RITA LEVI MONTALCINI la nostra Marie Curie

rita levi montalciniCon quel profilo aristocratico e i capelli candidi non sembrava la persona più adatta a incarnare il prototipo della rivoluzionaria. E invece doveva esserlo, visto che ai giovani predicava: «Ribellatevi! Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi». Non a caso Primo Levi l’aveva definita così: «Una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa». 

La nostra Marie Curie, che nel 1986 vinse il Nobel per la scoperta del fattore di accrescimento della fibra nervosa (Nerve growth factor o NGF), era nata a Torino il 22 aprile 1909 (lo stesso giorno di un altro grande vecchio, Indro Montanelli), da genitori ebrei sefarditi. Ma, come lei stessa ha dichiarato, essere ebrea non fu mai motivo d’orgoglio né d’umiliazione: «Non sono ortodossa, non vado mai in sinagoga. Sono totalmente laica, non ho ricevuto alcuna educazione religiosa. Mio padre ci diceva: siate liberi pensatori». E in un’altra intervista ammise: «Invidio chi ha la fede. Io non credo in Dio. Non posso credere in un Dio che ci premia e ci punisce, in un Dio che ci vuole tenere nelle sue mani».

Indipendente, caparbia e “ribelle” deve essere stata fin da piccola, almeno a dar credito ai suoi racconti: «Mio padre aveva deciso che mio fratello doveva andare all’università, mentre le sue tre figlie erano destinate alle scuole femminili per affrontare il ruolo che spettava loro di future mogli e madri. Alla donna, da bambina, nell’era vittoriana, si insegnava a essere graziosa e gentile. Che ingiustizia. Ne ho sofferto moltissimo. Mi sentivo inferiore da ogni punto di vista, intellettuale e fisico. Intellettualmente il mio idolo era Gino, il fratello più grande, mentre Paola, la mia gemella, era molto portata per l’arte. Tra loro due ero come il brutto anatroccolo, perennemente giudicata e inibita da un padre severo, che mi incuteva timore”.

“Ogni suo desiderio doveva essere esaudito. È stato questo a farmi decidere di non sposarmi mai. Avevo tre anni quando ho pensato: da grande non farò la vita che sta facendo mia madre. Mai avuto più alcuna esitazione o rimpianto in tal senso. La mia vita è stata ricca di ottime relazioni umane, lavoro e interessi. Non ho mai sperimentato cosa volesse dire la solitudine». Dichiarazione assolutamente confermata da questo aneddoto: «La prima volta che andai in America, mi chiesero chi fosse mio marito. Non erano abituati a una donna che conducesse la sua vita di studiosa da sola. “I’m my own husband”, sono il marito di me stessa, risposi. Non capirono. Pensarono non sapessi l’inglese».

Nella sua autobiografia, Elogio dell’imperfezione (1988) la scienziata svelò anche come da adolescente volesse fare la scrittrice, ma che a vent’anni i suoi interessi cambiarono: si iscrisse alla facoltà di Medicina, laureandosi nel 1936. Tra i suoi colleghi di studio c’erano Salvatore Luria e Renato Dulbecco, anch’essi futuri premi Nobel; insieme frequentavano i corsi di un grande biologo, Giuseppe Levi, studioso di istologia.

Nel 1938 il governo fascista approvò le leggi razziali contro i “non ariani”. Rita Levi-Montalcini andò in Belgio ma due anni dopo rientrò a Torino. Dopo numerose difficoltà e peripezie (non potendo frequentare l’università, allestì un piccolo laboratorio in camera da letto, nell’appartamento al civico 10 di corso Re Umberto) e dopo essere scampata a un’epidemia di tifo, nel 1945 riuscì a riprendere le sue ricerche.

Nel 1947 fu invitata negli Stati Uniti dal professor Viktor Hamburger, biologo della Washington University di St. Louis, che le offrì di proseguire insieme i suoi studi sul sistema nervoso embrionale dei vertebrati, argomento allora ancora poco studiato. Alla partenza pensava di tornare a casa entro qualche mese, ma a St. Louis trovò un clima scientifico molto vivace e tornò in Italia definitivamente soltanto nel 1977.

Nel 1951 osservò per la prima volta l’effetto esercitato dal trapianto di un tumore di topo sul sistema nervoso dell’embrione di un pulcino. Quel fenomeno, fu chiamato Nerve Growth Factor: «Ci arrivai con la fortuna e l’istinto. Conoscevo in tutti i dettagli il sistema nervoso dell’embrione e ho capito che quello che stavo osservando al microscopio non rientrava nelle norme. Una vera rivoluzione: andava, infatti, contro l’ipotesi che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni. Per questo decisi di non mollare».

Quando le telefonarono da Stoccolma per annunciarle il riconoscimento stava leggendo un giallo di Agatha Christie. Vestita di raso nero, modello Capucci 1986, andò a ricevere il premio più ambito da uno scienziato con la grazia e l’eleganza di una regina. E da quel giorno divenne una vera icona pop.

Negli ultimi anni della sua lunghissima vita (103 anni) udito e vista erano calati, ma usava uno speciale visore che ingrandiva le parole di libri e giornali. Mangiava una sola volta al giorno e dormiva due ore per notte: «Di giorno leggo e lavoro. Di notte penso», svelò. Chi non vorrebbe un cervello così?

Marina Moioli

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