C’è stato un momento in cui antipatico rischiava di diventarlo davvero. E d’una antipatia puntigliosa, che non si perdona. Tantomeno se a esibirla, in una sorta di snobismo culturale annoiato, è un uomo, anzi uno scrittore (e un regista) che ha affascinato i lettori attraverso la creazione di un universo di strano fallimento divenuto cool.

Dopo troppe copertine patinate, e interviste autoreferenziali, strabordanti d’un compiacimento di maniera (del tipo: io sono io e voi chi cazzo siete?), finalmente Paul Auster, all’anagrafe Paul Benjamin Auster, nato a Newark il 3 febbraio 1947, divenuto la quintessenza dello scrittore newyorkese di Brooklyn, il tonfo l’ha fatto.

 

Ed è tornato a essere quello che abbiamo pazzamente amato.

 

Quello di prima del successo, insomma, (arrivato nell’87, a quarant’anni), afflitto da fame, fatica, viaggi, un primo matrimonio, un figlio, un divorzio, il freddo nelle soffitte mal riscaldate, Parigi e la solitudine (tranne il calore delle puttane a Saint-Denis), una fattoria nel sud est della Provenza, e persino l’imbarco su una petroliera nel Golfo, per racimolare denaro, d’un tratto sembra ricordare d’aver dimenticato.

Si è arrestato, ha innescato la marcia indietro, ed è tornato strepitoso.

 

Paul Auster, Diario d'invernoA cambiare tutto è stato il Diario d’inverno. Nelle 192 pagine dell’edizione tascabile Einaudi, la nudità che espone lo rende d’una sensualità tenera, sconcertante anche. Parla con quel “tu” che trasforma in intimità anche il dolore. Lui che racconta il corpo che lo tradisce, che lo abbandona, che lo ferisce. Incidenti d’infanzia, un chiodo che s’infilza nel viso mentre gioca nel meraviglioso spazio appena scoperto d’un centro commerciale, e poi, ragazzino, da sportivo, e da uomo, invece, perché tradito, dalle emozioni che non dice, dal dolore che non ha verbo. E allora deflagrano gli spettri del panico, crisi infinite, il terrore che anticipa il terrore.

Sta lì, nero su bianco. Ma non è confessione, semmai dialogo. Un dialogo d’una franchezza dolce, da scrittore a uomo. Da chi ha costruito sul fallimento trame d’incanto e ora squarcia il velo e dice: c’era questo, anche. Non: invece, proprio: anche.

 

Allora scende dal palco, dalle copertine “ubriache” di Vanity &co, tratteggia l’ombra lungo il ponte di Brooklyn, convinto di scomparire da un momento all’altro, ma ascende, invece, come Lulù on the Bridge, e arriva a terra, sbatte, s’infanga, sanguina anche. Muso nella polvere, parole semplici.

Arriva, determinato a condannarsi se deve, basta assoluzioni in nome del successo, questa parabola da circo americana. E si smaschera da solo.

Vuole svelarlo, l’imbroglio di Mago di Oz, che suo malgrado si è trovato a recitare. Sembra che si compiaccia di additare se stesso, in quella parte posticcia. E questo sembra che faccia: che lo ammetta di assomigliare all’ometto, che ha gambe corte, cranio enorme, pelato. E che è solo della menzogna autoassolvente che si deve avere terrore.

 

Anche Auster, come Oz, ha inventato chimere e mostri seducenti, dando così un nome a ciascuna delle sue fosche paure. Né mai avrebbero immaginato, l’uno come l’altro, che una Dorothy, o Lulù-Mira Sorvino, con un Uomo di Latta, uno Spaventapasseri e un Leone codardo, o accanto a Harvey Keitel e Willem Dafoe, potessero dapprima magnificare la sua forza e poi ridicolizzarlo.

Non sarà questo, però, in fondo uno scrittore?

 

Quell’ometto ridicolo una certa magia la sa innegabilmente regalare. E restano di lui i personaggi, magnifici e autonomi, capaci di stracciarla, quella carta che stringe e costringe, per diventare strani, mutevoli e umanissimi eroi.

 

Lo avrà pensato per forza, questo, Auster, mentre dilaniava il corpo dinnanzi alla paura. Lui, come Tantalo, ma esposto nelle architetture dell’anima, invece che nelle interiora più oscure. Tantalo che, fuori dalla mitologia, non più il figlio di Zeus e Pluto, così sciocco da aver offeso gli dei, lui che, ebbro di rancore contro l’esclusione, si fece assassino di giovinetti, in realtà dà nome comune a un pennuto africano del genere Mitteria, simile al marabù, ma migliore, per carattere, poiché non si ciba di cadaveri.

