Impossibile per loro non entrare nel mito. Nati come gruppo al momento giusto nel posto giusto, vale a dire San Francisco, scorcio della seconda parte dei sixties, i Jefferson Airplane sono i “primi” in un sacco di cose. E in una manciata di anni mettono a segno tutte le “mete”: Monterey (1967), Woodstock (1969), Altamont (1969) e i primi due eventi sull’isola di Wight.

A stregare la Summer of Love di quell’indescrivibile Monterey, il 17 di giugno la voce di Grace Slick, frangetta adolescente, occhi grandi, liquidi, d’un verde cangiante tuffato nel blu, il fisico sinuoso coperto da lunghe gonne folk – e la malizia sottile tatuata addosso, emblema d’una splendida rivalsa dell’innocenza apparente che sa rivelare il lato più oscuro delle cose.

Intonando White Rabbit, pezzo scritto di getto, dice la leggenda, nell’arco giusto di una mezz’oretta, le parole fanno scivolare la realtà nella fiaba e viceversa.

Come?

Mischiando LSD, Bolero di Ravel e quell’Alice nel Paese delle Meraviglie che entra nelle ossa fin dalla prima infanzia. Il resto, poi, spetta al corpo, senza più fini né confini.

L’effetto è potentissimo: tra some kind of mushroom, fumo di Brucaliffo e l’immancabile richiamo alla madre (che nemmeno le pillole giuste sa scegliere), pare quasi che in sottofondo suoni -piano, forte, poi piano ancora, ma infinito-, il più astruso, irresistibile,  lisergico dei dialoghi fiabeschi firmati da quel folle visionario ossessivo che è Lewis Carroll.

Alice: Per quanto tempo è per sempre?

Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

Già, un secondo.

Ma teniamocelo stretto, quell’istante incandescente. Che nell’anniversario della Summer of Love, attraversa la cortina dei decenni e ci piomba addosso, con una forza tra nostalgia e decisione, tra incubo e paradiso perduto.

E se vi resta qualche dubbio, Go ask Alice, I think she’ll know.

Silvia Andreoli

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