MOLLY BROWN
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Immaginati

SANTIAGO Non si è vecchi finché si va ancora per mare

 Inaffondabile lo è in senso letterale.

Santiago, il protagonista del celebre Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, da quel grosso pesce che cattura dopo 84 giorni di magra, certo giù di sotto non si lascia trascinare. E lotta allo stremo di forze che non sapeva nemmeno più di possedere.

Saggio o ciarlatano? Grandioso o banale? Capolavoro o farsa?

Forse l’errore è a monte. La domanda se questo grande vecchio sia, appunto, un mitico, strenue baluardo di energia e coraggio, o invece piuttosto una stupida canaglia, si scatena per via di un paragone. Fuorviante quanto inevitabile: quello di pensare ad Achab, Ismaele, e all’universo impareggiabile del Moby Dick di Melville.

Se si è cresciuti con l’ombra della grossa balena appiccicata ai sogni e quel refrain «ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante», il sole di Cuba quasi infastidisce, e ogni cosa sembra ridimensionata, persino un po’ lenta.

 

Ma Santiago non vuole eroismi. Santiago non è morso dall’ossessione. Lui «magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance le chiazze del cancro della pelle, provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale» segue il ritmo che il luogo e il tempo, e quel mestiere, gli impongono. Nemmeno se la sorte lo colpisce, in quell’astinenza forzata da pesce che dura da troppo tempo, si fa vittima d’una paranoia che ammalò invece il suo padre creatore, gettandolo in uno stato mentale di tale confusione il giorno prima di ammazzarsi, cioè il 1° luglio del 1961, da dargli l’idea che agenti dell’FBI fossero ovunque.

Non così il vecchio pescatore, che semmai gioca al ribasso, tenta di ridimensionare e chiudere il mondo entro uno scacchiere di poche, ripetitive mosse.

 

Vivere per sottrazione può mettere in salvo, a volte. Rafforza e impedisce di immergersi negli abissi. Là dove l’umana coscienza è imperscrutabile.

Eppure Santiago ha sangue di demonio. Scorza cattiva, si diceva, un tempo. La sua arma è la resistenza. Resistenza passiva anzi.

In mare non sono ammesse commiserazioni, né tanto meno delicate sfumature. Né ci prova il vecchio. Semmai si tiene occupato e lo fa da solo, con un’encomiabile determinazione. Occupato a non cedere alla malasorte di cui si favoleggia, né all’autocompassione.

Santiago compie gesti che lo innestano a fuoco nella realtà. Sono quelle sue mansioni pratiche a tenerlo aggrappato. E se non ha più orecchie ad ascoltarlo, perché nemmeno il ragazzo, Manolin, amico suo, può seguirlo, visto che non c’è bottino di pesca e quindi le pance restano vuote, ecco che prende a fare quello che un tempo invece toccava alle donne, sole, per intrattenersi: ovvero raccontare.

Una specie di fiaba. Cattiva. Spietata. A tratti buffa, sorprendente.

Santiago mette saliva alla voce, anche quando l’acqua finisce, filare il monologo è il solo modo di non soccombere.

 

Hemingway, Santiago, Il Vecchio e il MarePer tre giorni e tre notti, abbandonato alla forza della preda catturata, il vecchio parla. Ripete. Cincischia.

Interroga anche. Il mare, e quel grosso marlin, il pesce vela, che infine riesce a prendere all’amo, ed è esagerato per dimensione e forza, nel suo corpo che supera di un mezzo metro la lunghezza della barca.

Lui non molla, anche se viene trascinato lontano da quella comfort zone che conosce da sempre.

 

È questa la vera forza che si scatena dal centinaio e poco più di pagine che plasmano il romanzo, ovvero che prima di cedere, prima di cadere, prima di fallire, o ammettere d’essere giunto al punto di non ritorno, l’uomo ha una cosa che non condivide con nessuno degli altri abitanti del regno animale: la favella, che per onomatopea si respira nel cuore della favola.

Vale a dire che parlare a volte ti salva davvero la vita. Non solo dagli squali che incombono, dal sole che arde, dalla fame che non cessa e il cibo nel mare è vero che c’è ma non basta.

Ti salva la vita da quel senso accecante che si rivela d’un tratto ed è che siamo soli, a volte, d’una solitudine tanto estrema che se non ci fosse lo sciabordare dell’acqua, mossa dal grosso pesce, si crederebbe che tutto già sia spento, e si navighi, a vista, dentro le ombre dei pensieri, o degli incubi.

 

Allora nella semplicità del racconto che tutto osserva e descrive, una cosa Santiago la dice ed è saggia quanto scriteriata (com’è sempre l’onestà), più vera d’ogni pensiero meditato, ed è di non cedere a chi tenta di portarti a fondo.

Chi o cosa, non ha importanza. Negli abissi non si scende.

Le barche sono fatte per galleggiare. Gli uomini per pescare a pelo d’acqua.

La grandezza dunque?

Continuare.

Già, una grandezza d’ossimoro stregato, ovvero resistere, e non desistere anche.

Diventa la cosa che più somiglia al desiderio pieno, quello che s’apprende nell’infanzia, si usa nella giovinezza, si dimentica nell’età adulta, ma si impara infine quasi a venerare, nella vecchiaia, facendone la misura somma e sommessa della propria cifra umana.

 

Uscito nel 1952 con la rivista Life, esile, stringato, asciutto, ma potentissimo nella forza evocativa, nell’immagine stessa, semplice e pertanto mitologica, di un uomo che cava dal mare la sopravvivenza, non solo del suo corpo, ma anche dell’onore, del ruolo nel mondo, della “grande fame”, Il vecchio e il mare ottiene subito la consacrazione.

In quarantotto ore la rivista vende 5 milioni e mezzo di copie.

Hemingway otterrà il Nobel per la Letteratura due anni dopo nel 1954 (nel ’53 ottiene il Pulitzer) e gran parte del merito di questo riconoscimento viene ascritto proprio a Santiago.

 

Come sempre, di fronte al successo l’attenzione del pubblico si concentrò sugli aspetti meno letterari della storia. Si voleva sapere chi fosse questo Santiago, ovvero a chi Hemingway avesse attinto per crearlo.

Qualcuno azzardò che l’Americano si fosse ispirato a Gregorio Fuentes, che di mestiere faceva lo stesso di Santiago e così di provenienza.

Tuttavia, grazie alla fama scaturita dal film, interpretato da Spencer Tracy e diretto da Freddy Zinnemann, il pescatore settantenne Miguel Ramirez pensò bene di fare causa a Hemingway, lamentando di avergli fornito tutto il materiale per il personaggio in cambio della promessa di una barca a motore e di una scorta di vestiti.

Molti in fondo ci videro Hemingway stesso, lui che a Cuba ci viveva da tempo, che praticava la pesca d’alto mare in cerca di pesci spada e dall’isola si spostava fino al largo del Perù.

Eppure semmai l’Americano sembra somigliare di più al mare che al vecchio, a quello che, a suo avviso, erroneamente veniva chiamato «el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico», scriverà. «Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle».

Infatti, il 2 luglio del 1961, Hemingway non poté evitare di morire. Si sparò un colpo mettendo la canna del fucile in bocca.

Mentre Santiago, all’infinito, come uno di quei motivi musicali che si scandiscono a memoria, senza stancare mai, ripeterà a se stesso: «Sii calmo e forte, vecchio», perché è così che nella storia deve andare.

 

Se ti piace leggi anche: Hemingway/Cobain

Silvia Andreoli

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