Il segreto? Sapersi reinventare di continuo facendo leva sulla simpatia. È questa la dote che ha permesso a Orietta Berti (nata Galimberti 76 primavere fa) di restare sulla cresta dell’onda così tanto tempo. Una vera icona della musica italiana, che dall’alto dei suoi 55 anni di carriera e dei 15 milioni di dischi venduti non ha mai conosciuto momenti di stop.

L’ultimo colpo di genio è stato partecipare al brano Merendine blu degli Extraliscio, una band romagnola che per anticipare l’album Punk da Balera, in uscita a fine aprile per Garrincha Dischi, ha  sfornato una canzone che è già diventata un tormentone. Un antidoto alla noia e alla cupezza di questi giorni da Coronavirus.
Nonostante il testo sia simildemenziale: Tasche vuote, motorino/calcinculo testa in giù/un ghiacciolo al tamarindo/patatine, merendine blu.

Il singolo Merendine Blu è un incontro tra il gruppo romagnolo (composto da Mirco Mariani, Moreno “il Biondo” Conficconi, Mauro Ferrara), Pacifico, coautore del testo, e infine il duetto tra Orietta Berti e Lodo Guenzi.

«Un brano strepitoso, fuori dalle corde di tutti gli artisti coinvolti. È la sensazione che tutti siano apparentemente finiti nel posto sbagliato, regalando poi un risultato unico e irresistibile», ha scritto un critico musicale, spiegando che tutto è nato lavorando sui ritmi di una canzone popolare ungherese.
Da quando è uscita sta spopolando tra i bambini (perché parla di alcune merendine che fanno diventare supereroi), ma fa impazzire anche gli adulti, perché la formula è molto originale, un mix tra il liscio e il punk. «Basta ascoltarla una volta perché si incolli alle orecchie e faccia venir voglia di ballare sul balcone, in cucina, in quei viaggi intorno a una camera, tanto per citare il magnifico testo di Xavier de Maistre», ha fatto eco qualcun altro.

Ma che c’azzecca la nostra Orietta Berti, direbbe qualcuno?

Chi se la ricorda solo per il suo repertorio di canzonette degli anni ‘60/’70 non può capire. Chi invece ha imparato a conoscerla vedendola all’opera come ospite fissa di Fabio Fazio in tv non si meraviglia più di tanto di questa emiliana “verace” che sembra ingenua ma non lo è affatto. E nasconde una vena di (forse inconsapevole?) ironia.

Nata in quel di Cavriago, paesotto della Bassa in provincia di Reggio Emilia famoso per la Fiera del bue grasso, comincia a cantare giovanissima, spronata dal padre, grande appassionato di musica lirica.
Studia musica e canto lirico e nel 1961 partecipa al concorso Voci Nuove Disco d’Oro a Reggio Emilia. Si fa notare interpretando in italiano le canzoni di Suor Sorriso ma solo nel 1965 arriva al successo vincendo Il disco per l’estate con Tu sei quello.

Soprannominata da Silvio Gigli la “capinera dell’Emilia” ma meglio nota come l’Usignolo di Cavriago, Orietta entra in quel “raffinato bestiario” di cantanti italiane che dall’inizio degli anni ’60 contribuirono a rendere la musica leggera italiana una delle più apprezzate al mondo. Insieme a Mina (la tigre di Cremona), Iva Zanicchi (l’aquila di Ligonchio), Milva (la pantera di Goro), Nada (il pulcino di Gabbro), Alice (la cerbiatta di Forlì) Patty Pravo (la civetta di Venezia) e Marisa Sannia (la gazzella di Cagliari).

Anche se all’inizio “l’Orietta”, così ruspante e nazionalpopolare, era un po’ snobbata dalle colleghe.

Tanto che nel 1966 Ornella Vanoni si rifiutò di farsi fare una foto con lei con una battuta sprezzante: «È troppo colorata». Ora però sono diventate amiche per la pelle e la Berti non manca mai di portare alla Vanoni ottimi salami nostrani quando va a trovarla.

Nella carriera di Orietta c’è un’unica nota stornata: Sanremo 1967

l’edizione del Festival macchiata dal suicidio del cantautore Luigi Tenco che, nel biglietto d’addio ritrovato nella sua stanza, scrive:  «In un mondo dove va in finale Io tu e le rose non c’è posto per me».
Una mazzata incredibile per l’incolpevole Orietta, che ancora oggi ricorda così quell’episodio: «Io, e non solo io, penso che quel biglietto Tenco non l’abbia mai scritto. E che gliel’abbia scritto qualcuno, dopo. Una cattiveria contro di me. È impossibile sia stato lui. Eravamo in buoni rapporti, avevamo mangiato vicini quel pomeriggio.
Ha sentito le mie prove, mi apprezzava… Ecco, io spero che prima di morire quel signore che ha scritto quel biglietto falso si faccia avanti e lo dica. Perché a me, quel biglietto, mi ha rovinato la vita».

La carriera di Orietta Berti è però continuata per decenni, sull’onda di tanti successi.

E quello a cui lei dichiara di essere più affezionata resta Tu sei quello.

«Tu sei quello che s’incontra una volta e mai più, l’ho sentito quando m’hai guardato tu per un attimo», canta Orietta con la sua inconfondibile voce. Il suo “quello” si chiama Osvaldo Paterlini, l’uomo della sua vita.

Che ha conquistato con un’altra arma segreta: la dolcezza. «La prima volta che è venuto a casa l’uomo diventato mio marito, gli ho preparato il caffè napoletano e ci ho messo dentro un cioccolatino sciolto. Lui non lo aveva mai assaggiato!».

Dal loro matrimonio nascono Omar, il 3 agosto del 1975 e Otis, il 18 febbraio del 1980. Una famiglia unita anche dal marchio della lettera “O”.

«L’ho ereditata: mia madre si chiamava Olga, mio nonno Oreste, mio zio Oliviero, mia suocera si chiama Odilla e mio marito Osvaldo. Dei nostri figli il piccolo si chiama Otis in onore di Otis Redding e quello grande Omar in onore di Omar Sharif, che ho conosciuto al Lido di Venezia a un torneo di bridge e fu così gentile e poi ha due occhi che sembrano due tizzoni ardenti…», racconta lei garrula, spiegando che Orietta è il nome che sua madre copiò da un romanzo di Liala letto durante la gravidanza. Un anno fa è nata una nipotina e perfino a lei è toccato rispettare la tradizione di famiglia. Si chiama Olivia.

 

 

 

 

 

 

 

2 Replies to “ORIETTA BERTI histoire d’O

  • Francesca
    Francesca
    Reply

    Articolo delizioso, nella sua leggerezza da rotocalco!!!!

    • Anna di Cagno
      Anna di Cagno
      Reply

      Marina Moioli è una grande giornalista di scuola Montanelliana e sa calibrare stile e parole in perfetto accordo col tema scelto. E infatti è una colonna storica di Mollybrown.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *