MOLLY BROWN
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Inaffondabili

NINO MANFREDI: l’inimitabile

Un uomo molto riservato che amava circondarsi di persone che non avevano a che fare con lo spettacolo. Il suo migliore amico era un medico. Non gli piaceva frequentare le feste.
E forse, Nino Manfredi, attore, regista e cantante, tra gli interpreti più amati della commedia italiana, non avrebbe festeggiato neanche il suo centesimo compleanno.
Nasce il 22 marzo 1921 a Castro dei Volsci, in provincia di Frosinone (il suo vero nome è Saturnino) e in oltre 60 anni di carriera, con i suoi cento e più film, per il grande e piccolo schermo, è entrato nelle case di tutti gli italiani con la naturalezza di uno di famiglia.

Nino Manfredi ha mantenuto la sua origine contadina ed ha dedicato la sua esistenza alla professione, alla recitazione.

Non c’era mai, era sempre fuori a girare qualche film e, se a casa, era chiuso nel suo studio con i grandi personaggi, da De Sica a Totò, da Monicelli a Scola, da Sordi a Gassman.
Il suo primo trionfo fu condurre Canzonissima nel 1959, poi portò al Festival di Sanremo nel 1970 “Tanto pe canta” (una canzone musicata da Ettore Petrolini e scritta da Alberto Simeoni nel 1932).

Entrò sul palco ed esclamò: «Ho portato una canzone del paese nostro, si può cantare pure senza voce».

E fu un trionfo di applausi e apprezzamenti, un successo clamoroso che arrivò addirittura ai vertici di Hit Parade, caso rarissimo per un 45 giri inciso da un attore. In un’intervista gli chiesero perché del testo originale avesse sostituito la parola rintontoniva con rincojoniva. Lui rispose in maniera ironica: «sennò all’estero non capivano».

Numerosa la serie di pellicole di successo che lo fecero diventare uno dei “colonelli della Commedia italiana”, da Il padre di famiglia a Straziami ma di baci saziami, da Pane e cioccolata a Per grazia ricevuta (quest’ultimo girato nonostante fosse ateo). E come dimenticare Geppetto nello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini.

«Sei l’unico che può parlare con un pezzo di legno», disse il regista per convincerlo ad accettare il ruolo.

E ancora la famosa pubblicità di Lavazza, “Più lo mandi giù e più ti tira su”, il più lungo seriale televisivo, quasi sedici anni, fatta insieme a suo figlio Luca.

Ciò nonostante Nino Manfredi si definiva un attore di talento medio, ma un grande studioso della recitazione, grazie agli corsi fatti in Accademia. Una sorta di artigiano, di cesellatore nella costruzione dei suoi personaggi. Il regista Giuliano Montaldo l’aveva soprannominato “l’orologiaio”, per la grande precisione con cui costruiva e metteva a punto i suoi personaggi.

Lui più degli altri era capace di dimenticarsi di essere Nino Manfredi e di calarsi perfettamente nella parte.

Andava spesso a leggere i copioni al Giardino degli Aranci, sull’Aventino, perché era di fronte casa sua e per ogni protagonista cercare di inventarsi un tic, un modo di parlare o di comportarsi per definirlo al meglio.

Il suo rammarico era di non sapere l’inglese, di non averlo imparato da sua madre Antonia che aveva vissuto in America e di aver perso l’occasione con Billy Wilder che lo chiamò per fargli fare un film con Jack Lemmon.

Nino Manfredi aveva mille qualità, ma anche tante debolezze, fragilità e paure: un “impasto” complicato di ingredienti umani.

Un po’ come il pane casereccio della sua terra ciociara: compatto e saporito fuori, ma con tanti “buchi” nascosti al suo interno.

Tra questi, il fatto di essere molto’ parsimonioso, tanto da portare a casa quanto rimaneva del cestino del pranzo sul set. Ogni giorno apriva il frigo e studiava come riciclare gli avanzi di cibo, sempre dopo aver fatto un giro nel pollaio che si era costruito in giardino, per prendere le uova fresche. E faceva così anche con il vino: raccoglieva tutti i fondi di bottiglia, mescolando rossi e bianchi, per creare delle miscele che lui definiva “speciali miscele da enologo”.

Come padre c’è stato poco.

«Mi è mancato un padre amico, che condividesse con me alcuni momenti, alcuni giochi, che mi desse consigli. Cosa che io vedevo nei miei compagni di scuola con padri più presenti», ha dichiarato più volte suo figlio Luca, regista e sceneggiatore. «Io facevo gare di canoa ma lui non è mai venuto a vedermi».

Anche come marito non è stato eccezionale.

Aveva molte donne e spesso se le portava a casa, nonostante la presenza di sua moglie Erminia (Ferrari), spacciandole per dattilografa, insegnante di inglese e chiudendosi nel suo studio con loro. Con una traduttrice bulgara conosciuta a Sofia, con la quale ebbe una storia occasionale, ha avuto una figlia, Tonina. «Nino negò, disse che era uno scherzo, era la corruzione dei tribunali bulgari. Tonina venne al funerale di papà, alcuni tratti di famiglia li ho riconosciuti. Abbiamo dovuto fare un mutuo per liquidarla dall’asse ereditario», ha commentato Luca.

Diverse le discussioni anche con il figlio.

«Una volta», ha raccontato Luca,  «gli ho messo quasi le mani addosso, per avermi fatto riscrivere un dialogo salvo poi giudicarlo “una str…” davanti alla troupe. Gli misi una lettera sotto la porta con tutto ciò che pensavo del nostro rapporto superficiale. Il giorno dopo arrivò sul set come se niente fosse: “Allora Luchino, cosa facciamo oggi?”».

 

A cento anni dalla nascita, Nino Manfredi viene festeggiato sul piccolo schermo e in libreria. “Uno, nessuno, cento Nino” è il titolo del documentario che andrà in onda lunedì 22 marzo, nel giorno del suo compleanno, alle ore 21.15 su Sky Arte e in streaming su Now TV. Un ritratto privato e intenso del leggendario attore, diretto proprio dal figlio Luca, frutto di una lunga intervista rilasciata proprio al figlio pochi anni prima di morire. Il documentario è arricchito dalle testimonianze di amici, registi e colleghi, come Elio Germano, Edoardo Leo, Massimo Ghini, Nancy Brilli, Enrico Brignano, Johnny Dorelli, Walter Veltroni, Massimo Wertmuller, Lino Banfi.

S’intitola, invece, “Un friccico nel core I 100 volti di mio padre Nino” il libro scritto da Luca Manfredi per Rai libri.  Tra le pagine, uno scorcio diverso, privato e intimo dell’artista a tutto tondo che fu suo padre, regalandocene un ritratto inedito e commosso.

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