PHILIPPE PETIT tra le Torri gemelle

Alzalo, il naso. Guarda lassù, proprio là, più a destra, dai.

Porta la mano alla fronte per schermare il sole e mettere a fuoco.

Lo vedi adesso? Sì, esatto, quella specie di puntolino, che somiglia più a un piccione ubriaco, a un gabbiano infelice, che a un uomo.

Ma quello è, invece: Philippe Petit. Il funambolo.

Come l’hanno conosciuto, d’improvviso, senza nessun avvertimento, i newyorkesi afflitti dall’afa di quel 7 agosto 1974.

Richard Nixon si sarebbe dimesso giusto due giorni dopo, con lettera datata 9 agosto.

 

La macchina dell’Impeachment già era in moto da mesi. La bomba del Watergate, così chiamato per il Watergate Complex, il complesso edilizio di Washington che ospita il Watergate Hotel, l’albergo in cui furono effettuate le intercettazioni da cui partì lo scandalo, deflagrava su tutte le prime pagine dei quotidiani del mondo.

 

I’m not a crook, avrebbe asserito l’ex presidente, non sono un imbroglione.

Vera, l’affermazione, quanto il paradosso del mentitore, reso celebre da Aristotele: tutti gli uomini sono bugiardi.

Già.

Tutti, presidente compreso.

Ma dove stava, in quell’istante, la linea di confine? Dove la demarcazione tra ciò che è vero e ciò che è falso? Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato?

 

Là, ecco, stava lassù. Nel vuoto spazio tra le Torri Gemelle. Dove qualcuno persino camminava.

 

Mentre la bufera politica impazza, e detrattori e sostenitori dividono quel popolo americano che si ritrova compatto e identificato solo di fronte ai dilemmi impossibili, ecco che, per un istante tutto si blocca, sospeso, cancellato.

 

Un istante, si fa per dire, perché anche il tempo imbroglia. È un istante lungo – la marcia sul filo durerà 45 minuti – e in quell’arco incantato e rarefatto, il funambolo francese, ossessionato dalle due torri allora più alte del mondo, rapirà gli occhi di New York, facendo dimenticare tutto.

 

Quarantacinque minuti d’una passeggiata a 1350 piedi da terra, un quarto di miglio, 412 metri, sospeso nel vuoto bianco, d’una città che dimentica il nero delle croci, del Vietnam, della cronaca, del malaffare, che scorda gli orologi e il ritardo nei cartellini da timbrare. Per fissare lassù qualcosa.

 

 

Già, ma cosa?

Anzi chi?

Lui, piccolo, nero, compatto, leggero, folle, ubriaco, saggio, invincibile.

Be’, lui, così, che pensa di fare, con tutto quello che accade, sotto?

Be’, cammina.

Cammina, passeggia, danza. E s’inginocchia pure, in segno d’inchino, poi si sdraia, beato lui, a godersi quel cielo immenso un po’ più vicino. Lo percorre avanti e indietro otto volte, il cavo d’acciaio di più di sessanta metri. Senza alcuna difficoltà.

 

Sono da poco passate le sette del mattino, il sole sale, non c’è un filo di foschia. Né vento. E lui, là, nell’immenso infinito, gioca. Come fosse la cosa più naturale del mondo. Gioca la vita per un gesto. Un gesto che appare con lui e con lui scomparirà.

 

Importa?

Forse.

O nemmeno.

Perché è questo il potere che hanno, i gesti, d’essere condivisi soltanto da chi è presente. E farsi mitologia nel racconto.

 

Certo, qualcuno fotografa, qualcuno scrive. Articoli, tanti, tantissimi, poi libri. Se ne faranno film, il più recente The Walk, del 2015 con la regia di Robert Zemeckis (ma già c’era stato il documentario, vincitore del Premio Oscar nel 2008, Man on Wire di James Marsh). Splendidi. Ma ricostruzioni, in fondo, copie.

Il gesto resta là, immenso, nel cielo del 1974, un mattino d’agosto. E negli occhi di chi l’ha guardato.

 

 

Imbroglio? Illusione? Realismo? Illusionismo?

Soprattutto: perché?

 

Lo hanno chiesto in tanti. I giornalisti che lo hanno intervistato, prima, durante e dopo il processo, con la comparizione stabilita quel giorno stesso, dinnanzi al giudice che attende, in aula.

Un giudice che dovrà valutare le infrazioni compiute e la pena giusta. Perché illegalità c’è stata: quell’uomo si è introdotto nelle torri, evidentemente proprietà non sua; ha teso un filo pesante, creando un rischio e un disturbo per tutta la collettività. E se qualcosa fosse andato storto? Se fosse caduto? Se un oggetto gli fosse sfuggito di mano? Se avesse ferito qualcuno là sotto?