Ha la testa nuda, come Oz, occhi circondati di giallo, becco lunghissimo arcuato verso il basso, zampe lunghe rosse, piumaggio bianco macchiato di rosso sulle ali, coda completamente nera

 

 

Dal tormento alle penne, anche se non esattamente leggerissime: ecco la metamorfosi post-moderna (che tanto sarebbe piaciuta a Ovidio) di Auster. Uomo, e scrittore. O viceversa.
Che un po’ di arie se le era concesse, e aveva rischiato lui pure la cacciata dagli dei, visto che alcuni dei romanzi scritti nella fase di boria, poco avevano di poesia, e di umano sentire.

Ecco dunque che accetta, dopo essere stato atterrato, il volo. Da cicognide del genere Mitteria insomma. E come le cose stanno le racconta.
Incantandoci di nuovo, l’eleganza malinconica è cosa solo sua. Ma ora la lente che applica, nuova, più nitida, s’attesta anche sui fatti del mondo, quelli della Storia, insomma.

Così scrive:

 

«Avevi sedici anni quando venne assassinato Kennedy, facevi la terza liceo, e ora leggenda vuole che tutta la popolazione americana sia rimasta stordita dal dolore per il trauma di quel 22 novembre. Però tu hai un’altra storia da raccontare, perché il giorno del funerale andasti con due amici proprio a Washington. […] Era la domenica dopo quel venerdì, il giorno in cui Ruby sparò Oswald e lo uccise, e immaginavi che le folle di spettatori allineati lungo i viali al passaggio del corteo funebre sarebbero rimaste in rispettoso silenzio, in uno stato di dolore muto, ma quella che incontrasti quel pomeriggio fu un’accozzaglia di curiosi turbolenti con gli occhi sgranati, di gente appollaiata sugli alberi con la macchina fotografica, di gente che tirava spintoni per vedere meglio, e l’atmosfera ti ricordo più che altro un’impiccagione pubblica, l’elettricità che accompagna lo spettacolo della morte violenta. Tu eri lì, tu fosti testimone con i tuoi occhi di quei fatti, eppure in tutti gli anni che sono passati non hai mai sentito nessuno, neanche una volta, parlare di come andò veramente».

 

Ma perché?
Forse perché le storie si scrivono sopra e addosso alla vita.
E sono quelle a sopravvivere, con buona o cattiva pace d’una cosa a volte sopravvalutata, la realtà.
Può darsi. E non è nemmeno peccato, chissà, veniale o mortale.
Ma il sedicenne che ancora scalpita sotto la pelle non la accetta, questa cosa. È lui che s’è risvegliato, infine, che ha spaccato, come la furia verde dell’incredibile Hulk, le pareti affettate dello “scrittore famoso”. Lui che lo ha atterrato, che lo ha inchiodato a terra, affetto da un terrore panico che impone pillole. Lui, il ragazzino di sedici anni che sa bene come sono andate le cose, al funerale di Kennedy. Altro che libri di Storia.
Le cose-come-stanno, invece.

 

Lo fece in Sbarcare il lunario, quando raccontò che la nonna aveva ammazzato il nonno, sollevando l’ira della famiglia allargata. E che lui moriva di fame e di freddo a Parigi, aggrappato alle storie che scriveva come le falene alla luce ipnotica dei lampioni.
E dopo alcuni sproloqui, troppa fame di fama, e contemplazione di “Sua Maestà L’ombelico artistico” traspare di nuovo quel sorriso rarefatto, e una malinconia congenita. Riappare la sincerità, il suo tratto marcato. Che si fa sensuale. E qui non comanda, non orchestra, qui è preda dei venti, quei venti che sono voci dapprima, o ombre, poi immagini nitide e forti più della pietra.

 

 

Avanzano, i personaggi. Suadenti, meticolosi, e imprevedibili. Sono i sei personaggi in cerca d’autore, sono gli infiniti riflessi delle notti insonni, del vino, del fumo, della voglia di amore. È la paura della morte anche, il suono da sconfiggere. E lo si può fare solo scegliendo un altro padrone che, per Paul Auster e i grandi narratori, non possono che essere le parole.
Allora c’è quella frase che insinua una strana saggezza: «Quasi avesse letto Lewis Carroll e sapesse al pari di Humpty Dumpty che le parole hanno un padrone». L’ha scritta un altro bravo narratore, spagnolo questa volta, Javier Cercas, nella propria traccia di biografia, con un titolo molto intrigante, “La maschera di Agamennone”. Uno che ricorda il primo Paul Auster. E la frase li rende d’un tratto gemelli, affiatati. Le parole hanno un padrone, già. A quello meglio tornare, per non smarrirsi nella noia poco onirica e molto attuale del narcisismo a tutti i costi.

 

Silvia Andreoli

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *