambini, quintessenza dei sentimenti) e la liturgia popolare che è sorta intorno alla sua persona la giustificano.

La notte in cui Evita muore, la piazza è stracolma di gente: una folla di disperati piange la sua paladina, fondendo le sue lacrime con la pioggia che scende impietosa su un Paese in lutto. Lutto che porta ancora oggi.

La storia di Evita continua a essere straordinaria anche dopo la sua morte. Per evitare che il corpo imbalsamato diventi oggetto di culto, i militari fanno irruzione nei locali della Confederazione sindacale, dove la salma è custodita e sequestrano il feretro.

La bara, dopo essere rimbalzata tra basi militari, caserme, rifugi segreti, è spedita in Italia con un falso certificato di morte intestato a Maria Maggi De Magistris. La salma viene sepolta a Milano, nel cimitero Maggiore, dove resta sino al 1976, quando torna a Buenos Aires.

Evita è più viva che mai, in Argentina le sono dedicate vie, strade, piazze, città, provincie, sedi istituzionali, biblioteche. E La razón de mi vida, la sua autobiografia, è testo obbligatorio nel sistema scolastico. Perché il popolo argentino spera che un giorno o l’altro qualcuno sappia raccogliere la sua eredità, quella di una donna straordinaria che col suo amore fece risorgere una nazione.

Luca Pollini


leonardo da vinciQuando Leonardo muore ad Amboise nel 1519, i suoi disegni vengono ereditati dall’allievo favorito, Fran­cesco Melzi, che li porta con sé a Milano. Alla scomparsa di quest’ultimo, intorno al 1570, la collezione viene venduta dagli eredi allo scultore Pompeo Leoni, che tenta una prima catalogazione del materiale raccogliendo­lo in alcuni preziosi «album» tra cui il Codice Atlantico, che è tuttora con­servato alla biblioteca am­brosiana di Milano e un volume con molti fogli autografi, che dopo la scompar­sa dello scultore viene venduto all’asta a Madrid. Il manoscritto tro­va la via dell’Inghilterra e i disegni di Leonardo entrano in seguito nel 1690 nella collezione reale  del castello di Windsor.

Val la pena ricordare come quelle migliaia di fogli arrivano fino a noi perché, se è vero che il genio di Vinci, è ricordato soprattutto per dipinti come «La gioconda», è altrettanto vero che il corpus di opere che ci ha lasciato è costituito in gran parte da schizzi e disegni al tratto e che tra questi solo una piccola parte è diret­tamente connessa alla sua produzione artistica, intesa come preparatoria di tele, affreschi o monumenti.

In maggioranza si tratta infatti di studi anatomici e disegni di carattere scientifico che costi­tuiscono in realtà la testimonianza più fedele e puntuale del genio del Rinascimento e delle sue eclettiche predispo­sizioni perché compren­dono le sue infinita va­rietà di interessi e spiega­no i temi principali della sua intera carriera artistica e scientifica.

Benché avesse sviluppato uno stile letterario di qualità, Leonardo stesso rimase non a caso sempre convinto del fatto che una buona immagine aveva la capacità di trasmettere l’e­sperienza e la co­noscenza umane con maggior preci­sione e concisione di qualunque scrit­to. E infatti nei bozzetti seguiamo miracolosamente la fertilità intellet­tuale e lo sviluppo della sua esperien­za artistica, dal­l’anatomia ai pro­getti idraulici, dalle cari­cature agli studi per  dipinti, dalle mappe geografiche ai sapienti au­toritratti.

Leonardo insomma è disegno e il disegno è forse nella nostra storia, e fino a oggi per eccellenza, Leonardo; molto più di quanto ci rendiamo conto. Basti pensare alla forza evocativa e al marchio indelebile, nell’immaginario collettivo di lunga durata, di immagini come quella dell’uomo vitruviano, o dell’autoritratto dell’artista canuto, delle decorazioni floreali e dei volti deformati che anticipano la caricatura di secoli, del capitano di ventura e degli splendidi studi di cavalli.

I disegni coprono l’arco intero dell’attività del genio toscano, a Vinci e a Firenze (1452-1481), a Milano (1481-1500), di nuovo a Firen­ze (1500-1508), tra Mi­lano e Roma (1508-1516) e infine ad Amboise, in Francia (1517-1519). Ed è soprattutto attraverso gli schizzi di carattere scientifico che possiamo  cogliere l’evoluzione del suo sistema filosofico.

Prima del 1510 il metodo leonardiano era stato: interpretare quello che osser­vava alla luce della cono­scenza accumulata e dare poi forma alle proprie interpre­tazioni scientifiche. In se­guito il disegno divenne il prodotto iniziale, antece­dente allo stesso ragiona­mento, proponendosi così come il fon­damento e la base per ogni investigazione e ricerca suc­cessiva. Un’autentica rivoluzione ben prima di Cartesio e Newton.

Il suo grande ta­lento fu ap­punto quello di osservatore, di eccezionale archivista della realtà: lo si nota nei profili grotteschi e lo si intuisce negli schizzi ana­tomici, che, quando non so­no minati da una conoscen­za imperfetta, rappresenta­no le più lucide ed accurate illustrazioni anatomiche nella storia della scienza.

Negli ultimi anni della sua vita, quando secondo alcuni perse l’uso di una mano e dovette rinunciare a dipingere, Leo­nardo portò l’arte dell’illu­strazione su carta alla sua massima vetta: nei panneggi, nello studio dei costumi, negli schizzi equestri e soprattut­to nella rappresentazione di temporali terrificanti e di­luvi, immensi e oppressivi, benché disegnati su piccola scala. In quegli anni Leo­nardo cessò diventò un visionario e i suoi disegni furono la rappresentazione più fedele e autentica di quelle visioni.

I due principali strumen­ti utilizzati da Leonardo nei disegni dei primi anni era­no uno stilo di metallo e la penna a inchiostro, che ri­chiedevano la preparazione del foglio ed erano para­dossalmente tanto precisi quanto «capricciosi»: ri­chiedendo in particolare grande controllo nel tratto, costanza ed esattezza.

Soltanto intorno al 1492 Da Vinci cominciò a utiliz­zare carboncino rosso e ne­ro, destinato a rivoluziona­re la tecnica del disegno in Italia negli anni successivi. Gli ultimi vent’anni dei carriera furono caratterizzati da una costante manipolazione e sperimentazione delle tecniche pittoriche disponibili nel tentativo di dare nuove intelligenti risposte alle idee pittoriche del Rinascimento.

Gli studi dei pannelli per Sant’Anna per esempio, che risalgono al periodo trascorso ad Amboise, rappresentano in la testimonianza più evidente di una ricerca e di una costante attenzione ai mezzi tecnici e ai nuovi strumenti della rappresentazione artistica. La ricerca della perfezione del resto sembra aver impedito molto spesso a Leonardo di arrivare all’autentico compimento di un progetto.

Durante la sua vita ha lavorato incessantemente per realizzare e migliorare i frutti della propria immaginazione: in qualche caso con successo, come con «Monna Lisa» e «La vergine delle rocce»; ma in molti casi le occasioni della vita, e forse il suo stesso irrequieto eclettismo, lo hanno strappato al compimento di progetti artistici ambiziosi, come «La battaglia di Anghiari», «L’adorazione dei magi» o il monumento equestre per lo Sforza; e persino «L’ultima cena» di Milano, forse l’opera più importante che abbia portato a compimento, è destinata a un progressivo deterioramento a causa dell’ardita scommessa tecnica del suo autore, che, nel tentativo di catturare nuovi effetti spinse i materiali utilizzati per l’affresco oltre le effettive possibilità e capacità di resistenza nel tempo. Un parallelo con l’incompiuta scultorea di Michelangelo, la «Pietà Rondanini», sarebbe un territorio d’indagine quanto meno suggestivo.

Guardando «Sant’Anna e San Giovanni battista» diventa chiaro per­ché Leonardo mostrasse grande difficoltà a portare a termine i propri proget­ti: l’indeterminatezza del disegno è infatti perfetta­mente complementare al si­gnificato dell’opera. Il mi­stero pittorico evoca con grande suggestività il mi­stero divino. E questo è ancor più evidente nel disegno che è sempre libero e migliorabile per natura e incompiuto per necessità. Per questo Leonardo ha parlato, e continua a parlarci, per disegni.

 

Carlo Alberto Brioschi


dostoevskij«Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo».

Così scrive Fëdor Dostoevskij nel romanzo filosofico e semi-autobiografico “Memorie dalla casa dei morti” del 1861. E lui, che aveva scontato quattro anni di esilio in Siberia per il suo coinvolgimento nel Circolo Petrashevsky (un gruppo progressista di oppositori dell’autocrazia zarista) certamente sapeva tutto sulle capacità di adattamento dell’animo umano. Capacità che sperimentò poi anche per tutto il corso della sua vita, sempre costretto a vagare – per molteplici motivi – di casa in casa e di trasloco in trasloco. Indirizzi e abitazioni che diventano sfondo e scenario dei protagonisti dei suoi romanzi.

Nato a Mosca nel 1821, a soli 16 anni per studiare ingegneria militare (senza alcuna inclinazione ma per imposizione paterna) si era trasferito a San Pietroburgo, città che sarebbe poi diventata la protagonista di tutte le sue opere. Nessun’altra città è più impregnata delle sue storie, dei suoi personaggi e del misto di truculenza, dramma, spiritualità, rottura intellettuale e mistero tipico della sua opera, che si percepisce ancora camminando per le viuzze scalcinate del quartiere Sennaya lungo le sponde del Canale Griboedova, dove si svolgono gli episodi principali di “Delitto e Castigo”; un romanzo che Dostoevskij finì di scrivere in un appartamento di via Kaznacheiskaya.

Sempre inseguito dai debiti di gioco, Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi – non si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto – ed ebbe sempre l’ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito (per tutta la vita soffrì di attacchi di epilessia).

Una di queste case la si ritrova ancora in Vladimirskij Prospekt 11, in un appartamento con le finestre affacciate su vicolo Grafsky. Qui visse dal 1842 al 1845 e qui scrisse il romanzo “Povera gente”. L’indirizzo più conosciuto è però quello dell’ultima dimora, dove morì nel 1881 qualche mese prima di compiere sessant’anni, tra la Prospettiva Kuznechny e l’antica strada Yamskaya, oggi via Dostoevskij. La casa rispondeva perfettamente a tutti questi requisiti, e oggi, a cento anni dalla Rivoluzione Russa, chi la visita può ancora udire i rintocchi delle campane della vicina chiesa ortodossa di Vladimir che chiamano a raccolta i fedeli come ai tempi dello scrittore.

Nella casa-museo sono state ricostruite le sei stanze in cui Dostoevskij e la seconda moglie Anna Grigor’evna, con i figli Ljubov e Fëdor, si trasferirono nell’ottobre del 1878, per scappare dai ricordi dall’appartamento dove era morto il piccolo Aleksej, una delle tragedie che fecero soffrire di più il tormentato autore de “I Demoni”. Tra i cimeli che vi sono conservati c’è anche il comodo divano inglese dello studio dove Dostoevskij poteva sdraiarsi per un breve riposo tra le interminabili e febbrili nottate durante le quali scriveva “I Fratelli Karamazov”.

L’appartamento si trova al secondo piano e ogni volta che saliva le scale, l’illustre inquilino, già molto malato, doveva fermarsi un momento, per riprendere fiato. Il medico gli aveva proibito di fumare, ma lui rispettava il divieto solo durante il giorno; la sera fumava ininterrottamente quando scriveva, e sul suo tavolo da lavoro c’è ancora la scatola di sigarette che arrotolava con le sue mani nervose mentre rileggeva le cartelle appena scritte.

Sullo scrittoio, l’orologio segna l’ora funesta: le 20,38 del 9 febbraio 1881. Ancora oggi chi visita il suo sepolcro nel cimitero Tichvin del monastero di Aleksandr Nevskij trova visitatori che portano mazzi di fiori freschi sulla sua tomba, circondata di alberi e fiori, con una bella statua che ne riflette fedelmente i lineamenti austeri e lo sguardo profondo.

Dopo la morte del marito, Anna Grigor’evna (autrice di una bella biografia: “Dostoevskij mio marito”) continuerà a pubblicarne le opere e difenderne la memoria. Ma lei stessa finirà come un personaggio dostoevskijano: nel 1917, durante la guerra, ammalata di malaria, senza soldi, digiuna da tempo, mangerà due chili di pane fresco, e morirà sul colpo.

Marina Moioli

brutto anatroccoloChe la si metta in un modo o nell’altro, il pungolo acuminato è sempre lo stesso: la differenza. Ovvero quel carattere che, a seconda dei tempi e delle culture, viene identificato come distintivo, particolare, unico, eccentrico, o invece diverso, sbagliato, anomalo, anormale.

Il punto sta tutto lì: nell’occhio di chi giudica. O anzi del gruppo compatto che si unisce per emettere il verdetto di dis-valore.

E che dire?

Scomodare Jung e l’inconscio collettivo? Le pulsioni di morte freudiane? L’antropologia della crescita come metamorfosi?

Ma forse la sola strada è battere le nocche all’uscio della casa più strana e accogliente di sempre: quella delle fiabe.

Perché se una certezza la possiamo avere è che questa grossa creatura sgraziata a cui nessuno sapeva dare provenienza o nome rappresenta l’eroe tipico d’ogni narrazione magica che si rispetti, ovvero quella che affonda unghie e artigli nel non detto della coscienza specchiata, della parte che ci insegnano a rimuovere (asportare chirurgicamente?) sin dalla primissima socializzazione, avvenga alla scuola materna o in coda ai giardinetti per salire su un’altalena.

Vale a dire che la vita sociale comunque la si prenda, questa pelle crudele ce l’ha, e non per ineducazione, per chiusura mentale, piuttosto, pare, per un’impronta di cui è capace soltanto il terrore, la paura. Rovesciare fuori quello che si fatica a mettere a fuoco, nello specchio. Combattere l’altro per salvarsi le… penne.

Lo sa bene Hans Christian Andersen, danese, nato nel 1805 e morto nel 1875, padre di una schiera d’infelici, piccola fiammiferaia in testa, che non può far smettere di piangere, fosse pure per rabbia. Rabbia contro la capacità che hanno le parole d’affondare nel dolore primigenio, di quell’ingiustizia di fronte a cui tutti prima o poi ci siamo sentiti nudi, esposti, svelati, scoperti e stravolti.

Ammettiamolo: quanta rabbia, impotente, per gli occhi, spesso strabici e bolsi, di oche anatre tacchine pragmatiche che s’avventano su uova e culla alla ricerca di somiglianze del nuovo anatroccolo strano – È grosso in un modo spaventoso […] non somiglia a nessuno degli altri!– per perorare la causa della saggezza popolare, vestendo pregiudizi  e ignoranza d’una strana, autoimposta capacità.

Lo sa bene Hans Christian Andersen che le fiabe le fa pure finire spesso male.

Vogliamo parlarne? Fiammiferaia, Sirenetta, il Soldatino di Stagno, anche la Regina della Neve piuttosto impervia lo è. E se l’happy end arriva, ci ha chiesto comunque un tour de force da lasciare spossato un gigante.

La rivoluzione epifanica dei mesti eroi di Andersen ha comunque toni foschi e neri. Ci lascia, sporchi, con il senso di colpa. Egoisti, perché non li abbiamo aiutati a salvarsi, nemmeno tra le righe, girando le pagine.

E il brutto, mostruoso anatroccolo?

Straziante. Con quel suo essere inerme. Con quell’impossibilità che ha un piccolo di fronte all’adulto. Un singolo rispetto a un consesso.

Troppo, troppo duro.

Da madri ci rifiutiamo di leggerla ai pargoli.

Nemmeno Walt Disney s’è azzardato a farne una saga multicolor. È vero: s’invaghì del dolore del pennuto fuori misura, tanto da realizzarne due Sinfonie allegre: nel 1931 firma in bianco e nero L’anitroccolo eroico, poi sperimenta il colore con un corto del 1939, durata 8 minuti e 37 secondi, che gli varrà il premio Oscar come miglior cortometraggio d’azione.

La trama però è edulcorata e in quel “tutti vissero felici e contenti” pare leggere una mano che cancella i traumi passati, con buona pace delle traversie.

Non ne esce un eroe, comunque. Piuttosto, un salvataggio in extremis, che suscita sollievo. Il podio anche nella tragedia lo accordiamo a Bambi, e prosit.

Ammettiamolo: il Brutto Anatroccolo lo lasciamo di lato. Ci solleva la pelle, ci fa accelerare le dita sulla carta.

Perché è uno dei nostri lati.

Quello che si vede soltanto se si guarda in tre dimensioni, usando pure la profondità, ch’è poco di moda nell’immagine sociale, e ormai anche nell’immaginazione.

Andersen ne fa uno scudo, della sua stessa ferocia masochistica.

Si racconta infatti che la sensazione dell’esclusione e del disadattamento l’abbia provata dolorosamente da ragazzo, a causa anche dell’omosessualità, messa alla gogna e persino criminalizzata all’epoca.

Che importa se siamo nati in un pollaio, quando siamo usciti da un uovo di cigno? Scrive magistralmente sul finale.

Sul finale, già…

Eppure non ne pare del tutto convinto, se dobbiamo leggere sette facciate dense d’ogni rabbrividente angheria a fronte di una mezza paginetta che fa unire il malcapitato al branco reale, con tanto di inchino dei vecchi cigni.

Qualcosa che ha l’amaro sapore della rivincita, d’un momentaneo sollievo.

Ma non ce la risolve, diciamola fino in fondo. La scheggia di cristallo (quella del Kay stregato dalla Regina di Neve, uscita dalla medesima penna) ce la sentiamo ancora nel cuore.

E se ce la caviamo, poi, di dosso, un po’, quella malinconia stregata, che ci fa macerare nell’autocompiaciuta tristezza per noi stessi, una nostalgia canaglia che ci strugge e ci fossilizza, è solo per merito d’un altro cigno selvatico, questa volta tratteggiato dal genio di Michael Cunningham, amato dal grande pubblico per il Pulitzer vinto con Le ore, da cui è stato tratto un film di successo.

Nella raccolta di fiabe da lui create, con il titolo appunto di Un cigno selvatico, primo della collana La nave di Teseo con cui ha esordito nel 2016 la casa editrice di Elisabetta Sgarbi (chapeau!), ci fa sapere che:

Il dodicesimo fratello [cigno] lo becchi, quasi tutte le sere, in uno dei bar di periferia, quelli frequentati dalle persone che hanno trovato un rimedio solo parziale ai propri sortilegi. O che non l’hanno trovato affatto. […] In un bar come questo, un uomo con un’ala di cigno è considerato fortunato.

La sua vita, dice a se stesso, non è la peggiore di tutte le vite possibili. Forse basta questo. Forse è questo che c’è da sperare, che non peggiori ulteriormente.

[…]

E allora per questo strano compleanno, cin cin, a tutti i cigni selvatici, che s’alzino i bicchieri per il brindisi e attenzione a tenere i flûte in bilico sull’ala.

 Silvia Andreoli


ho chi minhIl suo nome era… Nguyễn Sinh Cung (che in vietnamita significa “colui che è vittorioso”), non Cerutti Gino. Ma lo chiamavan Hồ Chí Minh, vale a dire  “Portatore di luce”, pseudonimo di battaglia del fondatore nel 1941 della Lega per l’Indipendenza del Vietnam, colonia francese.

Forse non tutti sanno però che qualche anno prima, anziché la luce della rivoluzione, portava i piatti in tavola agli avventori di una storica trattoria milanese. Il futuro presidente della Repubblica Democratica del Vietnam, che avrebbe guidato il Paese durante la Guerra del Vietnam fino al 1969, anno della sua morte, infatti, durante gli anni delle sue peregrinazioni in giro per il mondo nel 1933 capitò anche a Milano.

Le notizie storiche informano che il piccolo Nguyễn Sinh Sắc proveniva da una famiglia povera ma non indigente: il padre era un funzionario e uno studioso del confucianesimo, oltre che un anticolonialista. Nguyễn Tất Thành ricevette un’educazione occidentale e frequentò il liceo francese di Huế, ma quando il padre per le sue idee politiche fu espulso dalla pubblica amministrazione decise di partire in cerca di lavoro.

Il 5 giugno 1911 lasciò per la prima volta il Vietnam a bordo del piroscafo francese Amiral-Latouche Tréville, dove era stato assunto come aiuto-cuoco. Viaggiò in incognito sotto il nome Van Ba e sbarcò a Marsiglia. Durante la permanenza in Francia lavorò come addetto alle pulizie e cameriere, trascorrendo la maggior parte del tempo libero nelle biblioteche pubbliche.

Diventato nei due decenni successivi un rivoluzionario a tutti gli effetti, votato alla causa indipendentista, nel giugno del 1931 venne arrestato a Hong Kong dalla polizia britannica per attività sovversiva e la Francia ne chiese l’estradizione. Nel gennaio del 1933, liberato, riprese le sue missioni e per un certo periodo abitò proprio a Milano, in una caratteristica casa popolare di ringhiera tra viale Pasubio e via Maroncelli, a pochi metri da quella zona che stava cominciando a diventare la Chinatown meneghina.

Viveva al piano superiore dell’edificio e lavorava come cuoco (secondo altri come cameriere) in viale Pasubio 10, in quella che ancora oggi si chiama “Antica Trattoria della Pesa”,  al piano terra presso la signora Calatti, all’epoca proprietaria del ristorante. Eventualità del tutto plausibile, perché già nel 1915 a Londra all’hotel Carlton il futuro grande condottiero vietnamita era diventato chef pasticciere sotto la guida del famoso cuoco Auguste Escoffier.

Di  sicuro c’è che il locale conserva ancora all’interno un ritratto giovanile del futuro presidente vietnamita e che all’esterno c’è una lapide che recita: «Questa casa fu frequentata dal presidente Hồ Chí Minh durante le sue missioni internazionali negli anni ’30 a difesa delle libertà dei popoli. Nel centenario della nascita 1890-1990». Ricordo storico sancito in anni recenti dalla visita guidata che Silvio Berlusconi fece fare nel dicembre 2009 in viale Pasubio all’allora presidente vietnamita Nguyen Minh Triet.

“Zio” Hồ (Bác Hồ, come lo chiamano affettuosamente ancora oggi i nordvietnamiti), non rimase però molto a Milano tra i tavoli o ai fornelli della Pesa, visto che qualche anno dopo, nel 1938, lo ritroviamo in Cina consulente dell’armata comunista cinese di Mao Tse-Tung.

Il resto di lui è noto, dalla salma imbalsamata conservata nel mausoleo di Hanoi al nome dato in suo onore nel 1975 alla conquistata città di Saigon.

Manca solo un particolare: chissà se gli piacevano il risotto e la cotoletta alla milanese.

Marina Moioli

Lamu1978, la più sensuale e irriverenti delle adolescenti fa la sua comparsa sul settimanale antologico giapponese Weekly Shonen Sunday. È una principessa che viene dallo spazio, ha due minuscole corna sulla testa, capelli blu, uno strabismo degno di Venere e indossa sempre e soltanto un succinto bikini tigrato.

Basta una quindicina di pagine, come il manga vuole, e la matita di Rumiko Takahashi che l’ha partorita si trasforma in tatuaggio sui desideri più concreti e proibiti di una generazione di liceali alle prese con il tabù dei tabù: il sesso.

Non c’è nulla di esplicitamente erotico nella storia della conquista della terra da parte degli Oni, giunti dallo spazio per spadroneggiare quaggiù. Semmai una trama che si rivelerà presto piuttosto diffusa e di cui il film E.T. l’extra terrestre di Spielberg rappresenterà l’incoronazione ufficiale a stelle e strisce.

Come tutti gli alieni che si rispettino, anche gli Oni hanno un “galateo” della sottomissione, tanto da offrire ai miseri terrestri una via di salvezza. E qui entra in scena Lamù, perché per salvare il pianeta un essere umano, scelto a caso da un computer, dovrà entro dieci giorni riuscire a toccare quei suoi deliziosi cornetti. Questo dice il plot.

In realtà, quello di cui rivelerà capace lei, sinuosa e ancheggiante, è diventare l’anello di congiunzione efficace, la palestra pratica tra i trattati di sessuologia di Alfred Kinsey e la liberazione sessantottina per tutti i “figli dei figli dei fiori”.

Il suo nutrito pubblico è infatti privilegiato: si compone di ragazzini.

Imprevedibilmente, tra dispetti, intemperanze, burle, e rischi seri, le avventure dell’irresistibile piccola Oni tratteggiano una sorta di “manuale del desiderio spiegato a mio figlio”, a cui peraltro i genitori libertini di eros e sesso non sanno proprio parlare.

Il disorientamento proprio non se l’aspettavano, quei padri e quelle madri. Ma tant’è, scava dentro la menzogna sepolta, e cioè che non era poi così vero che il sesso lo praticassero liberi e felici e appagati.

Molti di loro lo confesseranno dopo, che questa storia del piacere era stata esagerata. Che ci voleva il contesto. Un conto è vagheggiarlo, cantarlo a Woodstock. Un altro è trovarsi lì, a quattr’occhi, nella stanza, mica facile farlo scattare quell’eros e thanatos.

Di liberazione si riempiono la bocca tutti. Parole e parole, e caratteri a stampa, e manuali, e incontri, e confronti, qualche orgia anche, sesso di gruppo per superare le inibizioni, ma, alla fine del percorso, una cosa e una soltanto resta (se si omettono Lsd e potenziali disinibitori), ed è quell’ombra della colpa che si lega all’eros.

Insomma tra il dire e il fare qui c’è di mezzo una cultura millenaria che ha imposto il dovere e demonizzato il piacere. Inibizione.

Se poi il piacere è adolescente, il buio si infittisce. Così i figli dei figli della liberazione sessuale, in realtà di sesso con gli adulti meglio che non parlino.

E allora l’idea di cercare lassù, tra i marziani, gli U.F.O. e gli E.T. di spielberghiana memoria un esotico buono, candido, tabula rasa, fa scattare la passione. E l’amore.

Ma che amore? Un amore da toccare, ecco.

Questo nessuno lo aveva mai concesso ai pargoli in evoluzione.

Prima c’erano state le stanze dei collegi maschili, l’incubo della cecità per eccesso di quel peccato dei peccati, che tutti conoscevano e nessuno poteva citare, se non nei confessionali, al buio, odore d’incenso, e lacrime sprecate. Si salvi chi può.

Solo un’aliena poteva riuscirci. Un’aliena blasonata, rampolla di dinastia, capricciosa quanto basta, e così “digiuna” degli uomini (intesi proprio come razza umana, e genere maschile) da potersi invaghire di uno “stupidotto”, il liceale Ataru Moroboshi, che in quella Tomobiki, località immaginaria corrispondente al distretto cittadino di Nerima, Tokyo, frequenta l’omonima scuola.

Ne farà, suo malgrado, un eroe. Il trucco? Intrigarlo con il costume tigrato, che diventerà il tormentone infinito e ossessivo del ragazzo.

La storia non ha nulla di così stregato per decollare, eppure sosterrà nove anni di pubblicazione periodica in Giappone, cui seguirà la serie televisiva, 195 episodi trasmessi tra il 1981 e il 1986.

Quel reggiseno vince sulle falle del copione, tanto da far conquistare subito prestigiosi premi all’autore.

