STEPHEN FRY Icona Pop&Bipolare

Se sei nato con una faccia cubista e un fisico da Barbapapà, come hai fatto a diventare uno degli attori più pagati del cinema inglese, nonché una delle voci più autorevoli e influenti della cultura britannica e quindi un’icona pop amata osannata ormai da un paio di generazioni?
C’è solo una spiegazione: sei la quintessenza di quella cultura che, a sua volta, si lascia ben volentieri rappresentare da un signore corpulento e stravagante, dichiaratamente gay, spudoratamente snob e drammaticamente bipolare.

In Italia Stephen Fry sta per: «Ah, sì quello che ha fatto Oscar Wilde nel film di Brian Gilbert» di cui tutti ricordiamo l’impressionante la somiglianza con Oscar Wilde, oltre che l’abbagliante bellezza di Jude law\Bosie. Ma a casa sua è cento volte più famoso, ed è difficile trovare un nostro equivalente, perché Mr Fry dopo aver conseguito una laurea in Inglese al prestigioso Queen’s College di Cambridge è diventato attore di teatro e cinema, conduttore televisivo, regista, documentarista, scrittore, opinionista per giornali, voce degli audiobook di Harry Potter. Insomma, un’icona culturale.

Se ai suoi esordi la celebrità è arrivata grazie al sodalizio artistico stretto all’università con Hugh Laurie, la rivelazione della cifra di questo incredibile personaggio è avvenuta qualche anno dopo con due documentari, dai lui scritti, diretti e interpretati che hanno vinto una valanga di premi della critica. Stiamo parlando di The Secret life of a Manic Depressive e The Not So Secret Life of a Manic Depressive.

Già il fatto che siano targati BBC è garanzia di qualità ma la loro visione rivela qualcosa di più: sono un concentrato di eleganza, compassione, e sapere.
Fry esamina in modo impietoso il suo stato di maniaco-depressivo, o meglio di Bipolare, che è un termine molto più up-to-date per indicare una malattia terribile e inguaribile.

Non trovate emozionante il modo in cui Piero Angela riesce a far capire anche a una modesta massaia un astruso principio di fisica quantistica? Beh… Provate a vedere The Secret Life of a Manic Depressive e The Not So Secret Life of a Manic Depressive, vi ritroverete a rimpiangere la pacata noia dei documentari di SuperQuark perché quelli di Fry sono un pugno nello stomaco sferrato con l’eleganza del fioretto.

A parità di accuratezza delle fonti scientifiche, di abbondanza dei case studies, di utilità dei dati statistici, lo stile documentaristico di Fry si avvicina, e parecchio, alla buona letteratura.
La narrazione fatta in prima persona in un inglese impeccabile tanto nella dizione quanto nell’eleganza del fraseggio e nella ricercatezza dei termini, intreccia vissuto personale e testimonianze di “compagni al duol”, evidenze scientifiche e infinita compassione, osservazione spietata e immensa solidarietà.

Insomma è una perla di stile ma è anche un lavoro utile, così come impone il pragmatismo anglosassone: sulla scorta dello stellare successo di pubblico, il dibattito sulla malattia mentale si è fatto ancora più aperto, nel Regno Unito, facendo emergere tanto lo stigma che colpisce pesantemente i pazienti psichiatrici quanto la sofferenza dei parenti di questi individui – nel bene e nel male – fuori dal comune.

E in Italia? Il documentario non è mai arrivato. Esiste su YouTube qualche link alla versione originale ma nulla di tradotto o sottotitolato.
Per fortuna, però di Stephen Fry è stato tradotto proprio recentemente un libro che in Gran Bretagna ha avuto grande successo. Non c’entra nulla con il disturbo bipolare, se non fosse che solo un bipolare può essere un ottimo attore, un ottimo regista, un ottimo documentarista e un ottimo classicista… all- in- one! Si tratta di Mythos (Salani), finalista del National Book Awards, osannato dalla critica, apprezzato dal grande pubblico.
Il solito Stephen Fry che fa sempre centro proponendo una lettura dei miti greci o meglio una rilettura che possa essere utile nel ventunesimo secolo.

Il libro è imperdibile. Il suo autore è un inaffondabile che ricorda al mondo quanto possa ancora essere utile laurearsi in lettere (d’accordo, meglio se a Cambridge come ha fatto lui) e dimostra che saper scrivere, parlare, narrare non sono solo abilità artistiche ma possono offrire cure per l’anima, chiavi per comprendere il mondo, armi per portare avanti grandi cause.

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