MOLLY BROWN
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Inaffondabili

OSCAR WILDE la ferocia della buona società

Ha sempre sfidato il mondo perbenista e ipocrita dell’età vittoriana.
La sua arguzia, la sua ironia trovano spazio nelle commedie che mettono in ridicolo gli atteggiamenti della società dell’epoca. Impossibile fare una hit-list, ma sicuramente il suo famoso play L’importanza di chiamarsi Ernesto (The importance on being Earnest) è uno dei suoi lavori più geniali.

Ma cosa può esserci di così importante nel chiamarsi Ernesto?

Ebbene, il termine earnest significa “serio” in inglese e la protagonista femminile, l’aristocratica Gwendalin, si innamorerà infatti di un nome, di un suono, di un’apparenza, di un Earnest che non esiste, solo perché il suo nome produce in lei delle “vibrazioni” e suscita ammirazione e fiducia, affidabilità.

“What’s in a name?” dirà Giulietta.

Per colpa di un nome (e di un cognome, Montecchi) lei non potrà mai essere libera di amare il suo Romeo, un uomo che appartiene ad una famiglia in conflitto con la sua.

“Un nome “, ahimè, sarà importante per motivi diversi, tanto seri per Giulietta, quanto frivoli per Gwendalin.
In fondo il nome non è altro che una convenzione dice Giulietta… ma  Gwendalin , farà invece della convenzione, appunto, il suo scopo di vita.

Earnest/ Ernesto non rappresenta forse tutta la contraddizione di una società, quella vittoriana, superficiale che si basa solo sull’esteriorità?

L’audience ride nel vedere la scena in cui Gwendalin si illude di amare un uomo che non è ciò che appare, perché sa che in realtà si chiama Jack, ma in maniera più o meno consapevole, ride di se stessa. Wilde si diverte a beffeggiarla sottolineando il vuoto che nasconde e critica allegramente nella sua commedia -che si conclude con un happy end- la mediocrità di una società banale e convenzionale, che fa dell’apparenza, della finzione, un valore assoluto.

Ma Wilde non immaginava quanto avrebbe pagato per questa sua provocazione. La società non perdona.

E quando un uomo potente come Lord Douglas lo accusa di omosessualità e di aver sedotto suo figlio Alfred Douglas, che corrisponde l’amore per lui, Wilde si trova imprigionato e pubblicamente deriso da quella società che lui ha più volte criticato e ridicolizzato.

Marchiato a fuoco da una parola: “omosessuale”.

Punito in nome di una definizione che, tra le mani di quella società che lui aveva ridicolizzato giocando con l’assonanza tra un nome proprio e un valore morale, diventa un’arma mortale.

Immaginare Oscar Wilde, il dandy elegante ed eccentrico, sempre con un giglio nel taschino, essere denigrato e beffeggiato pubblicamente,  ammanettato e vestito da carcerato è umiliante per l’uomo e per l’artista, ma anche per chi ha riso grazie al suo lavoro.

Nei giorni della sua prigionia, Oscar Wilde scrive il suo capolavoro: il De Profundis.

Un’opera in cui emergono i lati più profondi e seri della sua personalità.
Un Wilde diverso, un’anima lacerata dalla prigione, dominata dalla disperazione, dal desiderio della morte e al tempo stesso dal sentimento potente di rivolta contro la società.

L’errore di Wilde fu quello di rivolgersi a quella stessa società che lui aveva criticato per chiedere aiuto.

E lo dice apertamente nel suo De profundis.

“L’azione ignominiosa, imperdonabile ed eternamente disprezzabile della mia vita fu di avere accondisceso a rivolgermi alla società per ottenerne aiuto e protezione…

Naturalmente una volta messe in moto le macchine della Società, essa si rivolse contro di me e disse: «Come! Tu hai vissuto fino ad ora disprezzando le mie leggi, ed ora vieni a domandarmi aiuto per mezzo di queste leggi stesse? Bene: ti saranno applicate col massimo rigore. Sarai obbligato a sottometterti alle leggi che hai invocato.  Il risultato è questo: ch’io sono in carcere”

Avrebbe voluto una vita brillante come le commedie che scriveva, ma non andò così.

Avreste potuto immaginare un finale diverso?

 

 

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