Gli ingredienti salienti ci sono tutti e sdoganano per la prima volta in maniera così chiara uno schema operativo che sarà poi l’ossatura ripetitiva dei giochi elettronici di successo planetario. Quelli in cui guardi e poi partecipi. Ci sei dentro, fino a dove vuoi.

Lamù, che viene dallo spazio, stuzzica i maschietti, gioca a gatto e topo, finta oca quando necessario, determinata alla bontà del finale però, salva il mondo, o almeno sceglie la persona giusta che lo possa salvare, si pone in bilico tra quell’aspra frattura che separa in due il mondo, bene e male, peccato e salvezza.

Lei che ha gambe e seno prosperoso, ma un broncio di bambina, azzarda la scommessa del secolo: indurre il desiderio e preservare la purezza. Come? Giocando con la fantasia.

Lamù diventa allora ologramma. Mai oggetto, e neppure del tutto soggetto. Ombra, obliqua e insinuante, d’uno specchio ustorio che ha già esorcizzato la paura dell’inferno, ma non l’altra, persino più minacciosa: il terrore della défaillance, del non essere all’altezza. Se può Ataru, sciocco, imbranato, deriso, perché non io?

In Italia Lamù sbarca nel 1991, prima con Granata Press, poi con Star Comic. E quando irromperà dagli schermi dei televisori, sarà una rogna per ogni ragazza in fiore allinearsi a quel grado di testosterone da scatenare. Né si vorrà fare il passo indietro. Specularmente ai colleghi maschietti, il tormentone diventerà: Se può Lamù, allora perché non io? Così la linea è franta.

Basta con i rossori sul viso, le formiche nello stomaco, al basso ventre, sudore nelle mani. È tempo di farsi attori, tanto a proteggere c’è il nickname, e un vetro da peep show, io ti vedo tu non mi vedi. L’erotismo scivola dentro un’altra specie di buio. Ironico anche, meno imbalsamato. Calvario concluso.

Lamù salverà la terra, si crederà sposa di Ataru, lo farà litigare con la fidanzata, si intestardirà, ancheggiando e dimenando un corpo che ha afferrato la coda d’aquilone dell’ultimo scorcio d’infanzia, portandosi appresso, dalla foresta dei bambini dritta nell’adolescenza, età ingrata, il più potente di tutti gli antidoti: se voglio, posso. E tanto fu: edonisti non si nasce, ma si cresce.

Poi certo, per molti le corna sulla testa sono state meno poetiche di quelle di Lamù…

 

Silvia Andreoli

 

don giovanniNon c’è indulgenza di giudizio con i grandi amatori. Comunque li si prenda, appaiono sempre esagerati. Figurarsi poi se dal sentimento si scivola al sesso. D’un tratto le parole si fanno acuminate. E ci si scopre a essere – tutti, immancabilmente- degli irrefrenabili bacchettoni.

Scrive Giovanni Macchia: “Si disse che l’amore è un’invenzione del XII secolo. Ma nel Seicento s’inventò l’erotismo con tutte le sue degenerazioni e la sua follia: s’inventò Don Giovanni”.

Seicento, secolo di Inquisizione, caccia alle streghe, dagli all’untore. E che sia peste o invece passione, la differenza è minima: entrambe sono contagiose.

Nato da un gesto forse di ribellione alla paura, da quella cosmogonia della morte che ha soffiato per secoli sull’Europa, Don Giovanni muove i primi passi in questo humus che mischia magia popolare ad alta teologia, che scende negli anfratti d’una caparbia teoria del demonio che possiede il corpo, e lo rapisce.

A tenerlo a battesimo, nel 1631, Tirso de Molina, non a caso religioso, drammaturgo e poeta della Spagna del siglo de oro, che ne fa il protagonista dell’opera in versi El Burlador de Sevilla.

L’apertura è diretta. Intrigo e desiderio alla corte di Napoli, dove il bel Juan seduce e getta il disonore sulla duchessa Isabela, scappa verso la Spagna, fa naufragio, sarà salvato e accolto dalla pescatrice Tisbea, che riceverà in cambio di nuovo quell’amore dei corpi tanto ambito quanto esecrato dalle parole.

Sarà il primo, indelebile atto d’una serie di sequel o prequel scritti per mani differenti, tutte “grandissime”, attratte da questa fama, che traduce anche una fame, una lotta, una battaglia. Contro l’indifferenza della carne? A favore del piacere femminile? Antesignano d’una battaglia che non demorde, nemmeno ora, tra rispettabilità e ingordigia di passione?

Una battaglia, questo è certo.

Che sconfigge con il numero iperbolico di donne godute e appagate, l’ horror vacui, quella cosa che ha suono di morte: la depressione, ch’è termine nuovo, e stonato. Più intrigante, melancolia, che dentro c’ha tutta la Grecia, e l’Antica Roma, molta alchimia e zero Prozac.

