ROMEO E GIULIETTA Il paradosso di Olbers

L’amore?

È un paradosso.

Cosmico.

Come il paradosso di Olbers.

Se non lo conoscete, guardate lassù, vero la volta celeste, di notte. In quell’arco che credete e definite infinito, beh, provate a contare le stelle. Quante sono? Infinite rispondete.

Ma se lo fossero, perché non cancellano con la loro luce il buio? Perché la somma delle luci di ciascuna non rende abbagliante il nero?

Già Keplero ci si era arrovellato. Toccò però a Heinrich Wilhelm Olbers, nel 1826, esplicitare il dubbio, formularlo in senso scientifico.

In soldoni, se le stelle sono infinite, come mai non accade che la loro luce accechi il buio, facendolo esplodere di luccicante fermento?

La verità è quindi arrivata. C’è voluto del tempo e qualche innovazione tecnologica, ma è arrivata.

A farlo Edwin Hubble, che già nel 1929 ha individuato l’errore.

Un errore “a monte”.

In pratica, ha dimostrato, è sbagliato il presupposto, quello dell’eternità del cosmo.

Il cosmo non è affatto infinito.

Ingenuità umana a pensarlo.

 

E con l’amore va nello stesso identico modo.

Perché l’amore, beh, l’amore è la miglior menzogna che ci sia.

Promettersi per sempre anche se il “per sempre” noi umani non l’abbiamo, come il cielo di Olbers, che appunto si presume infinito, ma non lo è.

Anziché un telescopio, nelle relazioni, per capirlo basta quella doccia di realtà che nel dramma dei drammi d’ogni tempo, William Shakespeare fa incarnare da parenti, cugini. E la famiglia fa scendere la mannaia.

Almeno questo succede a Verona, «nella bella Verona

dove tra due famiglie di uguale nobiltà,

per antico odio nasce una nuova discordia

che sporca di sangue le mani dei cittadini.

Da questi nemici discendono i due amanti,

che, nati sotto contraria stella,

dopo pietose vicende, con la loro

morte, annienteranno l’odio di parte».

 

Gli ingredienti ci sono tutti.

Il paradosso d’amore di Romeo e Giulietta prende la scena, la occupa, la sequestra, l’inonda.

Ci ammalia persino con quella tensione verso l’infinito e quei limiti così sciocchi, meschini, di umani che litigano e mandano le scorie di quella tensione su chi s’affaccia giusto ora all’esistenza – e quel balcone non ne è che la prova.

Ma se d’assoluto amore è il desiderio, la concretezza s’accanisce sui due sprovveduti.

Una doccia fredda di realtà che dice che il cielo resta buio, e l’amore legato alle gabbie della convenienza sociale, a meno che non si faccia trasgressione, ribellione all’ordine, persino rivolta.

 

Perché mai altrimenti Shakespeare avrebbe messo in bocca a Romeo quella sorta di premonizione?

 

«Ho sognato che la mia donna veniva e mi trovava morto

(strano sogno che permette a un morto di pensare),

e suscitava coi baci sulle mie labbra una tale potenza

di vita da farmi rivivere: ed ero padrone del mondo.

Ahimè! Quanta dolcezza si prova nell’amore,

se soltanto le sue ombre sono così ricche di gioia».

 

Il gioco di realtà e sogno svela il proprio trucco, questo sì infinito.

E nella trama d’un amore tanto potente quanto quello non consumato tra due giovani splendidi, angariati da conflitti ingenerati prima del loro stesso concepimento, si sprigiona una forza sinistra e magnetica.

È il dilemma di eros e thanatos. Nel saggio a questo dedicato da Freud nel 1920, (L’interpretazione dei sogni data 1899) il padre della psicoanalisi riconosce che «sembrerebbe proprio che il principio di piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte».

Un movimento profondo che Shakespeare, molti secoli prima, – la composizione del Romeo e Giulietta viene fatta risalire al 1592/93 – esplicita e mette in scena “fuori”, invece, dando nomi, suggestioni, incanto. E un’infelicità così assoluta che seduce assai più di una happy end.

Perché alla fine poi l’amore è dazione e privazione. Ma solo l’ultima ci rinnova quel senso di paradosso che appunto sta là, tra l’infinito, stregato quanto impotente bagliore delle stelle.

Allora, ecco, sì, cosa ci converrebbe? Cercare la verità a ogni costo o accontentarci di finzioni?

Immaginare e attendersi l’impossibile?

Dov’è la verità, dove la suggestione?

Forse tutto dipende da quel solito vizio di prenderci per dio, anche in amore.

 

 

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