OLYMPE DE GOUGES l’eroina necessaria

Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; non la priverai anche di questo diritto. Dimmi, chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il Creatore nella sua saggezza; percorri la natura in tutta la sua grandezza… e dammi, se osi, l’esempio di questo potere tirannico.

Parole chiare, semplici, dirette. Un j’accuse penetrante e allo stesso tempo inspiegabilmente pacato e composto, contraddistinto dalla calma ragionevolezza di chi sa di rivelare una verità incontrovertibile.
Così inizia la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, pubblicata nel 1791, sorella polemica e dimenticata di un’altra Dichiarazione ben più illustre. Perché i grandi uomini della Rivoluzione Francese, i Marat e i Robespierre, presi dai loro progetti democratici e dall’anelito libertario, avevano completamente scordato (che sbadati!) l’altra metà del cielo. E questo a qualcuno non piacque.

Quel qualcuno era Olympe de Gouges. «Chi?», direte voi. «Una donna più illuminista degli illuministi e allo stesso tempo la seconda a essere stata ghigliottinata dopo Maria Antonietta», risponderei io. Ma andiamo per gradi.

Olympe de Gouges fu attivista, drammaturga, autrice di romanzi, articoli e libelli rivoluzionari. Nata nel 1748 a Montauban come Marie Gouze, data in sposa a 16 anni a un uomo per il quale non provava nulla ‒ probabilmente nemmeno rispetto ‒ e rimasta poco dopo vedova e con un figlio, si riappropriò del suo destino cambiando nome in Olympe de Gouges.

Si rifiutò sempre di risposarsi, considerando il matrimonio la tomba dell’amore e della fiducia. La relazione con Jacques Bétrix de Rozièries, alto funzionario della marina, le permise di dare un’ottima istruzione al figlio e di inserirsi nella stimolante società parigina a partire dal 1778.

A Parigi, Olympe frequentò diversi salotti e ben presto si fece notare come drammaturga, scrivendo pièces politiche, liberali e antischiaviste che fecero discutere. Fu una delle pochissime donne riconosciute come autrice alla Comédie-Française.

Seguì da vicino ogni avvenimento della Rivoluzione. E quando dico da vicino, intendo che traslocò più volte per trovarsi di volta in volta vicino all’azione, ai luoghi dove la Storia veniva scritta.
I muri di Parigi erano tappezzati dei suoi scritti: ora proponeva una tassa sulla ricchezza, ora si scagliava in una filippica contro il Code Noir, documento che riconosceva l’esercizio della schiavitù nelle colonie francesi. Insieme ad altre donne, presenziò alle sedute dell’Assemblea Nazionale. E forse fu proprio assistendo a quei dibattiti accalorati ed entusiasti che si rese conto che le donne non venivano mai prese in considerazione né nominate. Ma la prova incontrovertibile fu la Dichiarazione del 1789, quella importante ‒ quella fatta firmare a Luigi XVI per intenderci ‒, in cui si parlava solo di uomini e cittadini e di cittadini e uomini. Come se il genere umano fosse solo composto da maschi che si riproducono tramite spore.

Scrisse così nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che sottopose all’Assemblea per l’approvazione. Qui sostenne che uomini e donne dovessero avere gli stessi diritti e doveri legali, civili e politici. Non ci andò leggera:

«Articolo IV. La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto ciò che appartiene ad altri; così l’unico limite all’esercizio dei diritti naturali della donna, la perpetua tirannia dell’uomo cioè, va riformato dalle leggi della natura e della ragione.»

Il decimo articolo della sua Dichiarazione suona oggi fatale e premonitore: (…) la donna ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve avere pure quello di salire sulla tribuna (…)

Dei 17 articoli proposti l’Assemblea prese in considerazione solo quello sul divorzio. Nonostante questa batosta morale, Olympe continuò a pubblicare opuscoli e libelli in cui difendeva le proprie idee con coraggio e ardore. Si batté come una leonessa ‒ giacché sappiamo che il leone fa ben poco oltre dormire ‒ per i principi e valori democratici e per i diritti delle donne. Ma non solo: per la tutela dei più deboli, dei minori e dei mendicanti, arrivando a proporre misure che oggi definiremmo di wellfare.

Eppure, nella sua lotta per il riconoscimento della libertà e della dignità di tutti, non fu mai un’estremista. Si proclamò sempre sostenitrice della monarchia costituzionale e condannò ogni spargimento di sangue. Si oppose con coraggio all’esecuzione del re e della famiglia reale, in un tempo in cui sembrare amici della monarchia poteva essere pericoloso. Quando, nel 1792, si propose al fianco di Malesherbes alla difesa del re rischiò quasi il linciaggio sotto casa sua.

Definì Robespierre ‒ proprio lui, l’Incorruttibile ‒ un obbrobrio della Rivoluzione.

Insomma, fu una donna pericolosissima che aveva troppi grilli per la testa e che non conosceva la virtù del silenzio, questo sembra più che chiaro. Sfacciata, spregiudicata, pensante, istruita: la situazione non era tollerabile. I detrattori le davano della prostituta e dell’analfabeta, suggerendo malignamente che i testi che firmava non fossero di suo pugno.

Osò affermare l’uguaglianza fra uomo e donna, condannò le violenze dei giacobini, mostrò clemenza verso il re e la sua famiglia: pensava forse di essere intoccabile?
Non lo era. Nell’aprile del 1793, la Convenzione dichiara che alle donne non può essere riconosciuto lo statuto di cittadine. Pochi mesi dopo, vedendo la tempesta all’orizzonte, Olympe pubblica coraggiosamente il manifesto Les trois urnes, in cui propone un referendum popolare per scegliere fra un governo repubblicano, federale o monarchico. La reazione del Tribunale rivoluzionario non si fa attendere: Olympe è incarcerata e accusata di aver attentato alla sovranità del popolo. Tutti i suoi appassionati scritti repubblicani ora non valgono più nulla: conta solo che lei abbia proposto fra le varie forme di governo la monarchia.

Pubblica anche dalla prigione, cercando in ogni maniera di difendersi e denunciando la deriva autoritaria del governo. Rifiuta di fuggire, convinta di potersi difendere durante il processo, ma le viene anche negato un difensore d’ufficio.

Il 3 novembre 1793 è ghigliottina.
È la seconda donna a subire questa sorte dopo Maria Antonietta.

Dopo la sua morte, sul Moniteur, giornale dell’epoca, si scrisse che fu punita «per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso».

Di questa donna straordinaria oggi si ricorda poco. In qualche libro di storia per le medie o il liceo, talvolta, le viene dedicato un piccolo riquadro, a fondo pagina. Quegli specchietti che gli studenti ignorano perché sanno che trattano argomenti secondari, che il professore non chiederà mai. Argomenti come la parità fra uomo e donna.

È stata l’eroina che non meritavamo ma di cui avevamo bisogno. E ancora oggi è così. 

4 Replies to “OLYMPE DE GOUGES l’eroina necessaria”

  1. Bel pezzo, che rende giustizia a una donna straordinaria. Grazie di averla ricordata.

    1. Lessi di lei alle medie. Da allora è sempre stata un mio punto di riferimento. Mi dispiace solo che la sua storia sia ancora poco conosciuta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *