ORIANA FALLACI Una donna in prima linea

oriana fallaciAd affondarla ci hanno provato in molti, ma lei è sempre riuscita a difendersi con grande energia, rintuzzando gli attacchi e rispondendo per le rime. Con spietata sincerità. E anche adesso, da morta, si sta prendendo le sue belle rivincite su chi l’aveva sbrigativamente bollata di fascismo.

Lei è l’Oriana, senz’ombra di dubbio la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata al mondo. Che la sua missione la spiegava così: «Essere giornalista per me significa essere disubbidiente. Ed essere disubbidiente per me significa, tra l’altro, stare all’opposizione. Per stare all’opposizione bisogna dire la verità. E la verità è sempre il contrario di ciò che ci viene detto».

A questo credo del “poco politically correct” Oriana Fallaci non è mai venuta meno nel corso della sua lunga e straordinaria carriera, vissuta sempre in prima linea. Anche se oggi di lei i giovani sanno poco e niente, al massimo la ricordano per le critiche e le polemiche che hanno accompagnato gli ultimi anni della sua vita, dal famigerato 11 settembre 2001 in poi (con la trilogia “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista se stessa – L’Apocalisse”).

Orgogliosissima del suo lavoro («Ho i calli sulla punta delle dita a forza di scrivere a macchina. I facchini li hanno sulle palme delle mani, io sulla punta delle dita. E mi piacciono. Belli duri. Se mi buco lì, non sento nulla»), ha avuto un grande merito: quello di inventare un modo tutto suo di scrivere e intervistare, diventando così una delle prime donne a farsi strada in un mondo che fino ad allora alle donne sembrava precluso. «Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore», si legge in un appunto dattiloscritto conservato nell’Archivio privato Oriana Fallaci.

Il 29 giugno cade il giorno del suo compleanno. Era nata nel 1929, da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. E della sua “fiorentinità” era fiera: «Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Quando il padre Edoardo entrò nella Resistenza, Oriana, a 14 anni, con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia”, fece da staffetta per i partigiani consegnando armi, giornali clandestini e messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati.

«La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso. Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura», scrisse in “Se il sole muore”.

Dopo il liceo classico (concluso con un anno di anticipo, nel giugno del 1947) si iscrisse a Medicina ma cominciò a collaborare al quotidiano di Firenze “Il Mattino dell’Italia centrale”, scrivendo di cronaca nera. Il primo “colpaccio” arrivò nel 1951 con un articolo pubblicato sul settimanale L’Europeo, uno dei più prestigiosi del tempo. Il pezzo si intitolava “Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini” e raccontava la storia di un cattolico comunista a cui erano stati negati i sacramenti e i cui compagni vestiti da prete avevano inscenato un funerale religioso.

Da lì la sua carriera decollò, e lei dopo i divi di Hollywood (esperienza da cui ricavò il suo primo libro: “I sette peccati di Hollywood”) comincia a intervistare i grandi della terra (da Indira Gandhi a Golda Meir, da Yassir Arafat a Khomeyni). Tutti sottoposti ai suoi celebri “interrogatori”, con le domande preparate e studiate a tavolino nei minimi dettagli, registrate, e poi scritte e riscritte più volte, smontate e poi rimontate. («Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”).

Finché a un certo punto della sua vita l’Oriana diventò a tutti gli effetti lei stessa un personaggio, a prescindere dalle storie che raccontava e che aveva raccontato e dagli amori che aveva vissuto (il più importante di tutti quello con Alexandros Panagulis, conosciuto come Alekos, uno dei leader della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli che fu per tre anni il suo compagno): fotografata e intervistata, con i suoi occhialoni, le sigarette, i suoi cappelli e il suo pessimo carattere («Sono una rompiballe, lo so», ammetteva).

Nel 1992, quando scoprì di avere il cancro, lo soprannominò “L’Alieno” e cominciò una strenua battaglia con la malattia, conclusa solo il 15 settembre 2006: «Io non capisco questo pudore, questa avversione per la parola cancro. Non è neanche una malattia infettiva, non è neanche una malattia contagiosa. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola. Serenamente, apertamente, disinvoltamente. Io-ho-il-cancro. Dirlo come si direbbe io ho l’epatite, io ho la polmonite, io ho una gamba rotta. Io ho fatto così, io faccio così e a far così mi sembra di esorcizzarlo».

È sepolta a Firenze nel cimitero degli Allori accanto ai suoi genitori e a un cippo commemorativo di Alekos Panagulis. Nella bara sono stati messi una copia del “Corriere della Sera”, tre rose gialle e un Fiorino d’Oro (premio che la città, con grandi polemiche, non aveva voluto conferirle), donatole da Franco Zeffirelli. Sulla lapide c’è scritto solo, per sua volontà: «Oriana Fallaci – Scrittore». Ma di sicuro fu anche una gran donna. Che nell’ultima intervista, tre mesi prima, aveva confessato: «Apro la mia boccaccia. E dico quello che mi pare».

Inaffondabile perché: Con la sua carriera irripetibile è e resterà per sempre la giornalista italiana più famosa nel mondo. Un vero “fenomeno”

Marina Moioli

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