È l’antagonista perfetta della regina delle nevi di Hans Christian Andersen.

Ha la stessa natura esile, evanescente, ma la traccia che lascia non è fredda. Al contrario, incandescente. Lei è Piumadoro, principessa senza corona, orfana, povera, stupenda. E d’una generosità immediata.

Uscita dalla penna di quel Guido Gozzano, poeta italiano d’altissima levatura, la piccola protagonista della prima delle sue fiabe meravigliose – poco conosciute forse rispetto ai versi, ma in nulla minori – lui, torinese, classe 1883, fragilissimo di salute, tanto da morire a soli 32 anni di tubercolosi, dapprima definito post-decadente, poi crepuscolare, quindi intimista – per quel che valgano le classificazioni – le dona qualcosa che sfugge e ammalia insieme.

Una strana arte di perder peso, potremmo chiamarla, che la colloca d’un tratto in un luogo stregato, quello del desiderio di un principe, davvero coronato, dal nome di Piombofino, che per contralto attraversa un’esperienza affatto diversa da quella della sua amata, ovvero di peso ne prende e di continuo, fino a rischiare di sprofondare con tutta la corte.

Così scrive Gozzano:

«Sui quattordici anni avvenne a Piumadoro una cosa strana.

Perdeva peso.

Restava pur sempre la bella bimba bionda e fiorente, ma s’alleggeriva ogni giorno di più».

E mentre questo le accadeva, e «Sulle prime non se ne dette pensiero», ecco che tra le labbra le affiora quella filastrocca, come d’una voce che echeggiasse nelle orecchie:

«Non altro adoro che-

Piumadoro…

Oh! Piumadoro,

bella bambina – sarai Regina».

Tanto fu, tanto non fu, a furia di canticchiare, il corpo suo divenne tanto leggero che «il nonno dovette appenderle alla gonna quattro pietre perché il vento non se la portasse via».

Malefizio d’amore?

O forse il desiderio che scava e incede. Senza sapere come, scrive Gozzano. Perché quelle parole in versi, che la ragazza ripete, in realtà, lei non le inventa. «È una voce che canta in me». Una voce dolce e lontanissima.

Preludio.

D’incontro.

Di attesa.

E consunzione.

Crepuscolare, Gozzano, lo abbiamo detto. E forse d’un romanticismo che oggi quasi strappa un sorriso di scherno, se il desiderio pare più carne da pesare che un soffio che ti solleva verso il cielo.

Ma l’incanto, di quest’inatteso che avviene, e porta dolore anche, solitudine, questa calamita che pure trascina verso il cielo, fino a lasciarsene sedurre – a dire: va bene, portami, portami dove credi, restituisce un senso d’amore non tanto romantico, equilibrio, struggimento. Piuttosto, invece, primitivo. Quell’essere l’uno contrappeso dell’altro. In una specie di invisibile giostra simile a quelle che stavano nel campogiochi degli anni Settanta, quando ci si spingeva in su da un lato e in giù dall’altro.

A due. Sempre a due.

Oplà, vai, torna, ritorna.

E così accade a Piumadoro.

Che accertata la morte del nonno, con il dolore nel petto esile esile, si fa condurre in alto, verso il cielo, in attesa di conoscere il senso di quella cantilena.

«Lo saprai verso sera, Piumadoro, quando giungeremo dalla Fata dell’Adolescenza».

E così comprenderà, lei, la storia di questa mancanza che non ferisce e che pure è vuoto d’amore. Questa sottrazione che però diventa segnale, traccia, come traccia sono le amicizie che si fanno lungo il percorso, e i doni magici ceduti dalle fate, tra cui tre chicchi di grano.

Tre minuscoli voti da cedere alle tre fate maligne che la ragazza incontrerà sul cammino.

Verso dove?

Le Isole Fortunate.

Che tanto somigliano a quella Sicilia che Gozzano amò profondamente e ritorna nel gioco d’ombre e scomparse nel sonetto dedicato all’Isola Ferdinandea, dal titolo “La più bella”.

Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata:

quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino

il Re di Portogallo con firma suggellata

e bolla del Pontefice in gotico latino.

Ed è alle Isole Fortunate che sta affondando nel corpo enorme, inarrestabile, il reuccio, che l’attende.

«Biondo, con gli occhi azzurri, tutto vestito di velluto rosso, Piombofino era bello come un dio», eppure sprofondava.

«Mortaio di bronzo nella sabbia del mare» lo tratteggia Gozzano nella fiaba.

Gli ci voleva un bacio, per riprendersi da quella distanza che lo teneva nel mondo ma senza possibilità di toccare altro che l’enormità sproporzionata di sé.

Un bacio.

Come quello che di solito danno i principi.

E invece tocca a Piumadoro strapparlo al sogno.

Sfatarlo, dice Gozzano.

Che in fondo poi l’amore fa questo. Strappa alla mitologia di sé, triste, rabbiosa, potente, impotente, sciocca, drammatica. Per inventarne un’altra – condivisa. Capace di equilibrare il niente e il tutto, il troppo e il poco.

Una nuova misura. Che, chissà come, regala pace.

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