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Straordinari

OSCAR NIEMEYER la poesia del cemento


oscar niemeyerCemento e poesia, linearità e bellezza, curve, vuoto e vertigine. Soprattutto l’arte infinita di un uomo vero, grandissimo, apertissimo, comunista illuminato. Un alieno. Uno, che per riuscire ad averlo accanto, avresti voluto essere suo figlio, suo amico, suo allievo.

Oscar – così, solo con il nome di battesimo si chiamano gli uomini in Brasile, anche quelli celebri – ha segnato, graffiato e aperto orizzonti nuovi in tantissime città brasiliane e di tutto il mondo. Ha elevato edifici ad altezze, anzi a leggerezze, inaspettate e mai osate, ha regalato poesia al cemento, grazia a palazzi pubblici e di governo, curve sinuose e sexy a grattacieli che altrimenti sarebbero stati anonimi conglomerati di grigio.

«Non bisogna avere paura delle differenze», amava dire, «la varietà è una qualità necessaria e può rivelarsi una forma d’insegnamento». Non era, questo, un progetto urbanistico, ma un programma esistenziale.

 

Immaginatevi un alieno che arriva sulla terra e ricostruisce la nave spaziale con la quale è atterrato; un uomo che inventa una capitale – Brasilia, nel 1960 – e la rende oltre che unica, persino bella e già storica; pensate a un uomo che firma a Belo Horizonte (la Chiesa di São Francisco de Assis) a Rio, a Milano, a San Paolo, a Ravello.

A Niteroi, nel 1996, con il Mac, Museo di arte Contemporanea, ha toccato vette irraggiungibili di bellezza e creatività: per moltissimi è la sua opera più riuscita e coerente, per via di un fascino postmoderno, lineare, elegantissimo. Un involucro più vuoto che pieno, ma che proprio di questa spaziosità, di questa luce gode.

Un po’ la casa che abbiamo immaginato adatta a Diabolik. Ospita la collezione di arte contemporanea João Settamini, tra le più prestigiose del Brasile, ma chiunque entri in questo involucro ardito è indotto a guardare fuori verso il Pão de Açúcar, verso Rio. Ed è impaziente di uscire, perché lo vuole rivedere e rifotografare questo prodigio, ché quadri famosi ce ne sono tanti e certo in tante parti del mondo più che in Brasile, hanno cercato di catturare, ma di Niemeyer no, ne hanno fatto soltanto uno.

Quando ha scritto un libriccino, che è una riflessione, Il mondo è ingiusto, Niemeyer sapeva che quello sarebbe stato il suo testamento spirituale.

 

Era umile Oscar, al punto da autodefinirsi bichinho, “animaletto”, perché l’universo è infinito e noi, persino lui, non siamo nulla. Il coraggio, l’armonia, il gusto per la natura, la compiaciuta selvatichezza e il rigore della linea retta: anche lui, come soltanto i più grandi intellettuali del Sudamerica, sapeva essere un ossimoro splendente, una contraddizione illuminata dal carisma, un ribelle perpetuo e, tra l’altro assai longevo visto che è scomparso a 104 anni, affamato, anzi bulimico, di giustizia oltre che di bellezza.

Palacio Da Alvorada, Oscar NiemeyerDa ragazzo aveva conosciuto Le Corbusier e il comunismo e questo ebbe il suo peso. Ma l’architettura che ha inventato usava concetti modernisti inediti: materiali e tecniche locali, azulejos portoghesi e vivaci colori, giardini tropicali e linee ardite. Se la sua abitazione, la Casa das Canoas, è immersa nella foresta, Brasilia, voluta dal presidente Juscelino progettata da Lúcio Costa e costruita da lui, lo è nel cemento, oltre che nello spazio infinito e abbacinante del Planalto.

Eppure gli edifici di governo, i ministeri, il palazzo presidenziale, per non parlare dell’avveniristica cattedrale, trasmettono sensazioni di ariosità, di luce, di sogno, persino, non fosse che gli uomini della politica e della curia non sono stati mai, o quasi mai, degni dei luoghi abitati. E tantomeno di lui, che un giorno ha scritto «Non è l’angolo retto che mi attrae, né la linea retta, dura, inflessibile, creata dall’uomo. Quel che mi attrae è la linea libera e sensuale, la curva che incontro nelle montagne del mio paese».

Sembrava che nulla stonasse in lui, neppure il suo ieratico, profondo e al contempo e semplice argomentare. Se n’è andato nel 2012, ma chissà per quanti secoli ancora il ricordo di lui resterà, e resteranno in piedi le sue opere. Prima di trasformarsi, magicamente, da pietra e vetro in elementi naturali, di un paesaggio da sogno mai realizzato.

 

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Bruno Barba

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