Ateo, pragmatico, artista nel senso più cristallino del termine, Don Juan si staglierà nell’universo dell’immaginazione come l’eroe che non cerca null’altro che l’erotismo per affermare d’esistere.

Dunque una sorta di anti-eroe: siamo fatti di carne, e forse è vero, diventeremo polvere. Ma intanto godiamocela, questa macchina che possediamo. Ed è un godimento sovrano, che, come l’arte stessa, da sé comincia e in sé si conclude.

Don GiovanniL’arte per l’arte, diranno i manifesti nei secoli a venire e con lui il corpo diventa arte e poesia.

Quale miglior mezzo che un gemito di piacere? Fa sapere don Giovanni, che un gemito è alfabeto per chi comprende. E cosa racconta? Che l’inferno sta in mezzo, non in basso, né opposto dell’altissimo. L’inferno è rimanere in panchina. A guardare anime pie o empie sfilare su una passerella che porta da un lato all’altare dall’altro al patibolo.

Sono i gesti a creare la geografia di un uomo, sembra raccontare don Giovanni. E le mappe vanno scrutate, studiate. Ma il giudizio non è di questa terra, sembra volerci dire.

E infatti Tirso de Molina non lo fa finire bene. Perché con l’inganno una statua lo trascinerà all’inferno. Ma quello che a noi rimane è la sua abilità nella seduzione. Gli uomini vorrebbero imitarne, a parole almeno, le armi e le arti mentre le donne avvertono brividi scendere oltre il lecito ardire. Guance di porpora, sogni che scottano. Don Giovanni appare tra gli specchi, le stoffe, sono segreti da non dire nemmeno in confessionale. S’insinua sotto pelle.

Attraverserà il secolo XVII, arriverà al XVIII, per l’ascesa assoluta. Alla consacrazione penserà Mozart.

Ständetheater. Praga. 1787. 29 ottobre.

Wolfgang Amadeus, énfant prodige della musica eccelsa, spinge le porte ed entra. Sotto braccio ha la partitura del suo Don Giovanni ossia il dissoluto punito. Della stesura del testo poetico si è occupato Lorenzo Da Ponte, che calca i toni sull’ostinata forza a non pentirsi (forse illuministica ribellione alla trascendenza).
L’anti eroe risplende. D’un romanticismo scintillante.

Com’è firma di Mozart, dramma e commedia s’intrecciano. Cos’è la vita d’altra parte se non una farsa serissima?

Il pubblico esulta.

È nata una stella.

Comincia un’altra epoca per don Giovanni. Una nuova scansione del tempo. Lo riprenderanno Molière e Lord Byron, Puskin, Saramago, tanto per citare i “grandissimi”.

Ma sarà icona per tutti quei piccoli invisibili amanti di provincia, per i “draghi” delle balere, per i forsennati del liscio. Sarà il modello della trasgressione e dell’indecisione, la scialuppa di salvataggio dei più invasati, degli insoddisfatti, degli “allergici” ai legami.

E tuttavia questo non fa di lui (come qualche pessima psicoanalisi applicata alla letteratura ha provato a dimostrare) un narcisista fallito, un egoista, un prototipo da odiare per quelle Donne che amano troppo di una certa manualistica intossicante. Piuttosto una coazione al piacere che, se approvata da controparte, può diventare persino sublime e strepitosa.

C’è della follia in questo? O è follia ciò che combatte i crismi sociali?

A ben guardare, non esiste conservatorismo più puro in una società che in ciò che riguarda matrimoni, relazioni, e camere da letto. Un conservatorismo cui fa da contralto il pruriginoso bisbigliare da beghine, che tanta ricchezza ha portato all’industria del pettegolezzo.

Magari allora un poco ci si deve rassegnare e piegare lo sguardo, e l’orecchio, e concedere che forse sì, non è morale nel senso più tradizionale del termine, ma… Carezza i sensi oltre l’umano sentire, e fa sentire uniche, unici, e straordinarie, straordinari.

Manca, è ovvio, sempre un ingrediente: la verità.

Ma esiste verità in amore? O non diventa il terreno assoluto dei segreti e delle interpretazioni? Non lo cerchiamo per quello?

E se l’amore diventa un ideale cui tendere (perennemente sfuggente), appare impossibile opporsi alla constatazione che non uno ne esiste, ma infinite espressioni, molteplici sfaccettature e dunque un potenziale infinito di donne, e di uomini cui dedicarsi. È un altro tipo di sapienza quella a cui giunge Don Giovanni, non è ‘malattia’, semmai guarigione, da una sapienza che non è funzionale se non all’adattamento.
(Ma solo Darwin era convinto che l’essere umano fosse fatto per adattarsi all’ambiente).

Silvia Andreoli