ORESTE DEL BUONO l’irregolare

«In certi momenti tragici, io rido»: in questa frase è il marchio della sua poliedrica e vulcanica fabbrica editoriale. È stato giornalista, critico mai banale, commentatore di costume e di sport, romanziere, traduttore (di Proust, Flaubert, Stevenson, Oscar Wilde, Bataille, Yourcenar, Gide, Kristeva e molti altri), consulente editoriale, direttore di collane (una per tutte, i mitici gialli Mondadori), curatore instancabile di antologie e prefatore indefesso di libri altrui, critico cinematografico e pubblicitario (inaugurando un genere in quest’ultimo caso su “L’Espresso”). Un irregolare dell’editoria e della scrittura. Lavorò per Garzanti, Feltrinelli, Mondadori, Rizzoli, Einaudi, Sonzogno, scrisse per quotidiani e periodici, dal “Corriere della Sera” a “Panorama” e diresse il mensile “La lettura”.

 

Nel vortice di passaggi finì inevitabilmente per segnare un record di dimissioni da testate, redazioni e case editrici: «L’abitudine di cambiare spesso testata la devo probabilmente ad aver fatto le elementari a una scuola di Maria Montessori», diceva. «Le prime cose che mi insegnarono furono come allacciarmi le stringhe delle scarpe e a come cambiar gioco quando lo si voleva; bastava informare la maestra. Come quasi sempre nella mia vita, ho raggiunto il 50 per cento. Ad allacciarmi le stringhe bene non sono mai riuscito, invece sono arrivato ad abusare del cambiamento di gioco».

Elbano di nascita (nato l’8 marzo 1923) e milanese di adozione, si arruola in Marina con straordinario tempismo, pochi giorni prima della destituzione di Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo, forse per seguire l’esempio dello zio materno Teseo Tesei, eroe di guerra disperso nel mar di Malta a dorso di uno dei sommergibili di cui era stato progettista e sostenitore: i maiali della Decima MAS. Cade prigioniero dei tedeschi e finisce in un lager austriaco fra il 1943 e il ‘45. Un’esperienza che racconta nel 1945 in Racconto d’inverno, il suo primo romanzo, cui ne seguirono molti altri: Per pura ingratitudine (1961), I peggiori anni della nostra vita (1971), La nostra classe dirigente (1986). Ma anche della narrativa si stufa: «Non scriverò più romanzi, meglio fare del giornalismo, qualcosa che morda direttamente la realtà, piuttosto che rimestare nella poltiglia in cui tanti rimestano».

 

Aveva un’onnivora predisposizione culturale che andava perfettamente a braccetto col suo stile di vita: afflitto da un’invincibile insonnia, leggeva e scriveva fino all’alba. Lui stesso ebbe più volte modo di raccontare come non dormisse più di tre ore per notte. Eterno insoddisfatto, si definiva una “talpa di città” (dal titolo di un suo romanzo): «Dovrei poter restare di più nella mia tana come desidero e come, invece, non mi è concesso. In città non è come in campagna».

 

Una delle cose cui teneva di più fu “Linus” con cui portò in Italia i fumetti dei Peanuts di Charles Schulz. Memorabile la sua direzione della rivista dal 1971 al 1981 che fu un’autentica fucina di grandi disegnatori, italiani e non. Secondo molti è lui il grande “sdoganatore” dei comics in Italia, lui ad aver dato per primo dignità editoriale al genere prima della tendenza chic delle graphic novel, allevando i migliori esponenti del disegno satirico e consentendo loro di uscire dal ghetto in cui erano relegati di fatto fin dagli anni ’60. Nel numero uno di “Linus” Umberto Eco intervista OdB insieme a Elio Vittorini: una sorta di tavola rotonda che di fatto segna la nascita del fumetto italiano. Con la sua direzione, impegno politico e sociale si mescolano all’evasione. Accanto alle strisce satiriche, trova il suo spazio anche il fumetto d’avventura: da Dick Tracy a Corto Maltese. Coltiva il talento di disegnatori come Pirella, Staino, Pericoli, Chiappori, Altan e Andrea Pazienza. Ma “Linus” è stato anche palestra di scrittori come Michele Serra, Alessandro Baricco e Gino & Michele, secondo cui «C’è un piccolo Oreste dentro di noi. E’ un po’ Geppetto forgiatore di legni. Un po’ Grillo parlante e un po’ Lucignolo, un po’ GattoVolpe e un po’ Mangiafuoco. Per noi due, suoi burattini sovente in fuga, è stato anche Fatina».

 

Ha scritto Oreste Del Buono che la satira politica degli anni Settanta non faceva ridere granché. Erano gli anni di Leone presidente della Repubblica, del compromesso storico, del terrorismo. Di golosi bocconi per le penne del sarcasmo ce n’erano a iosa. Ma secondo Del Buono, in quegli anni la satira non faceva ridere perché i suoi autori, per temperamento e per attitudini psicofisiche erano refrattari al riso. «I nostri autori lavorano solitari. L’abitudine allo scherzo, all’allegria di gruppo non c’è… nella maggior parte dei casi sono di una permalosità rara. Loro che sono sempre pronti a cogliere e mettere alla berlina la tara psicologica o fisica dei bersagli prescelti non tollerano di essere oggetto di una qualsiasi presa in giro. Occorre trattarli con le molle». E pensare che quando Del Buono scriveva queste parole gli autori erano in parte gli stessi ancora attivi oggi, Forattini, Altan, Chiappori, Vincino…

 

È stato un bastian contrario dell’editoria italiana, dai giornali alle riviste, un editor che non ha mai nascosto la sua passione per la letteratura di “genere”, dalla detective story al fantasy, e per la cosiddetta “cultura bassa”. È stato lui a dare una svolta ai tascabili Einaudi, puntando a mettere accanto ai grandi classici della narrativa e della saggistica i nuovi comici che si alternavano sulle scene milanesi dell’Elfo e dello Zelig: il pubblico gli ha dato ragione tributando un incredibile successo all’antologia di battute Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, curato dalla coppia Gino & Michele, che in pochi mesi arrivò al milione di copie. Un successo che creò qualche mal di pancia allo Struzzo e portò all’uscita di Del Buono e del nipote Dalai che si dedicarono al rilancio della Baldini & Castoldi, che divenne anche la casa editrice di “Linus”, con Odb alla direzione. «Ho accettato questa proposta, nonostante l’età – disse – perché “Linus” è stata la cosa più importante della mia vita… Sono ridiventato a 72 anni suonati direttore di un giornalino per ragazzi. Troppa grazia, veramente. Vorrei tanto poter organizzare un faccia a faccia tra Cipputi e Bobo. Ieri era questione di passare dall’umorismo alla satira, ora parrebbe opportuno un ritorno dalla satira all’umorismo. Lasciar la satira a chi la pratica involontariamente…».

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it

 

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