OBLOMOV il grande sognatore

oblomov«Si può imparare a vivere? Evita qualsiasi frenesia; lascia che i tuoi giudizi smascherino la stupidità. Ridi, ma senza fretta… »

Parola di Ivan Aleksandrovič Gončarov, lo scrittore russo che ha inventato il personaggio più pigro della letteratura di tutti i tempi: Oblomov. Un anti-eroe destinato a enorme fama, tanto da diventare nell’immaginario collettivo il prototipo del tipo umano rassegnato e passivo, che subisce la propria vita piuttosto che esserne l’artefice.

 

Gončarov era nato nel 1812 e apparteneva alla schiera di coloro che diedero vita all’epoca d’oro della prosa russa (da Turgenev e Leskov a Dostoevskij e Tolstoj) ma viene considerato un tipo noioso, se non antipatico. La sua biografia si può riassumere in poche righe: dopo quasi quarant’anni di onorata carriera impiegatizia al servizio di Sua Maestà lo Zar e tre romanzi (Una storia comune, Oblomov e Il burrone) morì vecchio, solo e quasi dimenticato nel 1891.

 

In effetti dopo aver frequentato per alcuni anni la cerchia del famoso pittore Majkov, l’unico guizzo nella vita tranquilla di quello che Aleksej Tolstoj chiamava “affascinante zitella” fu il giro del mondo intrapreso nel 1852, quando si imbarcò sulla Fregata Pallada (titolo dato poi ai due volumi che scriverà al ritorno, diario di un viaggio fatto controvoglia da un viaggiatore pigro e sedentario). Dal 1855 diventò censore al Ministero dell’Istruzione e fino al 1867 occupò una posizione molto importante che sicuramente gli procurò non pochi nemici. Il che forse spiega le stroncature dei critici (con poche eccezioni) ai suoi lavori letterari.

 

Lui stesso, in un articolo autobiografico, ha spiegato la genesi delle sue opere: «I miei romanzi sono tutti legati da un solo filo conduttore, da un’idea conseguente». Il primo, Una storia comune, è il romanzo della sconfitta di un giovane idealista e sognatore, Aduev, che vuole vivere la sua temperie romantica di stampo byroniano ma si arrende e torna a casa identificandosi nel ruolo concreto e pratico dello zio. Oblomov è il canto centrale e Il Burrone l’epilogo, il ritorno alla provincia, alla terra, alla casa avita, per sempre. Il protagonista in questo caso è Raiskij, pittore e poeta insoddisfatto, costretto a fare i conti con la propria mediocrità artistica. Un’altra figura di dilettante, di uomo incapace di vivere attivamente nel presente.

 

Goncarov, OblomovAmareggiato dall’insuccesso del libro, lo scrittore trascorse gli ultimi anni in un piccolo appartamento di San Pietroburgo, in via Mochovaja, accanto alla famiglia del suo domestico Ludwig, morto nel 1978, e alla vedova lasciò tutti i suoi averi. All’epoca, un critico poco lungimirante annotò: «Il vecchietto fu seppellito in gran pompa benché in realtà non lo compiangesse nessuno: era ormai molto vecchio e il pubblico se n’era dimenticato». Non aveva capito che Oblomov, un capolavoro di infinita sottigliezza, avrebbe reso il suo autore immortale.

 

Il’ja Il’ič Oblómov è un proprietario terriero (la sua tenuta di trecentocinquanta anime è chiamata Oblómovka) che vive senza compiere alcuna attività particolare. Per la gran parte del tempo resta sdraiato su un divano o su un letto, circondato da poche persone, tra le quali il suo pigro, riottoso, ma fedele servitore Zachàr, senza il quale non riesce neanche a indossare le scarpe e gli stivali.

Vive in una casa di San Pietroburgo, nel disordine e nella trascuratezza. Ex impiegato, ha dato le dimissioni dopo un errore sul posto di lavoro, prima ancora di conoscere le conseguenze della sua mancanza, solo per paura della reazione del capufficio.

 

«Nel suo appartamento situato in via Gorochòvaja, in una di quelle case i cui abitanti sarebbero bastati a popolare una città di provincia, Il’ja Il’ič Oblómov se ne stava, un mattino, sdraiato sul suo letto. Di età sui trentadue o trentatré anni, di media statura, di aspetto piacente, con occhi grigio scuri, ma con un viso i cui lineamenti non esprimevano alcuna concentrazione per un’idea determinata…

 

… Che cosa faceva a casa? Leggeva? Scriveva? Studiava?

Sì: se un libro o un giornale gli capitavano sottomano, lo leggeva; se sentiva parlare di qualche lavoro importante, gli nasceva il desiderio di conoscerlo: cercava, chiedeva il libro e se poteva procurarselo subito cominciava a leggerlo e a formarsi un’idea dell’argomento: sarebbe bastato un ultimo passo per impadronirsene del tutto; ma eccolo già sdraiato, con lo sguardo assente volto al soffitto mentre il volume non letto gli giace accanto.

Il disinteresse si impossessava di lui assai prima dell’entusiasmo, e mai accadeva di riprendere la lettura abbandonata…»

 

 

Oblomov vive così della rendita che gli è garantita da Oblómovka, la tenuta dove era cresciuto, invischiato e inghiottito in un Eden di dolcissima pigrizia. Ma la proprietà rende sempre meno, perché il suo disinteresse per gli affari ha fatto sì che i contadini e gli amministratori della terra lo ingannino sistematicamente sull’effettivo rendimento delle colture. Ha pochi rapporti umani: il bonario Alekséev, il viscido Tarànt’ev e l’adorato amico Andréj Ivanovič Stolz, che tenta inutilmente di risvegliarlo dal suo torpore esistenziale.

 

Poi, quasi all’improvviso, Oblomov si innamora di Olga, e sembra diventare un’altra persona.

«Gli sembrava di essere risuscitato e irriconoscibile. Teneva lo sguardo fisso su Olga come una lente, e non riusciva a volgerlo altrove. C’era in lui una rafforzata circolazione del sangue e un battito raddoppiato del polso, e un palpitare del cuore. Ma presto ripiombò nella sua apatia. Non amava: sognava, sdraiato sul divano. La sua “tenerezza di colomba” non riuscì a sopportare l’amore, che lo abbandonò inerte, come se non l’avesse mai visitato», ha scritto Pietro Citati in un memorabile articolo  (“Corriere della Sera”, 30 luglio 2012) dedicato al personaggio di Gončarov visto come testimonial del no alla vita.

 

OblomovSalvato miracolosamente dai truffatori, Oblomov finisce per vivere gli ultimi anni accanto ad Agaf’ja Matvéevna, la vedova che abita a Oblómovka, con la quale si sposa e fa un figlio, chiamato Andréj in onore dell’amico Stolz. E proprio a quest’ultimo, che nel frattempo sposa Olga, Agaf’ja affiderà alla fine del libro il piccolo perché cresca colto e forte, e non indolente come il padre. Che era morto per un colpo apoplettico, «ancora giovane nel sonno, senza dolore», scrive ancora Citati, «come si ferma un orologio, che qualcuno ha dimenticato di caricare».

 

 

 

…. «Si è rovinato, perduto senza alcun motivo…

Stolz sospirò e rimase sovrappensiero.

“E non era più stupido di altri, era un’anima pura, limpida… come il cristalllo, generoso, tenero e… si è rovinato”.

“Perché mai? Per quale motivo?”

“Motivo… quale motivo! L’oblomovismo!” , disse Stolz.

“L’oblomovismo?”, ripetè sorpreso il letterato. “Che roba è?”»

 

 

Secondo lo slavista Fausto Malcovati, però, quello di Oblomov «in realtà non è un fallimento: è un rifiuto a uscire dal proprio cosmo. Perché a lui non restava che «sopravvivere come mondo isolato (oblom in russo significa “frammento”) secondo le proprie leggi fino a che il nuovo mondo le permetterà. Un essere lunare tra i terrestri».

 

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Marina Moioli

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