Insomma questa è New York, l’America, ciò che è giusto è giusto, e chi sbaglia paga.

 

Ma quando entra in tribunale, Petit ha una grazia sinuosa, da Pifferaio Magico, e un’eleganza d’acrobata, scanzonata.

Il giudice lo fissa, suo malgrado. E qualcosa s’incrina, dentro, nell’integerrima durezza.

È vero, ha violato codici, postille, certo, la legge è uguale per tutti. Non c’è dubbio, ha creato situazioni di pericolo, indiscutibile, ha forzato, occupato.

Però.

 

 

Però, anche ora, sta lì, fiero e tranquillo, come chi ha visto qualcosa e tutto il resto si ridimensiona.

Ho visto un pezzetto di cielo, signor giudice, che è precluso a lei, e a ogni altro. Non è come stare su elicottero, che ti sorregge. A me m’ha tenuto là solo quel progetto che avevo accarezzato ragazzino, e mi ha spronato, motivato, senza farmi desistere.

Questo, diceva in silenzio lo sguardo di Petit.

Allora si può incolpare un desiderio simile? Lo si può fare il 7 d’agosto del 1974, in America?

 

Verdetto d’assoluzione. Così stabilì il giudice, una mano sul cuore, sulla coscienza, e l’altra affondata nei sogni di una giustizia d’infanzia, più astratta e perfetta.

Assoluzione. Perché di lì a qualche giorno sarebbero state ben altre responsabilità e colpe a venire giudicate. Quelle d’un presidente, Nixon, che avrebbe accettato fiumi infiniti di denaro, intascati in cambio della promessa di illeciti favori ai suoi sostenitori.

Il piccolo funambolo, in fondo, nulla ha barattato. È salito lassù, con immenso coraggio.

E poi Philippe Petit ha raggiunto il successo e in America se c’è un dio che la vince su tutti è questo.

Allora che se condanna ci deve essere, che sia di esibirsi ancora, ma questa volta, per richiesta del giudice, a Central Park, a favore dei bambini.

 

Non si sa, invece, se, emesso il verdetto, glielo abbia domandato, il giudice, il perché. Di quell’impresa.

Si racconta, però, che alla domanda degli agenti che lo arrestavano, Philippe abbia detto soltanto: «quando vedo tre arance, faccio il giocoliere, quando vedo due torri, ho voglia di passare da una all’altra».

A una domanda sciocca, insomma, una risposta vuota. Che non fa che confermare un’evidenza: l’assurdità della domanda.

 

Nell’arte non esiste un perché.

Il gesto giustifica il gesto.

L’arte, in fondo, è perché. Tautologia. Paradosso, ma pieno d’una mordace saggezza.

 

Eppure vallo a spiegare a quell’America torturata dal Vietnam, dai ragazzi massacrati, da quelli ritornati vecchi e vuoti; a quell’America che si sveglia e scopre come il suo sistema sia tutto incentrato su attività di controllo e spionaggio illegali allo scopo di mantenere il potere a qualunque costo. Non era bastato l’omicidio di Kennedy. Non sarebbe bastato nemmeno lo scandalo Watergate e tutto quanto a venire, compreso il massacro folle dell’11 settembre 2001 che avrebbe abbattuto le torri gemelle.

Già, perché?

 

È il tarlo della Storia, bellezza. Di quella a stelle e strisce in particolare. Come se la razionalità avesse diritto di voce, e scettro, la corona della Statua della Libertà, la sua fiducia ancestrale.

E invece non esiste una ragione, almeno non esiste per Philippe Petit. Che sì, certo, una ragione ha cercato quantomeno di raccontarla. Lo ha fatto in quel libro che è una sorta di biografia, Toccare le nuvole.

Gradevole. Scorre.

Ma non “serve” a dare nulla, in più, a quell’istante nel mattino d’agosto.

 

I libri sono postumi. Ai gesti. E allora mentono. Consolano anche.

Forse Petit stesso s’è sentito vuoto, e nudo, terminata l’impresa.

Ormai l’aveva cucita, quella distanza, aveva cavalcato un deserto d’aria, e ne era stato vittorioso. Solo, lassù. Tutti gli occhi puntati su di sé.

Come tornare a terra, dopo?

 

Impossibile.

Impossibile tornare ma anche restare. E impossibile ripetere.

Certo, ne farà altre, di cose. Ci saranno nuove performance, tra cui una traversata del Lincoln Center, a New York, nel 1986, oppure l’ascesa fino al secondo piano della Torre Eiffel nel 1988. Ma questo saranno le imprese successive, una messa in scena.

 

Philippe Petit ha perso l’innocenza quel giorno d’agosto del ’74 e l’America con lui.

Dopo non ci sono stati più funamboli così nel cielo. (Ma infiniti scandali politici).

 

 

Silvia Andreoli

 

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