NOTTAMBULI meglio dell’amore perché non ti ferisce

hopper, nighthawksNon bisogna avere letto Bukowski per sentire il richiamo, spingere la porta ed entrare. Dal primo passo tanto già tutto è accaduto.

Un uomo.

Una donna.

Un barista.

Un avventore di spalle.

Ed è subito notte. Nonostante la luce, le vetrate rifrangenti, è una notte di sempre.

America di provincia, luogo di sogni infranti. Neon che lampeggiano, motel, cartelli stradali, tavole calde 24 ore su 24. È una notte qualunque, che per questo non dovrà nemmeno fare lo sforzo di finire. 

Nighthawks, 1942. La guerra impazza. Qui e altrove.

La tela è rimasta finora intonsa nello studio. Non ne vogliono sapere l’uomo, la donna, il barista, di farsi intrappolare lì dentro. Eppure il 7 dicembre 1941, mentre New York reagisce all’attacco giapponese a Pearl Harbour, Edward Hopper, il più grande cantore della “nostalgia rimossa” d’un’America anabolizzata dalla fame di gloria, d’un tratto si isola. In quello spazio che misura 84 cm x 1,52 m.

Da fuori, nella tela, non lascerà filtrare nulla. Nulla di quei 178 aerei americani abbattuti, degli altri 159 danneggiati, delle tre corazzate distrutte, delle sei navi rovesciate e delle altre sette danneggiate pesantemente. Nulla delle 2.403 vittime (2.008 della marina, 109 dei marines, 281 dell’esercito e 68 civili) uomini uccisi, scomparsi o periti in seguito alle ferite riportate, e 1.178 feriti.

Hopper sbandiera assenza, Pearl Harbour non è affar suo.

Un comportamento colpevole e stravagante, di insensibilità alla tragedia, secondo sua moglie Jo, che ne è stizzita ma conosce bene quella cancellazione chirurgica che Edward manifesta. Lei, compagna e nemica assoluta, fedele sostenitrice e primo detrattore, non ha omesso di registrare ogni episodio della patologia depressiva che lo affligge.

Molto inchiostro è stato sprecato sulla melancholia di Hopper. Forse troppo. Le diagnosi sono come le banconote, spesso escono di corso o vengono sopravvalutate dai lugubri forexchange nei vicoli accanto alle stazioni.

Si può fuggire, a volte lo si deve persino fare. Nessuna vigliaccheria. Semmai la saggia certezza che non c’è modo di accettare, sistemare, dare un luogo o si verrà sopraffatti. Ed è impegnato, lui, a difenderlo quel suo sguardo. Non solo: dopo vane ricerche ha trovato la tela giusta, sufficientemente robusta. Finalmente si butta.

Allora Hopper sceglie la solitudine. Ne fa diadema e lo regala ai soli che possano accompagnarsi a lui in quei giorni. Un uomo, una donna, un barista, un avventore di spalle.

Hopper

Al bancone regna il silenzio. Un’atmosfera di attesa e occasione perduta, uno spreco saggio, irresistibile mix di sensazioni che permane, sotto traccia, pronto ad azzannare ai lombi non appena si abbassa la guardia e si dimentica il ritmo folle del quotidiano.

La mano parte, ma la muove una strana forza, un entusiasmo loquace, insolito per lui. Come stupirsene?  È innamorato.

Del rumore del buio, che non è mai del tutto assenza. Di quell’assedio cui assiste e che a sua volta ha innescato: il soul di un uomo e una donna, e un barista, un avventore di spalle, catturati sotto la luce livida e familiare d’un bancone, mescita di alcolici, odore di sudore e spreco.

Sussurrano, a tratti, i nottambuli. Chiacchiere meravigliosamente futili. Di quello che bevono, dell’orario che si è fatto, della giornata che sarà domani.

È lei, la donna, che pare domandare qualcosa al barista. Se il locale ha fatto incassi, forse, e chi s’era visto lì, durante la serata, prima che la notte scendesse e quasi giungesse l’alba. «E la guerra?» le sarà magari sfuggito dalle labbra. Quasi senza ricordare.

Poi si rivolge all’uomo.

«Sai – disse – tu te ne stavi

al bar così non ti sei accorto

che ho ballato con quel tipo.

abbiamo continuato a ballare

vicini.

Ma non me lo sono portata a casa

perché sapeva che

stavo con te».

 

Refrain di Bukowski, Tutta sesso, seconda poesia della splendida raccolta L’amore è un cane che viene dall’inferno. 

E dall’inferno un po’ l’uomo sembra venire, ma senza strepito, né furore.

Lui, con il Panama di rigore, elegante, viso puntuto, è un uomo che osserva. Seziona, progetta anche, senza alcuna intenzione di andare. È allenamento di meningi, come un altro fa le parole crociate. I suoi disegni vanno a imprese e viaggi che non intraprenderà.

Quella negazione stessa, la sua forza dirompente. Si concentra nello scorcio di luce che, anfetaminica, si stiracchia verso l’alba.

Un’attesa sprecata. Un lusso impagabile, il solo a cui non rinunciare.

 

Magari dopo sì, potrà incedere verso una mimica d’amore, più tardi forse, dopo un altro bicchiere. Acconsentirà a far sentire lei la “più bella del reame”, a condurla oltre la banchina d’un letto immacolato e sfatto. Per non deludere il suo ruolo di maschio, giovane, americano. Per appagare anche il barista, che di immagini altrui vive, lui che orecchia le conversazioni, intercalandole al tintinnio del ghiaccio che esplode nei bicchieri. E sbugiardare l’avventore di spalle, se mai fosse toccato a lui il ruolo di antagonista, con la donna, lui che l’aveva forse fatta ballare.

 

Dialoghi abborracciati, certo, che pure hanno quell’erotismo smorzato, amplesso in ritardo e ritmo di jazz. Chi ha detto che le parole debbano avere per forza un significato? E i baci testimoniare un impegno?

Megalomania di progetti, ecco cosa ammala la grande America. A volte meglio vivere di lato, non marginali, ma riservati e indugiare su quel pelo d’acqua che sta dentro un lungo bancone di bar, cincischiare con suoni senza nesso, usati per sedurre l’apatia che chissà come affiora. Lo stesso fanno i colori. E quello sfocato che sa d’ebbrezza, a circoscrivere un’isola e una frattura, triangolo incantevole d’un inferno che è solo umano. Quell’amore che alza alle vette per sfracellare al suolo. Amore di donne, uomini, amor di patria. Successo. Immortalità.

Quanti sogni sono naufragati. Uno anche suo. Di Hopper

 

Se avesse potuto scegliere, sarebbe rimasto a Parigi.

S’innamorò della luce, quando vi giunse la prima volta, nel 1906. Vi tornò, più deciso, nel 1909 e a bordo Senna trascorse le giornate nutrendosi di quella cosa che è vera e propria materia, come la terra, la tela, la carta, il colore. D’una consistenza tutta particolare, un po’ baco da seta, ragnatela avviluppante e piena.

Mentre riempiva di disegni i blocchi e ascoltava lo sciabordare dei bateau che andavano e venivano a pelo d’acqua, una specie di malinconia gli s’infiltrava dentro, umida magnificenza d’una città senz’altra sponda che quella della determinazione alla grandezza, una grandezza non solo di gesti, però. Di immagini e suoni, e parole invece. Un grande market(ing) di sogni e desideri è Parigi, s’appiccicano a un campanile, a uno scorcio, a quella ipsilon che si estende al centro dell’Île de la Cité e guardando si ha d’un tratto la certezza che la vita si biforchi e si possa scegliere una e solo una delle opzioni, di qua o di là, à droite ou à gauche, tutto il resto è nostalgia.

Ripartirà Hopper, per sempre, nel 1910, ritorna negli Stati Uniti e non si muoverà più. Ma con sé porta la luce, le bolle di sapone dai riflessi strabici, la noia della perdita e quella strana forma di abbandono che scatena la poesia e la rabbia, la matita e in qualcuno la sete. Sta dentro, tutta, nei suoi Nighthawks.

 

Versami un altro gin, buon barista, affoga la mia ansia d’arrembaggio. E forse adesso è tempo di fare l’amore con questa donna, ora che scolora tutto, arriva l’alba, lei vuole sentirsi mia ed «è meglio dell’amore/perché non ti ferisce» (Bukowski, Dolce musica da L’amore è un cane che viene dall’inferno).

 

Silvia Andreoli

 

 

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