RAYMOND CARVER A lezione di vita

È il 14 marzo 1983. Mattino.

Raymond Carver varca il portone della prestigiosa Università dell’Iowa per cominciare la sessione di un laboratorio di scrittura creativa presso l’Iowa Writers’ Workshop.

Ha quarantacinque anni ed è, a suo modo, un’autentica celebrità.

Con il suo stile ha elevato quella che viene definita “narrativa breve” alla stessa dignità del romanzo. Una sfida non male, per uno che era partito da Clatskanie, Oregon, settecento abitanti, sulle rive del Columbia, trasferito poi a Yakima, Stato di Washington, tra aziende frutticole e zona di caccia e pesca.

Nato nel 1938, Carver se la vede subito con la vita dura. Il primo della stirpe a concludere studi superiori, a diciotto anni sapeva di voler diventare scrittore ma non come fosse possibile vivere di quello. A diciannove si sposa e ha due figli. Vita che scorre. Fame che cresce, quella delle bollette da pagare, certo, ma anche quella dell’inchiostro da segnare.

E allora lui diventa uno che ascolta. E lo fa con una memoria che s’accende da un dettaglio e sul dettaglio si concentra. Lì pescherà per ricreare, come sosterrà dovrebbero fare tutti i grandi scrittori ma anche semplicemente i bravi scrittori, «il mondo secondo le proprie specificazioni».

Per questo il mattino del 14 marzo, mentre è atteso con fremito e benevolenza dagli allievi, a guardarla la classe sua sembrerà una sorta di prato attraversato dal vento. Perché, appena comincerà, i ragazzi saranno messi a quel modo, un po’ obliqui, ripiegati. A cercare di carpire la voce che non dice, semmai mormora.

Bassa, bassissima, un filo, di cui non restava quasi traccia sui nastri dei registratori.

Ma avanza contento verso l’aula, Carver. Non per usare arte e impartire lezioni. Semmai perché lì entra e condivide. Quella cosa, il racconto appunto, che di fatto gli ha salvato la vita.

Due vite gli sono state concesse a suo dire. La prima, fatta di un matrimonio e due figli prima dei vent’anni, di lavanderie a gettoni, lavori malpagati, bollette che scadevano. E l’alcol. Tanto, tantissimo alcol. Alcol a fiumi che gli riempie e gli svuota la vita.

E la seconda, iniziata perché altrimenti sarebbe morto. Lascia la famiglia, si mette solo a scrivere, ha una nuova donna, Tess, la poetessa Tess Gallagher.

Una data, a fare da spartiacque: il 2 giugno 1977.

Sono passati meno di cinque anni dall’inizio della seconda vita, come la battezzerà sempre, e ne mancano poco più di cinque alla sua morte, prematura, il 17 giugno 1988.

Ma lì, in mezzo, accade il mondo. Lì, in mezzo, accade l’epifania di quel narratore che sapeva e voleva essere a tutti i costi, senza mai farsi sconti, alleggerire, distorcere la realtà minuta, minuziosa, respingente.

La sua tecnica di narrativa breve, che in qualche modo “brevetta” – creando per tutti i nipotini, americani e non, un modello da cui è impossibile non passare, per accoglierlo o rifiutarlo, poco importa – viene dall’applicazione capillare a ogni istante e frammento di carta, inchiostro, specchio, quotidiano, della “Teoria delle omissioni” di Ernest Hemingway, che Carver porta all’esasperazione, scavando «fino al midollo, non solo all’osso». E sarà subito Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.

Carver è questo.

Questa raccolta assoluta.

La data è il 1981. Ma in fondo oggi, domani, tra un secolo. Non avrebbe nessuna stranezza per alcuno.

Dopo ci sarà Cattedrale. Prima Vuoi star zitta per favore, che avrà impiegato 13 anni a trovare un editore.

Lo spartiacque però è là, Di cosa parliamo.

Varcando la soglia dell’Università dell’Iowa lo sa. Il suo viso, la sua voce, la sua storia, le sue furenti battaglie con se stesso, gli spaventi, gli smarrimenti, la morte degli ideali, la tenerezza, l’attenzione, la disperazione che non si avverte come nemmeno la speranza, ebbene, sì «…e all’improvviso tutto gli fu chiaro». Come quella frase di Čechov, suo maestro assoluto, che attacca alla parete dopo averla ricopiata su una scheda sei-per-dodici, e lì ci trova la meraviglia e la possibilità.

La fatica Carver l’ha fatta. Ma da figlio di un paese di tagliaboschi non se ne lamenta. La fatica è mantra e regola. Ogni cosa un valore, da non sprecare.

Affascinerà chi lo ascolta, quel mattino Carver, e tutti gli altri mattini del mondo. Lo farà con la semplicità attenta di chi è abituato ad ascoltare la vita, a raccogliere, come dirà spesso, sempre, citando Pritchett, «qualcosa intravisto con la coda dell’occhio, di sfuggita».

Perché è così che si scrivono i racconti. Attenti a quell’«intravisto». Forse perché è così che si scrive la vita. E la sola cosa da insegnare è l’attenzione. Dell’occhio. Del linguaggio. A voce sussurrata. Vuoi star zitta per favore?

One Reply to “RAYMOND CARVER A lezione di vita”

  1. Molto bello. Avevo pensato anch’io di scriverne per il blog. Mi avete anticipato. 🙂

    Una sola riflessione, se posso: io avrei citato il suo editor, Gordon Lish, perché la forma minimalista dei racconti di Carver si deve, anche o soprattutto, a lui, tanto che Tess, dopo la morte di Raymond, ha ritenuto di pubblicare la versione “non tagliata” dei racconti del marito.

    Comunque il pezzo mi è piaciuto molto.

    Saluti a tutte/i

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