dylan thomasNon andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta,
Perché dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto slendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli implusivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

 

-o-

 

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

 

 

 

vinicius de moraesPer chi arriva a Rio, Ipanema è la spiaggia dei più bei culi del mondo. Per chi ama la cultura brasiliana è il “quartiere” dove si svolse l’intera vicenda della bossa nova, nonché la vita, ardita e trasgressiva, di artisti, poeti e straordinari uomini cariocas. Ah, a proposito, cariocas sono gli abitanti di Rio e non tutti i brasiliani…

 

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento tutto accadeva qui, in questa lingua di sabbia stretta tra l’Oceano Atlantico e la Lagõa Rodrigo de Freitas, nella spiaggia colonizzata dai figli degli intellettuali europei fuggiti dal Nazismo e dal Fascismo, e Ipanema era una sorta di “Firenze medicea in salsa tropicale” punto d’incontro di artisti plastici, filosofi, poeti, cantanti, donne bellissime, dissidenti politici.

 

Vinicius de Morães, il grande poeta di Rio, è stato probabilmente, il grande “articolatore dell’identità moderna” dell’uomo carioca. Nella sua Cronaca do Estado de Guanabara scrisse:

 

«Essere carioca significa, più che essere nato a Rio, aver aderito alla città al punto di sentirsi a proprio agio soltanto in mezzo alla sua adorabile disorganizzazione. Essere carioca significa non amare svegliarsi presto, anche se si sarebbe obbligati a farlo; è amare la notte prima di ogni altra cosa, perché la notte induce a chiacchierare disinvoltamente; è lavorare svogliatamente… avere come unico programma non averne nessuno… è dare più importanza all’amore che al denaro».

 

Ed è vero, il carioca si autopercepisce come appartenente a una categoria antropologica e identitaria ben definita. Un rifiuto a prendersi troppo sul serio, un’idiosincrasia per ogni tipo di autorità, un gusto per la vita che sfida ogni argomentazione razionale. Impregnato del “sapere da spiaggia”, del gusto per la chiacchierata, la birra, lo spuntino al botequim; in altri termini il carioca è l’homo brasiliensis innovatore, arguto, filosofo, malandro.

 

Vinicius era tutto questo, un grande bohémien, un filosofo amabile, un umorista spontaneo.
Un santo pagano, disimpegnato e serissimo, divertente, malinconico, coltissimo, arguto, irresistibile. Si definiva o branco mais preto do Brasil, il bianco più nero del Brasile, perché sentiva, forte,  il legame con l’Africa: la sua visione meticcia, universalistica, aperta,  era perfettamente “ipanemense”. «Nessuno è carioca invano», amava dire. Era erudito (studiò, tra l’altro a Oxford) ma propendeva per la cultura di strada, beveva whisky e si circondava di una sorta di cenacolo composto da intellettuali, giornalisti, artisti.

 

Nel 1956 produsse la piéce teatrale Orfeu da Conceição, e nell’occasione conobbe Tom Jobim: da allora il sodalizio praticamente colonizzò Ipanema. Pur amico di Neruda e Ungaretti, Osvald e Mario de Andrade  si guadagnava da vivere come critico di cinema o rispondendo a lettere di donne dal cuore infranto per giornali cariocas. Da vero poeta, alternava frasi immortali – «a vida è a arte do incontro», che divenne  il suo motto più felice, a rime   ingenue come «peixinhos e beijinhos», pesciolini e bacini.

 

Aveva 45 anni (era nato nel 1913) quando, nel 1958, uscì Chega de saudade, con le sue parole, la musica di Tom Jobin e la voce di João Gilberto: iniziava un’era d’oro per la cultura del Brasile, e Vinicius divenne il guru di quella generazione. Morì nel marzo del 1980, dopo aver trascorso, incosciente, tutta la notte nella vasca da bagno tra libri, carte, ghiaccio e naturalmente tanto whisky.

 

Le ragazze solari, belle e naturali di Ipanema erano chiamate aviãos, aerei: andavano scalze sulla spiaggia, e che con la loro sensualità e spontaneità portarono la generazione degli anni Cinquanta, senza che vi fosse un programma o una teoria precostituita, alla liberalizzazione sessuale.

 

E qui torna in gioco l’Africa. L’Africa della diaspora, che permea la cultura brasiliana, persino al di là delle apparenze visive. In Africa l’uomo produce e crea valore, è saggio, esperto, affidabile; la donna vende, è mobile, va a vendere al mercato, soprattutto sviluppa i lombi, la cosce, il culo, la bunda brasiliana. Sì, meglio che la parola che definisce questo universo di significati sia femminile. Il mercato diventa così, anche o soprattutto, il luogo della bellezza, delle sfilate, il momento del passaggio dal privato al pubblico.

 

Qui l’Africa si svela e promette quel che sarà in America, quel che sarà, in un futuro prossimo, il mondo intero.

 

«La nostra vera patria è la nostra pelle», diceva Curzio Malaparte.
È vero, il corpo è soprattutto il prodotto di un processo storico e culturale.
È la cultura che forgia i corpi, attraverso quella dinamica che gli antropologi chiamano “antropopoiesi”. Non basta nascere per aver un corpo – una tabula rasa su cui scrivere, un blocco di cera da modellare, un campo di forze nel quale l’individuo si scontra con la cultura, l’ideologia, la politica, la morale, la storia – noi siamo il nostro corpo, e il nostro corpo è quel che ci meritiamo.

 

Per gli indios Caduveo «chi non è tatuato non è un uomo»: se non l’avessero detto a Claude Lévi-Strauss negli anni Trenta del Novecento, sembrerebbe uno slogan della modernità occidentale.

 

È la cultura, quindi, che segna la pelle, insegna gesti e impone posture, e il corpo è una zona di riflessione, una sorta di “altare” di fronte al quale sacrificare ogni pregiudizio perché di per sé parla, racconta, orienta, dirige.

 

Il pudore e il riserbo di noi occidentali ha oscurato millenni di gesti, provocazioni e liberazioni, ammantandoli di compiaciuta morbosità; al contrario il Carnevale brasiliano con il suo rovesciamento di ruoli e lo scatenamento apparentemente sregolato e dionisiaco non è solo una sospensione del tempo, dello spazio, delle regole, è anche un magico disvelamento della mentalità, dell’ideologia, del modo di essere brasiliano.

 

C’è anche un po’ di eredità indigena in questa disinvoltura “corporale” che osserviamo nelle spiagge brasiliane.

Tomar um banho, lavarsi, in qualunque momento della giornata, è un’esperienza mediata dalle tradizioni degli indios, associata alla sensazione felice del contatto, e anche alla sessualità, alle piacevoli stimolazioni offerte. Il contatto con la propria pelle, che i brasiliani glorificano ed enfatizzano permette al corpo-materia di suscitare sensazioni vive, rimandando allo stesso tempo, alla sfera della meditazione e del sacro.

 

E veniamo, anzi torniamo, al sedere (come suona irreale e politically correct questo termine…), anzi alla bunda. Sempre protagonista: cos’altro era l’imperiale incedere della garota di Ipanema se non una sua esaltazione del culo ammantata di poesia?

Nell’immaginario popolare brasiliano la bunda, sul piano estetico-erotico, è assolutamente preminente. Negli Stati Uniti la preferenza va invece al seno voluminoso che, secondo alcuni critici, può denotare il complesso della mamma, la valorizzazione di uno dei punti più nobili del corpo della femmina, poiché, di fatto, lo si associa alla preservazione della vita, ovvero all’allattamento.

 

Vi fu un anno, il 1972, in cui Arembepe, non lontano di Salvador de Bahia, fu il centro del movimento hippie. Bene, quei giovani liberi, disinibiti e considerati dai militari che erano allora al potere estremamente trasgressivi, chiamarono quel tempo o verão do desbunde, come dire più o meno: “l’estate del culo nudo”.

 

Il fatto è che Rio de Janeiro vive in spiaggia. Affermazione apparentemente banale e riduttiva, ma la spiaggia qui svolge il ruolo che in altre grandi e piccole città del mondo hanno le piazze, i cinema, i bar. È la via d’accesso obbligatoria alla cittadinanza. Dappertutto è un’esplosione di significati. Il corpo nudo mostra tatuaggi, celluliti, silicone, muscoli naturali o coltivati dal body-building: il popolo, a secondo della tribù di appartenenza, si divide e colonizza parti di spiaggia differenti. Il tratto dei gay, delle garotas de programma, delle prostitute (idem), dei fricchettoni ribelli.

 

Il corpo nudo nutre stereotipi (brasiliana sta per “donna disinibita”), scandalizza (l’attrice Leila Diniz nel 1971 si mostrò gravida in bikini sulla spiaggia di Ipanema), crea mode («è brutto, vecchio e obeso chi non vuole prendersi cura di sé»).

 

Questa è la patria della chirurgia estetica (Pitanguy), ma attenzione: la corpolatria carioca non ha nulla a che vedere con l’edonismo e la vanità di stampo occidentale.
Il corpo è in primis salute, altro che estetica.

 

Che sia vestito o nudo, il corpo carioca è al centro di una strategia dell’apparire assolutamente peculiare, unico. Nella nostra Europa ci si veste per coprirsi, certo, ma soprattutto per comunicare, a lo stesso; soltanto che qui, invece di vestirsi, ci si sveste. Perché a parlare, a Rio non sono gli abiti, ma i corpi: benessere, bellezza, sensualità non sono (soltanto) doni di natura, ma conquiste, a volta faticose. Si percepisce, si tocca il desiderio di consenso visuale che travolge la popolazione, l’autocompiacimento, la familiarità con il proprio corpo.

 

Rio coltiva il valore della morenidade, ovvero dell’abbronzatura. In realtà il termine sarebbe intraducibile e significherebbe piuttosto lo “scuramento”. Si tratta di un rito religioso e istintivo, di un culto democratico che interessa ogni ceto sociale, una sorta di trionfo del meticciato culturale: puoi essere afro, europeo o asiatico, ma davanti alla natura, nudi, sotto questo sole, siamo tutti ugualmente brasiliani. Anzi, carioca.

 

Ipanema è un luogo da respirare, sognare, immaginare e il suo popolo si sente un popolo eletto e diverso. La musica, la religione, il cibo, la letteratura, il calcio permettono di ritrovare autostima e soddisfano un bisogno identitario fortissimo e il modo di vivere e la poesia di questo panorama hanno sublimato questo bisogno vitale di riaffermare le origini “meticce”, le radici afro ed europee, un’identità carioca.

 

E lei, la Garota de Ipanema è tutto ciò. Una ragazza ignara di 15 anni, occhi verdi e lunghi capelli neri che abitava in quella rua Montenegro (oggi Vinicius de Moares) e che  andava al bar Veloso a comprare le sigarette alla mamma. Vinicius e Tom Jobim, già grandicelli, si innamorarono della bellezza universale, al punto da dedicarle un inno.

 

Olha, que coisa mais linda/Mais cheia de graça,

É ela, menina, que vem e que passa,

Num doce balanço, a caminho do mar”.

 

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Bruno Barba

 

Lewis CarrollE a volte te lo chiedi: che cosa sarebbe accaduto se quei due si fossero davvero incontrati? Se d’un tratto avessero trovato il coraggio di sfidarsi, l’uno dinnanzi all’altro, Charles Lutwidge Dodgson e Lewis Carroll, chi sarebbe stato il primo ad abbassare lo sguardo, o a tendere la mano?

 

Il matematico, diacono, insegnante a Oxford o lo scrittore, fotografo, persino affabulatore e umorista? Dialettica imprecisa, in realtà. Perché il gioco si spariglia e duplica, eleva a potenza, lasciando una sensazione netta: che manchi sempre un tassello, per comprendere, o forse persino che sia sciocco il tentativo. Perché di certe cose il solo significato è quell’abile non sense.

 

A cominciare dal nome di battesimo: Charles, come il padre, Lutwidge, come il cognome della madre.
Poi quello pseudonimo, inventato, anagrammando i due. Dodgson firmò le pubblicazioni scientifiche, anche se pare fosse insegnante piuttosto noioso e privo di smalto per la gioventù che frequentava le aule di Oxford tra il 1855 e il 1881.

 

Lewis Carroll invece scrive fiabe e lettere alle sue “piccole amiche”, unico interesse umano che parve sperimentare, dopo l’amore per le sorelle e la madre. Quell’universo piuttosto limitato, di una famiglia numerosa, undici fratelli, lui terzogenito e primo maschio, fu la sola esperienza che fece, prima di entrare in collegio, com’era d’uso, e in fondo senza mai più uscirne, diventando a sua volta insegnante.

 

Sorelle, dunque, e tante, un amore materno cercato e rapito da altri interessi (alla Proust, ma silente), e quei giochi che crea per loro, in famiglia, per divertire e stupire. Una famiglia sua non la vorrà. Né amori, così dice la leggenda, anche se qualche biografa accenna al fatto che la piccola Alice Liddell fosse la figlia di un amante sua. E dunque questo spiegherebbe…. In realtà il buio rimane.

 

Nulla spiega nulla, con Carroll Dodgson. Perché l’ombra non spiega la luce, e viceversa. Semmai la ammanta di fascino, o la fraziona, implicando quell’effetto d’infinita rifrazione che, guardandolo a lungo, acuisce la certezza d’essere ovunque e in nessun luogo.

 

Ma torniamo a questo diacono che sceglie di non proseguire con i voti sacerdotali, questo docente di matematica, che della matematica apprezza più le aporie che la precisione, di quest’uomo, balbuziente quasi sempre, che non si innamora, che non cerca una famiglia, un matrimonio. E che ha un amore e uno soltanto: le bambine.

 

alice liddell, lewis carroll
Alice Liddell ritratta da Lewis Carroll/Charles Dodgson

Con loro non balbetta.
Con loro non s’annoia.
Con loro s’accende.
Con loro sa d’essere vivo, e persino felice.

 

Normale, s’è scritto, per quell’epoca vittoriana di grandi ricami floreali, d’un bon ton squisito, d’una compattezza quasi granitica, ma capace di cedere all’incanto di un mondo che non cresce. Normale e forsennato, però. Non tanto per le accuse (non provate), che hanno inseguito Carroll nella tomba circa la sua presunta pedofilia.

 

Invece per la strenua battaglia contro quel Tempo che s’è fatto carceriere di noi tutti. E che qualcuno, però, ancora si getta a contrastare, rigido Don Chisciotte della campagna inglese, dove di mulini a vento non ce ne sono, ma gonne e crinoline a far da campana su gambe snelle e minuscole, calzettoni ricamati e scarpe lucidissime, oh, di quelle sì, ce ne sono a migliaia. E perché mai rinunciare?

 

Lo aiutano i prodigi della tecnica, in questo frangente. È l’epoca giusta: la fotografia comincia a diffondersi, e subito Carroll si attrezza. Acquista lo strumento e lo usa. Diventerà uno dei più noti fotografi vittoriani. Uno specialista della ritrattistica anzi. Uno specialista d’una specialità: i suoi soggetti sono tutte bambine. Ne fotografa tante. Le invita per il tè, consenzienti il padre e la madre. Le seduce (figlie e famiglie) con la promessa d’uno dei suoi famosissimi libri, con il regalo di una fotografia da conservare, che è ancora cosa piuttosto costosa e rara.

 

Le intrattiene per lettera, le cerca, si spende nelle invenzioni. Gioca, affabula, è irriverente, irresponsabile. Le fa ridere. Ridere e ridere.
E?
E poi non si sa, perché della corrispondenza rimasta una gran parte è stata “epurata” dalla famiglia d’origine, che l’ha distrutta per salvare il “buon nome”. Era dunque un orco? Un Barbablù? Un pazzo ossessionato?

 

Certo è che di bambine ne capiva. Che con le bambine si capiva. E che non ne aveva mai abbastanza. Le cercava per fotografarle. Le agghindava con costumi da zingarella, da mendicante, di cui possedeva una collezione. Ma le preferiva nude.

 

Difficile. Per le condizioni stesse che poneva: essere da solo nello studio con la bambina. La famiglia, consenziente. Siamo nell’800 inglese. Difficile, dunque, difficilissimo. Ma è il suo soggetto, dichiara, la nudità, di una bambina che si spoglia senza malizia. Una sorta di innocenza rivelata.

 

Rivelata? O smascherata? La linea è sottile, quasi invisibile. Eppure determinante. È quel filo di nylon del funambolo che lo tiene incollato al cielo. Basta uno scarto ed è il precipizio. Così, l’infanzia per Professor Dodgson and Mister Carroll.

 

Ma il merito va al secondo. Nel bene e nel male. È Carroll che ha davvero saputo catturare quel movimento esatto, quella frazione infinitesimale del tempo che scorre tra l’essere sul filo e cadere, tra l’amore per l’innocenza e la perversione dell’appropriarsene. Così comprendendo. Che dietro ai visetti angelicati delle Beatrice, Alice, Mary, Irene, Agnes virati seppia c’era una grande inquietudine, istintiva e imbronciata. Quel segreto che agli adulti non piace vedere, di solito, e che invece a Carroll ha mosso inchiostro e parole.

 

300 pagine in tutto, poco più, per quell’Alice nel Paese delle Meraviglie e l’altro, Attraverso lo Specchio, che hanno cambiato la letteratura. Poteva scriverne altre. Non lo ha fatto. Si è fermato. Perché forse a questo gli serviva il racconto. Ad accedere a questo spazio, segreto, invisibile, sordido eppure immacolato.

Inutile girarci attorno allora. L’infanzia è piena di questo confine invisibile. L’innocenza da fiaba le è stata appiccicata addosso per rassicurare gli adulti.
In realtà le fiabe sono piccole prove atroci di coraggio e realtà. Come l’infanzia, le fiabe sono fatte di orchi e fantasmi, immagini che scivolano, strappano e mordono.

 

E quando il buio si fa troppo intenso e soffocante, ecco che arrivano Conigli che corrono, frettolosi, e Duchesse e Regine Capricciose, Pseudotartarughe, Lepri Marzoline, Cappellai Matti e Uova gigantesche e grasse che ripetono filastrocche. Fino a che ci si sveglia e ci si domanda: ho soltanto sognato?

 

Dodgson lo chiedeva a Carroll, ogni mattino, andando nell’aula. Ho soltanto sognato? E io, poi, che cosa ho fatto? Qualunque cosa, Carroll, – insisteva Dodgson-, sei stato tu! Chiunque tu sia.

 

E riprendeva a camminare, annoiato, verso l’aula di adolescenti maschi brufolosi, pensando che la vita vera stava dentro quel tronco, fatto come un obiettivo, e che l’abisso, come il gatto del Cheshire, sorrideva.

 

Per saperne di più: http://www.stampalternativa.it/libri/222-4/lewis-carroll/matto-per-le-bambine.html

 

Silvia Andreoli

 


julio iglesiasNel 1976 esce Se mi lasci non vale, e un fenomeno musicale, uno dei più eclatanti della musica leggera (300 milioni di dischi venduti) conquista vecchio e nuovo mondo.

Nello stesso anno Roland Barthes ha finalmente ciò che merita: una cattedra di Semiologia Letteraria al Collége de France, e poco dopo pubblica Frammenti di un discorso amoroso, e un nuovo modello di critica letteraria s’impone e conquista l’intellighenzia europea e non.

Nel suo saggio abbozza una geografia dell’amore attraverso i segni e le parole seminati nei romanzi, una mossa azzardata che supera l’analisi strutturalista del testo, riconoscendole un grande debito.

Come noi (le donne soprattutto) dobbiamo riconoscerlo a Julio Iglesias. Che più che farci sognare (per molte è sempre stato difficile andare oltre i primi venticinque secondi di una sua canzone) ci ha insegnato tutto quel che è necessario sapere sull’uomo, inteso non come razza umana, ma come maschio, e latino.

O meglio: avrebbe potuto insegnarci tutto quello che è necessario sapere sugli uomini, se qualcuno ci avesse fatto un’analisi strutturale del suo testo e poi abbozzato una geografia del sentire maschile.

La scorticata

Roland Barthes: “Speciale sensibilità del soggetto amoroso, che lo rende vulnerabile, esposto anche alle ferite più lievi”

 

La valigia sul letto

è quella di un lungo viaggio

e tu senza dirmi niente hai trovato il coraggio

con l’orgoglio ferito di chi poi si ribella

ma quando t’arrabbi sei ancora più bella

 

La ribellione della donna è fonte di stupore per Julio. E di eccitazione. La schiava che spezza le catene, il soggetto amoroso scorticato e vulnerabile non causa senso di colpa, ma in prima battuta meraviglia (che fai, ti ribelli?) e in un secondo momento compiacimento erotico (soffri per me, che sexy!). Essere fonte di dolore e di piacere, quindi essere tutto, essere la vita, che dà, toglie, fa piangere e sorridere.

Risonanza

R.B. “Modo fondamentale della soggettività amorosa: una parola, un’immagine si ripercuotono nella coscienza affettiva del soggetto”

E così, su due piedi, io sarei liquidato

ma vittima sai d’un bilancio sbagliato

se un uomo tradisce, tradisce a metà

per cinque minuti e non eri più qua

 

Una donna tradita, anche se scema, per grandi linee immagina cos’è successo. E cosa fa Julio, sorvola? No, le regala un’immagine: sono stati solo cinque minuti! E, come scrive Roland Barthes,  “la parola, l’immagine, l’idea hanno l’effetto di un colpo di frusta”.

Poi aggiunge: “Nell’immaginario amoroso, niente contraddistingue il più trascurabile stimolo da un fatto realmente conseguente; il tempo viene scosso in avanti (mi vengono in mente predizioni catastrofiche) e indietro (mi ricordo con sgomento dei “precedenti”): da un niente, prende corpo tutto un discorso del ricordo e della morte che mi trascina con sé: è il regno della memoria, arma della risonanza, del “risentimento”.

Perché lo fa? Non sarebbe più furbo passare oltre, rassicurare lei dell’amore che li lega e risvegliare immagini e ricordi della loro meravigliosa storia? No, non sarebbe più furbo.

Julio è arrabbiato perché si sente – lui – vittima di un’ingiustizia.
Ma come, io mi faccio una sveltina con la segretaria e tu mi lasci?
E no, non vale. Con un uomo come me, questo bilancio è sbagliato. L’hai capito o no che mi saltano addosso? Vorresti per caso un uomo che non se lo fila nessuna?

Colpo di frusta. Tac! E adesso rimetti i vestiti nell’armadio.

L’Inconoscibile

R.B.: “Sforzi del soggetto amoroso per capire e definire l’oggetto amato ‘in sé’ come tipo caratteriale, psicologico o nevrotico, indipendentemente dalle peculiari cognizioni del rapporto amoroso”

Metti a posto ogni cosa e parliamone un po’

io di errori ne ho fatti, di colpe ne ho

ma quello che conta tra il dire e il fare

è saper andar via ma saper ritornare

Tra il dire e il fare per gli altri c’è di mezzo il mare, per Julio no.
Lui non va giudicato sulla base delle sue azioni. O meglio, va giudicato sulla base delle sue azioni, ma ben sapendo che queste racchiudono un mistero: il suo essere, la sua inconoscibilità divina. E quindi si sottraggono al giudizio morale che prevede per tutti le stesse condizioni di partenza. Lui no, lui è al di là del bene e del male.

“Prodigarsi, adoperarsi per un soggetto impenetrabile, è religione pura”; scrive Roland Barthes, “fare dell’altro un enigma irrisolvibile da cui dipende la mia vita, significa consacrarlo come dio)”.

E Dio va e Dio ritorna, si manifesta e scompare. Non ti abbandona ma pretende da te un atto di fede. Posto allora che ambire a capire come funziona e secondo quale logica sono orientate le sue azioni è impossibile, domandiamoci con Roland Barthes: “Cosa si verificherebbe se io decidessi di definirti non già come una persona, ma bensì come una forza? E nel caso mi ponessi come una forza contrapposta alla tua forza? Tutto ciò avrebbe come risultato questo: il mio altro si definirebbe solamente attraverso la sofferenza o il piacere che egli mi dà”.

Julio è il principio e la fine, il bene e il male, quello che va e ritorna, la coincidenza degli opposti.

Un pirata e un signore. Appunto.

 

Anna di Cagno

 

 

sonia braga, dona florSensuale, viva, umanissima. E anche sentimentale, forte, capace, grande cuoca (gestisce la “Scuola di culinaria sapore e arte”). È tutto quello che gli uomini desidererebbero da una donna, e tutto quel che una donna vorrebbe essere.

 

Quanta umanità scorre nelle vene di Dona Flor, la sensuale baiana – di Salvador de Bahia – protagonista di uno dei più bei romanzi, e ricchi, e “densi” di Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, del 1966.

 

Floripedes Paiva Madureira, appunto Dona Flor dos Guimarães, è innamorata di suo marito, Vadinho, un poco di buono, il classico malandro della letteratura, del samba e della realtà brasiliana: gioca, beve, va a donne, ma a suo modo ricambia di un amore sensuale, carnale, irresistibile la moglie. Rimasta vedova, dopo una serie di tormenti e nonostante le insidie del “fantasma” del primo marito, Flor convola a nozze con il dottor Teodoro, farmacista serio e compunto.

 

Una piccola, grande nota: chi è passato da Bahia, permeata da un unguento magico che attraversa l’atmosfera, gli uomini e le cose, non può che trovare insoddisfacente la traduzione concettuale di fantasma. Vadinho è vivo eccome, in realtà, sono gli orixás del candomblé, la religione afro-brasiliana a farlo rivivere, pulsare, agire.

