PETER PAN La sua non è una sindrome, è una scelta di vita

Il 2 ottobre del 1964, a Londra, nella Guild of Pastoral Psychology, James Hillman, grande studioso della psiche umana stregò la platea parlando del Puer Aeternus.

Cominciò raccontando una specie di barzelletta, una di quelle che tanto sono insediate nell’immaginario ebraico ma sempre un po’ sfuggenti, eccessivamente brutali anche.

“Un padre volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice:«Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo»”.

Hillman prosegue nel racconto lasciando capire che l’ombra è in agguato. E infatti, dopo un po’ di questo gioco, quando il figlio salta, il padre lo lascia cadere a terra.

La morale?

Dietro a ogni padre c’è il tradimento in allerta.

 

Tutto questo servirà a Hillman, fedele interprete di quel Carl Jung del suoi archetipi dell’anima, per giungere a una sentenza: il bisogno di sicurezza come zona protetta dove portare il mondo originario, e quindi l’infanzia, la fantasia, l’onnipotenza, è spazio garantito in astratto dal Padre e tradito sempre in concreto dai padri.

Di lì, sintetizzando a grandi linee, viene la nostalgia, e quell’istinto a risalire di continuo sulla scala, buttandosi di sotto.

In un paradosso.

Perché più si fa male, più questo Peter Pan o Puer Aeternus ci riprova. Testardo, determinato, un pizzichino anche ottuso forse, ma no, proprio no, non ne vuole sapere d’essere cacciato dall’Eden, leggi: l’Isola-che-non-c’è, dove conosce per nome tutti i pirati, i suoi seguaci e le fate innamorate cotte di lui.

Perché mai andarsene?

Così nasce la ribellione di Peter Pan. La sua rappresaglia da controcultura.

 

Difficile contraddirlo, invero. Se non fosse per quei salti dalla scala che continua a fare. E quei tonfi pesanti. Che insieme ai lividi evidenti, all’ombra che scappa, al filo che la deve cucire, in qualche modo scavano nella sola speranza che ha di sopravvivere: quella di credere che qualcuno magari non ci ricava niente a distruggertela, la fiducia originaria.

 

 

Insomma, a guardare bene le cose, la sentenza di Hillman è piuttosto crudele e perentoria. C’è un errore, dunque, Mister Barrie. Nessun bambino cresce. Semmai, si perde, si cancella, si annulla nel bosco e ne esce tutto diverso.

Dura, ma bisogna accettarla così. Perché interviene una specie di passaggio biblico del tradimento.

Può chiamarla la perdita della fiducia se preferisce. Però sappia che a causarla non sono le madri distratte, che abbandonano.

Piuttosto i padri.

Et voilà: il rovesciamento.

 

Magari gli angoli si possono smussare.

Come? Riportando, seconda stella a destra, lo sguardo femmineo. Il lato addolcito delle cose, più minute, “sciocche” magari e delicate, di cui sono portatrici per Peter Pan sia Wendy che Trilly, le vice-madri, innamorate.

Il messaggio insomma, dietro, è che in realtà la fiducia cuce mondi, la fantasia crea stanze di benessere, per proteggersi dall’acuzie di certi eventi, e permette attimi di sollievo. Fatti di sorrisi, o polvere brillante. Tessuti con l’immaginazione e difficili da toccare. Ma non per questo meno straordinari.

Reinnestando in Peter Pan quel do you believe in fairies? ci spostiamo dalla scala e guardiamo quella specie di cosa che resta. Dell’infanzia.

Ferma. Immobile. E rilucente, come i diamanti nella pancia della terra.

Uno sguardo, è – in soldoni- l’infanzia.

Uno sguardo che si posa sui luoghi, creandoti la certezza che grazie all’immaginazione anche se cadi male non te ne fai.

 

Così al linguaggio dei padri di Hillman, che è durezza, indecenza di perdita, saccheggio, s’affianca l’altro, della fiducia cieca, quella di Wendy, e della sua propensione a occuparsi dei bambini perduti. Tutti, nessuno escluso. A cui racconterà, per conciliare il sonno, che cosa? Fiabe.

 

Barrie aveva in fondo capito le due cose. Ha usato il pugnale del padre, ma anche il guanto della madre. Certamente non ha ridotto la complessità ambivalente del problema.

Non sorprende allora che il primo nucleo narrativo del ragazzo che non voleva crescere compaia in un testo per adulti, L’uccellino bianco, pubblicato nel 1902.

L’avventura più nota del personaggio, presa da due dei capitoli del testo originario, debuttò il 27 dicembre 1904, nello spettacolo teatrale Peter Pan, or The Boy Who Wouldn’t Grow Up (“Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere”).

Il successo, reso possibile anche dalla grande abilità dei trucchi scenici, indusse Barrie a riscriverne appositamente un testo, che apparve nel 1911, con il titolo prima di Peter e Wendy, poi Peter Pan e Wendy, infine solo Peter Pan.

 

Londra ne fu conquistata.

Al punto che nei meravigliosi giardini dove la storia prende avvio, quelli di Kensington, nel 1912 venne eretta una statua al Nuovo Eroe. Fu insediata nella notte, per aumentare quell’effetto di incantamento di cui Peter Pan era stato capace.

A commissionarla proprio Barrie.

Così, nello stesso parco in cui lo scrittore “incontrò” la sua fonte di ispirazione, i figli di una aristocratica Sylvia Llewelyn Davies (che adottò alla morte della madre), sarebbe rimasto a suonare lo zufolo, senza paura d’essere gettato a terra, dal Padre.

 

Perché se è vero che l’essenza stessa dell’infanzia sta nell’annullamento del tempo, si avrebbe forse diritto, quando si legge la fiaba del ragazzo, di non venire tediati da sciocchezze. Come la storia della “sindrome di Peter Pan”, affibbiata a tutti quegli sciocchi incapaci di prendere responsabilità, o tristezza anche.

Non scomodiamo una piccola, intrigante icona come questa specie di vispo furetto per lavare i panni sporchi e arricchire di misericordiosa fantasia la più cocente delle delusioni umane, ovvero un uomo che fa il verso a sé stesso, tediando anche la polvere. Sprovvisto invero dell’unica ricchezza imponderabile, la febbrile scintilla nello sguardo di cui, tuttavia, come Barrie ebbe a dire, mesto, manca l’incidenza nello sguardo della statua che aveva lui stesso commissionato a Sir George Frampton.

Mica facile, d’altra parte.

Il bronzo non è carne, né carta.

 

Se ti piace leggi anche: Lo Hobbit

Silvia Andreoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *