RENE’ MAGRITTE dialogo (surreale) tra una pipa e una zuppa Campbell


magritteL’apparenza inganna e se ne volevate la prova inconfutabile, eccola. Semplice, precisa, e quindi disorientante.

Tanto che la frase, anche per chi di francese non parla una parola, ha assunto l’intransigente verità di una strofa di canzone. 

Ceci n’est pas une pipe.

Questo – non è una pipa.

 

Il fatto che la poi la scritta si posizioni sotto l’immagine riprodotta d’una enorme pipa spiazza e diverte.

Burlesque, boutade, gioco e inganno della retorica, ossimoro, tautologia?

Forse.

O neanche.

Semmai la fotografia a pennello di quell’istante incagliato che spezza vista e suoni, quella sfasatura impercettibile eppure reale che segna la distanza tra l’atto del guardare – la pipa- e l’altro, successivo, per cui ci si sposta a leggere quella grafia minuta e perfetta, quasi elementare. E si ha la colpevole sensazione d’essersi distratti, e come d’aver perduto qualcosa.

Un dettaglio. Una lieve increspatura che pure, da sé sola, spalanca l’equinozio della comprensione.

 

Geometria di significati e non senso combaciano. Perché il non senso assume d’un tratto valore iniziatico. Coincide insomma con quella formula magica che apre la stanza degli specchi, e rivela, in silenzio, un castello di streghe e maghi. Ogni possibile “e se…” rinvia a una miriade d’altri, amplificando il gioco che è stata croce e meraviglia del Novecento: l’identità mai identica.

 

Benvenuti nell’universo di René François Ghislain Magritte, il “Pirandello” belga della narrazione a olio.

Quell’uno nessuno centomila che indossa bombetta di rigore e viso di mela verde. Lui, di tela in tela, ripercorre la forma esatta di ogni evidenza, insinuandone un interrogativo. Non cupo, però. Piuttosto onirico. Tanto che l’ombra si fa nuvola e azzurro, o ascende come colomba di pace.

 

Non si commetta, dunque, l’imperdonabile errore di giudicarlo ingenuo. Invece quest’eccelso surrealista, capace di sfuggire alla catalogazione del surrealismo stesso, nato a Lessing, il 21 novembre del 1898, figlio di un sarto, resta orfano di madre a 14 anni, quando Régina Bertinchamps si getta nel fiume Sambre, nella cittadina di Châtelet dove la famiglia si è da poco trasferita.

Una tragedia che lascerà, pare, un’immagine, poi ricorrente nelle tele di René: quella del corpo annegato e ritrovato con la testa avvolta dalla camicia da notte.

L’incubo ha ali bianche, pieghe di nubi. L’assenza ha tratteggi di pioggia. E quella strana limpidezza della visione, afasica, profetica, non se ne andrà più dagli occhi.

 

La famiglia –il padre e i tre figli – si sposterà ancora, per superare il dolore.

Charleroi prima, poi Bruxelles per l’Accademia di Belle Arti.

Il percorso artistico di Magritte non conosce importanti turbamenti, fratture, ferite, battaglie impossibili. Verrà riconosciuto.

Già nel 1925 aderisce al surrealismo belga, l’anno successivo prende contatti con Breton, che ne resterà affascinato. Ci sarà una parentesi parigina, poi di nuovo Bruxelles. Con la moglie, che ha sposato nel 1922 e lo seguirà al 135 della rue Esseghem di Jette, quartiere dell’area nord.

Stabile. Costante. Qui Magritte vivrà per 24 anni, in cui dipingerà la metà circa dei lavori realizzati, 800 in totale tra tele e disegni.

Durante la guerra si ritirerà insieme alla sua inseparabile Georgette, a Carcassonne, nella Francia del Sud.

Ci saranno viaggi, è vero, ma senza grossi cambiamenti.

Tout comme il faut. Secondo un calendario quasi “impiegatizio”. Bartleby, Svevo o Kafka.

Fino a quel 15 agosto del 1967 in cui Magritte se ne andrà, strappato dalla malattia. Nel suo letto, a Bruxelles.

 

L’esistenza, sul pelo dell’acqua, sulla superficie esterna immobile, ha passo cadenzato di norma. Perché non è lì che si deve cercare.

Sotto, invece. Sotto il pelo dell’acqua (quel malefico fiume…), e la patina del quotidiano, ci sta il regno dei sogni.

Lì l’immaginazione scava e decolla, la tempesta è silente. È tempesta subacquea. Muta. Non fa clangore.

 

La vida es sueño scriveva Calderón de la Barca.

Mistero, chioserà in una delle sue frasi più celebri, Magritte. E dietro s’alza l’eco di Shakespeare: “Signori, il tempo della vita è breve”.

Il tempo, si badi. Non la vita in sé.

 

A quella Magritte lavora con l’alacre solerzia di chi non può smettere mai di riportare le contraddizioni che producono le emozioni, i dolori, le memorie, l’infanzia, i ricordi cancellati. Rivelandone la natura seriale e costantemente inafferrabile.

Al punto da far dire al filosofo Michel Foucault, che alla pipa magrittiana ha dedicato un saggio: “Non posso togliermi dalla testa l’idea che la diavoleria si trovi in un’operazione resa invisibile dalla semplicità del risultato, ma che sola può spiegare l’imbarazzo indefinibile che essa provoca. Questa operazione è un calligramma costruito segretamente da Magritte, poi disfatto con cura?”.

E d’un tratto per associazione, ecco che, tra mele, bombette, nuvole, ombrelli, alberi pieni di cielo, compare alla mente quella sequenza infinita e distonica di zuppe Campbel o di facce di Marilyn e Topolino, che hanno segnato il sommo vertice della Pop Art.

Tornando a Foucault, che si fa profeta: “Verrà un giorno in cui l’immagine stessa, con il nome che porta, sarà disidentificata dalla similitudine indefinitamente trasferita lungo una serie. Campbell, Campbell, Campbell, Campbell”.

Mai chiosa finale parve più esatta: Chapeau!

 

Per saperne di più: https://www.fine-arts-museum.be/en/museums/musee-magritte-museum

Silvia Andreoli

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