 

Nell’indimenticabile trasposizione cinematografica, di Bruno Barreto, del 1976, con l’ineguagliabile Sônia Braga nelle vesti di Dona Flor, più ancora nel romanzo, la scena finale “spiega” tutto”. Accompagnata dalle note di “O que será”  – altra iconica perla brasiliana, musica e parole di Chico Buarque de Hollanda – la donna esce da messa, dalla chiesa del Pelourinho, il luogo più sacro e più scenografico di Bahia con a braccetto il dottor Teodoro e, insieme, Vadinho, nudo, addirittura, che al solito le tocca il culo.

 

Romanticismo e carnalità, passione e realtà, vita e sogno che non si incontrano mai, e se si incontrano, manco si salutano, fanno finta di non conoscersi, come disse Galeano. La poetica di questa terra, e di Jorge, è questa cosa qui. Perché il Brasile è una terra lontana, in fondo ancora incomprensibile, anche se ci appare facile da capire.

 

Il Carnevale che ottenebra: – «Vadinho, il primo marito di Dona Flor, morì a Carnevale, una domenica mattina, mentre ballava un samba vestito da baiana in Largo 2 Luglio, non lontano da casa sua»; le mattinate abbacinanti di sole: «… le due donne uscirono dall’elegante messa delle undici alla chiesa di San Francesco, in una domenica di giugno appena lavata, mattinata fresca e luminosa, e con passo deciso attraversarono il Terreiro di Jesus in direzione del labirinto antico di stradine antiche attorno al Pelourinho, alcuni monelli cantavano un samba…» ; le specialità di Dona Flor, ben prima che Cracco e Bastianich venissero inventati: «Zucchero, sale, formaggio grattuggiato, burro, latte di cocco, di quello più acquoso e di quello più denso, ci vogliono tutte e due (… perché si deve sempre aver bisogno di due amori, perché uno non basta a riempire il cuore?)… Assaggi la torta che le mando insieme alla ricetta…» sono topoi di un Brasile che molti critici hanno percepito come troppo “amadizzato”. Come se non esistesse un Brasile più razionale, occidentalizzato, manicheo, dualista. Ovvero come se non esistessero (anche) uomini e donne “come noi”.

 

Invece Flor e gli altri personaggi amadiani, tanto del romanzo in questione quanto di altri celebri libri, sono diversi: compiaciuti della loro imperfezione, non aspirano all’assoluto; non incapaci di scegliere, ma al contrario, “strategicamente” portati ad accogliere, rielaborare, sincretizzare. Persino le straordinarie e sensualissime ricette, sembrano descrivere questa diversità.

 

“Andiamo ai fornelli: piatto d’alta scuola è il vatapá di pesce (o di gallina), il più famoso tra i piatti della cucina baiana. Vatapá che serva per dieci persone (e che avanzi, com’è nelle buone regole).  Prendete la testa di due grossi pesci (meglio se garoupa) e come condimento sale, coriandolo, aglio, cipolla, qualche pomodoro e il succo d’un limone… Fate saltare il pesce in quel sugo ricco d’aromi diversi, e tiratelo a cottura con un po’ d’acqua. Prendete la grattugia e due noci di cocco scelte e grattugiatele… non buttate la pasta di cocco residua… prendete quella pasta e sbollentatela in un litro d’acqua. Poi spremetela per ottenere il latticello… Aggiungete il latte di cocco, quello spesso e puro e, finalmente l’olio di dendê; due tazze colme, fior di dendê per dare colore al vatapá: color oro vecchio. Fate cuocere a lungo, a fuoco lento… Per servirlo non manca che versarci sopra un po’ di olio di dendê crudo. Servitelo con contorno di acaça: fidanzati e mariti si leccheranno i baffi”.

 

Con l’olio di dendé ricavato da una palma – fortissimo, mitico e mitizzato, simbolo dell’Africa perduta – che tutto trasforma, eleva, brasilianizza. 

 

Il Brasile è il paese che tutto accoglie, che tutto trasforma, che tutto assimila secondo un processo “antropofagico” e “cannibale”. In questo senso è il paese della “non scelta”, come ha insegnato proprio Jorge Amado  proponendo e poi dipingendo proprio così l’indimenticabile ritratto di dona Flor, che non esclude dal proprio sentire nessuno dei suoi mariti. Non è l’ignavia di una persona tormentata, l’indecisione di chi subisce gli eventi o l’opportunismo di chi ama i compromessi; al contrario, è la scelta strategica e consapevole di una donna  – e, nella metafora, di una cultura e di un popolo – che non vuole escludere. E che così celebra la vittoria sull’intolleranza.

 

Vadinho sperpera denaro e sentimento, ma la sua generosità risulta… immortale agli occhi dell’innamorata Flor; è l’amore nella sua dimensione sessuale e non romantica. Dall’altra parte Teodoro: rassicurazioni, posizione sociale, rispettabilità.

 

Anche Gabriela, altro personaggio a tutto tondo di Amado, non la si placa facilmente: una volta sposata all’arabo Nacib  – il Marcello Mastroianni della riduzione cinematografica – si ribella alle convenzioni sociali, al matrimonio che “diserotizza”, alla perdita dell’innata allegria, con le domeniche riservate alla chiesa, l’obbligo di vestiti casti. E che fa Gabriela? Si toglie le scarpe, che il piede nudo è erotico, e la riporta alla dimensione primordiale, quasi animalesca. Sensuale.

 

Il Brasile non sa o non vuole del tutto abbandonare il retaggio doloroso, eppure formativo, perché la cultura meticcia è nata proprio nella piantagione, della coppia colonizzatore-schiava. E Amado, tanto con Flor quanto con Gabriela vuole ricordarci quanta brace, apparentemente spenta ma prontissima a riaccendersi, giace sotto alla pacificazione dei sensi e dei costumi.

 

Questa brace, naturalmente innerva il sangue soprattutto di neri e mulatti, ovvero di afro-discendenti: inutile dire che Flor, Gabriela, Vadinho – come anche il magistrale Pedro Arcanjo, protagonista dell’indimenticabile “La bottega dei miracoli”, forse il più significativo tra i testi amadiani, sono tutti meticci, ibridi, sanguemisti. Il dottor Teodoro no, lui è bianco, lui rappresenta altro.

 

Eppure Dona Flor bisogna anche odiarla un po’. Invidiarla. Amado l’ha ritratta con un’immagine netta, ma contestuale, relativa e piuttosto difficile da capire per noi. È vero – chiamiamo in causa un altro enorme raccontatore di storie, come “Gabo”- che “il cuore ha più stanze di un casino”?

 

La domanda ci viene: Flor “è una donna onesta oppure una puttana”? Davvero riesce a risolvere le contraddizioni, i tormenti, le sensazioni contrastanti  che pure, inevitabilmente prova?

 

Sì, lei risolve, soffre, ma ce la fa. Con quel Vadinho che, scostumato, l’accompagna fuori dalla chiesa, lei che è abbracciata al suo “vero” marito. E noi a dirci: e che ne è dei nostri affanni, dei nostri “principi” morali, religiosi, culturali? Insomma perché siamo costretti al conformismo e loro, quei privilegiati, no?

 

La risposta i brasiliani ce l’hanno, eccome, e l’ha riassunta mirabilmente il poeta Carlos Drummond De Andrade. “Il Brasile?” – ha detto – “Un vostro sogno. Solo che noi ci viviamo dentro”.

 

Bruno Barba

 

 

Buffalo BillChe nascere in un’America scissa dall’apartheid sia già di per sé atto di coraggio, si fatica a contestare. Se poi quello stato si chiama Iowa, La Claire la cittadina e la data sul calendario segna 26 febbraio 1846, la faccenda diventa persino più eroica. A questo si aggiunga un padre anti secessionista, che non ha paura di dirlo e che paga questa sua affermazione con una doppia coltellata e una fuga in abiti femminili (unica chance per farla franca, anche se morirà di lì a poco), et voilà, ecco il debutto su questa terra di William Frederick Cody, noto a tutti come Buffalo Bill,  orfano a undici anni.

È una strana adolescenza la sua. Giovanissimo, diventa staffetta-portavalori Russel-Majors & Waddell, a fare spola in una di quelle dozzine di carovane di 25 carri ciascuna.

Primo viaggio: 1500 chilometri da Saint Joseph (Missouri) a Salt Lake City (Utah).

Caccerà bisonti, spaventandoli come nessuno mai, e con quella stessa energia, ammazzerà anche il suo primo pellerossa (niente “politically correct”, nativi americani stride troppo accanto a quel suo nome). Un quotidiano lo intervisterà come “il più giovane uccisore di indiani della Prateria”.

L’eroe decolla.

 

Spinto dal bisogno di denaro, nel 1861 sarà rider del Pony Express tra Saint Joseph e Sacramento (California), macinando 450 chilometri al giorno, cambiando 21 cavalli, distinguendosi tanto da diventare scout per le carovane.

Scoppiata la Guerra di Secessione, dal 12 aprile del ’61 al 9 aprile del ’65, affiancò i nordisti come yayhwkern (un mix tra osservatore, spia, guerrigliero, predone) prima, poi come guida del IX e V Cavalleria. Gli si riconosce paga da colonnello.

È bravo.

Il più bravo di tutti.

Non si arresta. Non ha paura. Freme, lui pure, come un bisonte.

 

 

Anche i miti hanno uno stomaco da sfamare. Nel ’64 accetterà l’uniforme dell’US Army. E poi nell’esercito c’è pane anche per la sua anima affamata di coraggio. Mica si tratta di una guerra qualsiasi: è la prima vera guerra industriale invece.

Per combattere si ha bisogno di fabbriche civili, miniere, cantieri navali, banche. Una sorta di grande prova che poi getterà le sue lugubri danze sulla Prima Guerra Mondiale.

Ora la modalità degli scontri cambia, mutano le armi, la tecnologia infiamma, e Buffalo Bill, mitico Colonel Cody, non resta a guardare.

S’imbizzarrisce, ha l’istinto a emergere, è portato per lo show, i gesti eclatanti. E questo diverrà per lui prigione e gloria.

 

Nemmeno quando si accasa, sposando il 6 marzo 1866 l’alsaziana Margaret Louis Federici, riesce a domarsi. Nonostante le promesse alla giovane consorte, manda in fallimento albergo e saloon un tempo gestiti dalla propria madre e ritorna all’azione, arruolandosi come scout del VII Cavalleria del generale Custer (sì, lui, Custer in persona).

Il matrimonio traballa, accusa Louise di cercare di ucciderlo (a seguito di un’intossicazione da salmone in scatola che lei gli ha servito) e infine lei se ne va, con uno più ricco, capace di finanziarle gli spettacoli che brama fare.

Buffalo Bill si è già consolato.

Passa da un’amante all’altra, bulimia d’amore fuggevole, scalpita, va bene una cameriera, una meretrice, così come la regina Vittoria (con cui si dice abbia avuto un filarino). È un marinaio, in questo. Ma in battaglia ha i piedi sempre per terra e ora di nuovo la fama lo chiama.

 

Il clangore è Dna per quest’esuberante giovanottone d’America, cui sta stretto ogni legame che non sia la caccia.

Nel 1867 ritorna alla sua passione adolescenziale: i bisonti.

Sarà ingaggiato dalla Kansas Pacific Railroads, che sta collaborando a realizzare il grande sogno americano: collegare l’Est con l’Ovest in soli otto giorni, grazie alla ferrovia. 1200 operai aspettano la carne, hanno bisogno di almeno 12 bisonti al giorno.

Lui ne ucciderà 4286 in 17 mesi. E conquisterà quel suo nome invincibile: Buffalo Bill.

 

«Buffalo Bill, Buffalo Bill, never missed and never will, always aims and shoots to hill, anche the Company pays the Buffalo Bill», intonerà una ballata popolare. E quando la strada ferrata sarà arrivata a Sheridan, nel Wyoming, il suo compito sarà terminato.

Eppure nessuno ne avrebbe parlato fuori dalla cerchia ristretta dei cacciatori, se non fosse stato per l’incontro casuale con Ned Buntline, uno scrittore e giornalista incapricciato del West e determinato a farne una grande epopea.

Buntline, imbattendosi in quel cacciatore di bisonti, capisce: «Farò di voi l’eroe del West», gli giura ed è ciò che accadrà.

Ci voleva lo zampino di una penna da melodramma, insomma, condita dalla prosa di un malizioso conoscitore dei gusti dell’epoca.

Né William si sottrae, a quell’opera in fondo scritta a quattro mani. Anche se le sue, sangue afferrano, non inchiostro. Il risultato non cambia: l’uomo ha già cucito il mito, pronto a diventare servitore di se stesso, o di due padroni – l’uno, il sé reale, l’altro il personaggio – e, dopo una manciata di anni, a inchinarsi al secondo e farsene divorare.

 

Qualcuno ancora oggi si chiede se sia stato un uomo in carne e ossa o invece un parto della fervida fantasia letteraria, cinematografica, fumettistica.

Non serviranno altre prove, perché s’incaricherà Buffalo Bill in persona a fornirle.

Sarà la star di quel “sensational drama” creato proprio attorno a lui.

Così comincerà a interpretare se stesso nei lavori di Buntline: nel 1873 recita Buffalo Bill in Scouts of the Prairie, poi sarà la volta di Ten indian warriors ten

Prodromi, briciole, di quel che verrà: un memorabile reality agli albori.

 

Buffalo BillDebutta un antesignano del Wild West Show.

Itinerante, maestoso, eccitante, eccessivo, come una “saga”, negli anni a venire, toccherà anche l’Europa, forte del suo centinaia di persone, duecento animali, costumi, carri, tende, armi, e una logistica così rodata da aver attirato l’interesse degli ufficiali dell’esercito che a quella pensarono di ispirarsi.

Una macchina da guerra davvero. Ogni dettaglio è curato all’ossessione, per indurla, dentro, quest’ossessione, instillata goccia a goccia.

 

Ma da principio fa flop.

A Chicago, dove debutta, il quotidiano scriverà: «È improbabile che Chicago voglia ancora assistere a roba del genere, con una tale accozzaglia di dialogo assurdo, trama esecrabile, puzzo intollerabile di scalpi, sangue e tuoni».

Errore.

Madornale errore.

 

A risollevare e rilanciare l’idea ci penserà quel geniaccio dello spettacolo circense che è Phineas Taylor Barnum. Lui, che nel 1871 ha stordito le platee con il suo circo a tre piste dotate di quattro palcoscenici, capisce il potenziale di quel “gioco” del più autentico West e lo rende esplosivo. Vuole infiammare il coraggio di tutti. Qui e Oltreoceano.

L’uomo, quel Buffalo Bill, non più giovanissimo, ha però la pellaccia dura, e una fame da bisonte. Sarà capace di inscenare se stesso. Basta dargli la giusta “benzina”, il contesto.

 

1883 Nebraska. 1886 Madison Square Garden, NY. Vanno in scena spaccati di vite di cowboy, di pellerossa, soldati di guarnigione e azioni, tante, infinite eroiche azioni.

Lo show, come un rettile, cresce, muta pelle, si adegua ai fischi e agli applausi. È una creatura che ha vita a sé. E spopola, eccome se lo fa.

 

Ma l’America sta stretta. Ci vuole l’Europa. L’Inghilterra dapprima. Poi anche l’Italia, nel 1890 e 1906.

Il terreno è pronto.

La misura colma.

Gli animi saturi di desiderio.

Abbiamo bisogno di eroi. Di epopea.

Abbiamo bisogno di grandi padri.

E Buffalo Bill darà loro quello che si attendono.

 

Il resto lo farà il cinema, e la tivù. Metafisica della finzione o, viceversa, l’acuta intuizione che la vita è spettacolo, e che con quello s’afferma, e si ricorda; il passato vale solo come epica.

E lui, imperterrito, va dove gli dicono, forte di quell’idea che, se una cosa la sai fare, ed è una e una soltanto, ma la esprimi a livelli sorprendenti di eccellenza, be’, su quella concéntrati e lascia che tutto il resto venga dimenticato.

Avesse vissuto qualche anno di più sicuramente lo avrebbe chiamato Lucas nel cast di Guerre Stellari. Quel piglio fiero, strafottente, e la voglia di arrivare, a qualunque costo: che la forza sia con te, insomma, ovunque tu vada.

 

Il Selvaggio West americano diventa un topos dell’immaginazione.

 

Certo, il gioco alla lunga diventa talmente coinvolgente che nemmeno lui, poi, Cody-Buffalo Bill saprà mettere ordine tra gli episodi realmente accaduti e quelli creati per lo show.

La fiction divora la memoria, la fa impallidire. E poi davvero esiste una linea di demarcazione stabile?

C’è stata la radio dopo.

Poi la tv.

Il grande schermo.

A sfumare i confini, a confondere, ingannare.

Oggi, la realtà virtuale sposta l’epopea de’ noantri dentro i tablet, a interrogarci su unghie, capelli, ciccia e brufoli di finte star o politici chiacchierati.

E guardandosi indietro, chissà, come un rigurgito infantile, un po’ di nostalgia per quella voglia di padri ritorna.

 

Silvia Andreoli

 

 

 

Il 2017 è un anno kennediano. In maggio, precisamente il 29, ricorrono infatti i cento anni dalla nascita di JFK, il 35° presidente degli Stati Uniti d’America assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963. Un giorno storico per il mondo ma anche il giorno più terribile nella vita di Jacqueline Lee Bouvier, detta Jackie. Seduta nella limousine presidenziale (una Lincoln Continental decappottabile del 1961), vide John Fitzgerald caderle addosso e – così si tramanda – gridò: «Oh, mio Dio! Hanno sparato a mio marito! Ti amo Jack». Dell’istante che le ha cambiato la vita restano immagini indimenticabili di lei al fianco del marito colpito dai cecchini, con quel tailleur Chanel di lana rosa macchiato di sangue e materia cerebrale che volle continuare a vestire «perché vedano ciò che hanno fatto a Jack».

 

Erano passati esattamente dieci anni dal giorno del loro favoloso matrimonio, celebrato il 12 settembre del 1953 a Newport, Rhode Island, davanti a più di mille invitati. Ma il loro fu un rapporto fin dall’inizio pieno di amori e tradimenti, complicità e tragedie. Qualche anno dopo, Jackie dirà: «Sposando John sapevo che avrei conosciuto delusione e disperazione, ma decisi che sarebbe valso il dolore di viverle».

 

Pensando a lei, tutti rivedono la first lady impeccabile, l’icona di bon-ton e mondanità, la donna che piaceva al popolo e ai potenti. Ma lei, Jaqueline, fu anche qualcosa, qualcuno, di diverso: fu l’amante occasionale di molti uomini (fra cui John Warnecke, l’architetto che progettò la tomba di suo marito), prima di risposarsi, nel 1968, con l’armatore greco Aristotele Onassis detto Ari.  E fu l’assidua frequentatrice dei night più esclusivi di Manhattan. Forse nel tentativo di elaborare il lutto. E di ricominciare. Nascondendo la fragilità dietro agli abiti che ne fecero una star, un mito, un modello da seguire.

 

A svelare alcuni dei lati oscuri di Jackie è stato il libro La biografia mai raccontata di Barbara Leaming che per prima ha parlato della strenua lotta contro la patologia psichica che la tormentò per i successivi trentun anni di vita: il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Uno shock profondo che finì per trasformarla da simbolo femminile positivo a personaggio scomodo. Vi si intrecciano rivelazioni, aneddoti, ma anche dettagli della morte di Kennedy (Jackie che bacia le dita, la bocca del marito morto, gli sfila la fede insanguinata, cerca di indossarla ma è troppo grande per lei). Il lutto, la solitudine, il ritorno in pubblico e alla vita mondana, le compagnie improbabili e poi i tanti, tantissimi uomini.

 

Nella lista, secondo un’altra biografia (A Life Beyond Her Wildest Dreams, scritta da Darwin Porter e Danforth Prince) ci sarebbero i nomi di Warren Beatty, Peter Lawford, Paul Newman, Gregory Peck, Frank Sinatra, William Holden e Marlon Brando. Che Jackie ebbe una relazione con il cognato Bob era risaputo, ma il libro fa anche il nome dell’altro cognato, Ted. Che avrebbe rivelato: «Sapevo che Jackie frequentava anche Bobby, ma questo non mi ha fermato. Mi sono innamorato di lei dal momento che l’ho vista». Meno romantico il ricordo attribuito a Marlon Brando: «Io le preparai le omelette, lei spense le luci, ballammo un lento, Jackie fece pressione con le cosce e finimmo sul divano. Aspettava che le chiedessi di andare a letto insieme, alla fine me lo ha chiesto lei». William Holden rivelò perfino di averle insegnato a fare sesso orale: «Suo marito non insisteva a chiederlo, così le ho detto io come fare».

 

Jacqueline Kennedy, insomma, era una donna, non una santa. Nel 1963 ha 34 anni, un passato da incubo e un futuro tutto da inventare. E quando nel 1968 uccidono anche Bob, è terrorizzata. Decide di risposarsi e sceglie Aristotele Onassis. Un vecchio avventuriero con un passato di rubacuori. È legato a Maria Callas, che viene messa alla porta senza tante cerimonie e ne morirà. Lui dichiara di voler sposare la regina Elisabetta, ma «visto che non posso, mi prendo almeno Jackie Kennedy». E così sarà. Si sposano il 20 ottobre 1968, a Skorpios, l’isola greca di Onassis.

 

L’America è scioccata. La regina di Camelot (come veniva chiamata negli anni felici dell’era Kennedy) da Biancaneve diventa strega, una femmina perfida, avida, calcolatrice. La vedova nazionale viene declassata a grande mondana. Il suo nome viene persino preso in prestito da una discoteca di Roma: il Jackie O’. Cambia la percezione di lei ma, soprattutto, cambia lei. Nella sua avidità di shopping c’è qualcosa di nevrotico. Le sue razzie consumistiche sono al limite della follia. A Capri compera trenta paia di sandali tutti uguali; a Parigi cinquanta foulard di Hermés assolutamente identici. C’è un gran vuoto da colmare. C’è l’affanno di una quarantenne che si sente sfuggire il senso della vita.

 

Quando Onassis morì, il 15 marzo 1975, Jacqueline mise fine alla disputa per l’eredità accettando una liquidazione definitiva di 26 milioni di dollari. Negli ultimi anni della sua vita visse a New York, collaborando con alcune riviste come esperta di arte egizia, e a Martha’s Vineyard con Maurice Tempelsman, un industriale e commerciante di diamanti di origine belga che sembra abbia sposato in articulo mortis. Nel 1994 le era stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin e morì il 19 maggio dello stesso anno, all’età di 64 anni, nel suo appartamento nella Fifth Avenue. È sepolta a fianco del suo primo marito, John Fitzgerald Kennedy, nel Cimitero Nazionale della Contea di Arlington.

 

Nel 2014 sull’Irish Times, quotidiano di Dublino, vennero pubblicate le 33 lettere che Jacqueline scrisse a Padre Joseph Leonard, un sacerdote cattolico irlandese deceduto nel 1964 all’età di 87 anni. I due si erano incontrati solo due volte. Una prima volta nel 1950 quando lei aveva 21 anni, si chiamava ancora Jacqueline Bouvier e studiava letteratura francese all’Università di Dublino. Il sacerdote ne aveva 73. Una seconda volta sempre a Dublino nel 1955: Jackie si era appena sposata e il marito stava compiendo un viaggio in Europa. Due incontri, che però bastarono per conquistare la fiducia di una giovane donna in cerca di certezze, prima dell’assassinio, e di conforto poi.

 

In una di queste lettere, spedita nell’inverno del 1963, un paio di settimane dopo l’attentato a JFK, si legge: «Sì, credo in Dio. Ma quando lo vedrò mi deve qualche spiegazione». La giovane vedova è disperata. «Avrei voluto morire io al suo posto. È morto fra le mie braccia. Dio se l’è ripreso, forse per mostrare quanto il mondo sia perduto senza di lui. Ma perché?»

 

Il ritratto che ne esce è ben diverso da quello consacrato da centinaia di libri storici e biografici. Jackie era una donna tormentata, profondamente religiosa, di grande coraggio e non la disinvolta, cinica opportunista degli anni successivi alla vedovanza. Quando sposò Aristotile Onassis voleva solo dare un altro padre ai suoi figli? O cercava compensazione al grande lutto nel glamour di quello che allora, quando volare era un privilegio, si chiamava jet-set? Finora la figlia Caroline (unica sopravvissuta dei quattro avuti da Kennedy: Arabella e Patrick morti alla nascita e John-John precipitato in mare nel 1999) non ha voluto rispondere a queste domande.

 

Del resto, come ha detto l’attrice Natalie Potman, protagonista del biopic di Pablo Larrain: «Ogni persona è un mistero, ma Jackie è un mistero più grande di altri»

 

 

P.S. Chiedo venia per un ricordo personale. Nel novembre 1963 avevo 7 anni e frequentavo alle elementari un corso di inglese. Il dolore di tutti per l’attentato di Dallas era così palpabile e partecipato in quei giorni che l’insegnante, una suora, ci fece scrivere una letterina di condoglianze per Jacqueline Kennedy, firmata da noi bambine. La cosa straordinaria fu ricevere, un mese dopo, la sua risposta di ringraziamento. Su carta intestata della Casa Bianca.

 

Marina Moioli