QUENTIN TARANTINO Tutta colpa della mamma

Ogni suo film è un “film di Tarantino”, prima ancora che una storia gangster, un pulp movie o un western. È uno straordinario ibridatore di generi e icone della cultura di massa. Regista ma anche attore, sceneggiatore, produttore, persino distributore: Quentin Tarantino è per prima cosa un cinefilo onnivoro che ha fatto delle sue ossessioni la matrice di un genere cinematografico a sé.

Estate 1965. Un uomo e una donna stanno percorrendo in auto i 3650 km tra Knoxville nel Tennessee e Los Angeles. Con loro c’è un bambino che a soli due anni e mezzo ripete già tutti i nomi delle insegne che sfrecciano davanti ai suoi occhi fuori dal finestrino.

La madre, che l’ha partorito a soli 16 anni, prova a placarlo: «Quentin, taci: ora ci fermiamo a mangiare». «Hamburger, hamburger, hamburger». Il bambino mangia solo hamburger. Per fargli mangiare altro la madre deve chiamare il cibo sempre e solo hamburger.

«Hamburger, dici? La colonna portante di ogni colazione vitaminica»
Jules Winnifield da Pulp Fiction

Tre anni dopo il bambino ha un altro problema: la logorrea. Strumento di tortura questa volta è l’LP di uno show di un comico che il piccolo va recitando parola per parola passando senza sosta dal lato A al lato B.

«Per capirci quell’attore è dovuto andare in Francia per ottenere rispetto. Questo la dice lunga sull’America. Il momento in cui Jerry Lewis muore tutti i cazzo di giornali di questa cazzo di nazione scriveranno articoli definendolo un genio»
Chester Rush da Four Rooms.

In Four Rooms il personaggio interpretato da Tim Roth è un omaggio a quello impersonato da Jerry Lewis in Ragazzo tuttofare.

Ma il meglio arriva quando a otto anni il bambino scrive le sue prime storie. Che hanno già un tocco pulp, di cui fa le spese – neanche a dirlo – la madre.

Figlia «Bang bang»
Bill «Sei morta mamma. Su, muori».
Beatrix Kiddo «Tu sei imbattibile»
Figlia «Non morire mamma! Stavo solo giocando»
DaKill Bill Vol. 2

La mamma si vendica quando compie nove anni: lo porta al cinema a vedere tre film che avrebbero segnato per sempre un ragazzo, figuriamoci un bambino. Il primo è Conoscenza carnale: Quentin a ogni scena scabrosa esce dalla sala e va a prendersi i popcorn. E poi ti chiedi come mai nei suoi film, considerati tra i più espliciti della fine del secolo, non ci siano mai scene di sesso. A parte qualche brevissima eccezione.

Melanie Ralston «Vuoi scopare?»
Louis Gara «Sì»
Melanie Ralston «Mi è piaciuto»
Louis Gara «Sì, è stato una bomba»
Da Jackie Brown

Durata della scena dell’amplesso – in piedi e vestiti – 8 secondi.

Il secondo film a cui è sottoposto è Un tranquillo weekend di paura, dove un uomo viene sodomizzato. Cosa che fece dire al piccolo Quentin: «Non so cosa esattamente stiano facendo a quel tizio, ma so che non sta bene». La stessa cosa che anni dopo farà subire a Marcellus Wallace in Pulp Fiction.

Ma è il terzo film a influenzare il suo esordio cinematografico da regista: Il mucchio selvaggio, regia di Sam Peckinpah, soprannominato Bloody Samper aver innaffiato gli schermi americani di sangue con quella storia di fuorilegge spietati a capo dei quali ha messo un’icona in rovinaWilliam Holden.

L’immagine di quei loschi figuri in silhouette nera rimane negli occhi di Tarantino per circa vent’anni quando, un pomeriggio, si presenta alla porta dell’unico nome di Hollywood che gli avrebbe permesso di fare Le iene: Harvey Keitel.
Girato in appena cinque settimane è diventato un cult.

Little Green Bag, la canzone iniziale del film, nel 1992 diventa una hit malgrado fosse uscita nel lontano 1969. Tarantino per le musiche ha orecchio, specie per quelle di apertura.

«Quando devo scrivere una sceneggiatura – dice – parto sempre dalla musica dei titoli di testa. Diventa il ritmo del mio film».

E così, quando si trova ad Amsterdam per scrivere Pulp Fiction le sue orecchie intercettano Misirlou, brano arabeggiante degli anni Venti reinterpretato negli anni Sessanta da Dick Dale.

Con Pulp Fiction– Palma d’Oro a Cannes, Oscar per la migliore sceneggiatura e 200 milioni di dollari di incasso da un budget di soli 8 – Tarantino si afferma come re del nuovo cinema e come regista-dj. Scratcha sui film del passato, mixa gli sguardi smarriti degli attori con quadretti a fumetti, compie crossover tra violenza e risate. E rimette la puntina sulle star del passato finite in soffitta come vinili impolverati. Come John Travolta.

L’entrata smarrita di Vincent Vega nell’appartamento di Marcellus Wallace e un po’ il simbolo dell’ingresso in punta di piedi dell’attore nel cast del film. Tarantino deve insistere coi produttori per averlo, loro sono terrorizzati dal recente flop del terzo episodio della saga di Senti chi parla.  Lo vuole a ogni costo perché Travolta è il protagonista di uno dei suoi film preferiti: Blow Out di Brian De Palma.

E ha avuto ragione.
All’anteprima di Pulp Fiction quando Vincent si toglie le scarpe qualcuno grida: «Non ditemi che ora John Travolta si mette a ballare». Non solo balla, ma aggiunge una variante nei passi segnati sul copione perché a 8 anni Travolta ha vinto una gara di twist inventando due movimenti: uno è lo swimming (che Cecchetto chiamerà “nuotare”), l’altro è Batman, il passaggio delle dita di fronte agli occhi.

Anche Samuel Jackson fatica per entrare nel cast. Il suo primo provino per la parte di Jules va bene ma una settimana dopo viene a sapere che per la sua parte hanno provato un altro attore. Chiama incazzatissimo e chiede di fare un altro provino. Arriva a Los Angeles, senza aver dormito, senza essersi lavato e a digiuno da 12 ore. Prima entra in un fast food, poi va all’audizione.

«Entrò Samuel e la stanza si riempì di puzza di fast food – ricorda Tarantino – teneva in mano un hamburger e nell’altra la sua bibita. E mi guardava con gli occhi sgranati mentre sbranava l’hamburger. A un certo punto prese a succhiare avidamente la sua Sprite. E io pensai: “Questo adesso sfodera una pistola e mi spara in testa”. E così ottenne la parte».
La scena, identica, è riproposta in Pulp Fiction.

Poi gli fanno provare il monologo più importante, quello con conosciuto come Ezechiele 25/17 ma Jackson, che ha letto la Bibbia a scuola, s’accorge che solo una parte proviene da lì, il resto è ripreso da Karate Kid, film che vede come protagonista l’attore Sonny Chiba, che anni dopo interpreterà Hattori Hanzō in Kill Bill. Tutto torna.

La passione delle storie dei criminali da parte di Tarantino risale a quando aveva 15 anni. Un pomeriggio lo riportano a casa ammanettato perché beccato a rubare un libro, Scambio a sorpresa di Elmond Leonard, la storia di due ladri appena usciti di prigione, Louis Gara e Ordell Robbie. I due protagonisti di Jackie Brown, film che anni dopo Tarantino adatta da Punch al rum, altro romanzo di Leonard con protagonisti sempre Ordell e Gara.

È un method writer, cioè sceneggiatore che quando scrive un copione entra nella pelle di uno dei suoi personaggi. Per tutto il periodo in cui scrive Jackie Brown si veste e si comporta come Ordell. «Samuel è stato Ordell per dieci settimane, io per 52. Rappresenta tutti i mentori che ho avuto nella mia crescita. Se non avessi avuto ambizioni artistiche, sarei finito come lui».

Non si sa chi siano questi mentori a cui si riferisce, si sa però che è cresciuto in un ambiente mostly black. I compagni di scuola sono in maggioranza afroamericanie la casa è frequentata dagli amici/fidanzati neri della madre. Non sorprende quindi che tre dei suoi film siano incentrati sulla comunità nera. Il primo di essi è un omaggio alla femmina più sexy dello show business afroamericano: Pam Grier. In Jackie BrownTarantino esalta la dolcezza di quella donna che – va ricordato – scelse di diventare un’icona sexy dopo che a soli 6 anni aveva subito una violenza sessuale. E Tarantino la omaggia facendola interpretare l’unica scena di un bacio vero apparsa in tutti i suoi film.

«Jackie Brown non è all’altezza dei precedenti». I critici che lo hanno osannato per Le ienee Pulp Fiction dicono che farà la fine di Orson Welles: dopo un esordio geniale, una carriera in discesa. Quentin sparisce. Poi incontra Uma Thurman che gli chiede: «Quando facciamo quel progetto che raccontavo al Jack Rabbit Slimsin Pulp Fiction?».

Vincent «Ho sentito che hai girato un pilota»
Mia «Era un programma su una squadra di donne agente segreto chiamato Volpi Forza 5. C’era una bionda che era il capo; una giapponese maestra di arti marziali, alla ragazza nera toccavano le demolizioni. La volpina francese aveva una specialità, il sesso»
Vincent «E qual era la tua specialità?»
Mia «Lame affilate. Secondo il copione ero la donna più pericolosa del mondo»

In Kill BillTarantino mescola il suo amore per le donne e per il cinema di kung fu. Molti lo considerano il suo film più sanguinario, ma a ben guardare è forse il più romantico, il meno ironico e, per sua ammissione, quello più personale. La sua firma? Sicuramente il combattimento contro l’esercito di O-Ren Ishii, la scena degli 88 folli: un balletto pulp di oltre 15 minuti.

Dopo Kill Bill continua a insistere sul tema della vendetta, con Bastardi senza gloria e con Django Unchained, che gli regala il suo secondo Oscar, sempre e solo come sceneggiatore.

Ha più di cinquant’anni, ma si sente l’energia di un trentenne quando si tratta di scendere in piazza a fianco della comunità afroamericana sconvolta dall’uccisione di giovani neri da parte della polizia. È in quei giorni che decide di girare il suo terzo film black oriented: The Hateful Eight.

Otto odiosi personaggi bloccati da una tempesta di neve in un emporio del vecchio west, la trama si svolge come una strana partita a scacchi in cui non si sa chi sia il pedone e chi sia il re.

Alla storia del film fa da specchio una spiacevole vicenda che vede Tarantino far la parte del pedone. Poco dopo aver ultimato la prima stesura della sceneggiatura, scopre che è stata pubblicata in rete. Va su tutte le furie: «L’ho data solo a tre persone: Michael Madsen, Bruce Dern e Tim Roth. L’unico che so per certo non essere il colpevole è Tim Roth. Uno degli altri due l’ha fatta leggere al proprio agente e quello l’ha passata a tutta Hollywood. Ora io non so come cazzo lavorino questi fottuti agenti, ma so che non farò più questo film».

Affinché cambi idea interviene Samuel Jackson, l’attore che lo conosce meglio. È al quinto film con lui ma non ha mai avuto l’onore di vedere il proprio nome in cima al cartellone. Questa volta invece il primo nome sarà il suo, perché per la prima volta il regista ammette che come le musica lui le sue battute, non c’è nessuno.

Questa estate uscirà Once Upon A Time In Hollywood, che parla degli efferati omicidi della setta guidata da Charles Manson a Los Angeles nel 1969. Questo, che è il nono, sarà il suo penultimo film, perché ha già deciso che dopo il decimo smetteràper dedicarsi alla scrittura.

L’attesa per l’ultimo lavoro è già altissima. C’è chi dice che sarà un western su due carcerati, un nero e un apache, a cui verrà offerta la libertà a patto che trovino cinque ricercati; oppure di un gangster movie nell’Australia degli anni Trenta con protagonista una coppia stile Bonnie & Clyde. Non sarà certo né un horror, né una biografia– generi che lui detesta – anche se su quest’ultimo ha precisato: «Se dovessi girare una biografia mi piacerebbe fare qualcosa su Elvis Presley». La figura di Elvis ha sempre accompagnato la sua vita: era l’idolo di sua madre; era il fantasma che parlava a Christian Slater in Una vita al massimo, la sua prima sceneggiatura; è stata la sua prima interpretazione quando aveva fatto il sosia di Elvis in un episodio della sitcom televisiva Gloden Girls. Ma Elvis è anche l’uomo per cui ha cercato di assomigliare per anni il padre: Tom Tarantino, aspirante attore che l’ha abbandonato subito e non ha mai più visto se non in tv. Quando il figlio diventa famoso dice che avrebbe tanta voglia di collaborare con lui.

Ma Tarantino di padri ne ha avuti tanti altri: Howard Dox, John Ford, Brian De Palma, Martin Scorsese, Sergio Leone, Mario Bava, Jean-Pierre Melville. Ed è grazie a loro se ha potuto vivere una vita al massimo. «I film sono la mia religione e il protettore è il mio dio. Per fortuna sono nella posizione di non dovere fare film per pagarmi la piscina di casa; quando faccio un film voglio che rappresenti tutto per me».

Una vita sempre macinata con la polpa dell’ironia.

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