NINA BERBEROVA quanta fame a Parigi!

Nina BerberovaAveva fame, Nina Berberova, a Parigi, in quell’anno 1925. Non aveva immaginato, lei capace di grandi pensieri e creazioni, che l’avrebbe mai conosciuta, lasciandosi alle spalle San Pietroburgo.

Il distacco avvenne l’estate del ‘22. Nina avrebbe presto compiuto 21 anni.  Era giovane, bella, colta, impegnata, dentro le parole come dentro l’amore.

 

Un viaggio, si disse, è un viaggio, mentre con il “suo” poeta Chodasevič (che sarà l’uomo della giovinezza, e sposerà per poi lasciare nel 1933) raggiungeva inizialmente Berlino, poi Praga, Venezia, Sorrento, dove incontrerà Gorkij.

Un’epurazione, invece.

 

Che falcidiò, come una carestia, la “meglio gioventù” d’una Russia straordinaria. E Nina ne era l’immagine per antonomasia. Era bella, d’una bellezza antica, e regale. Portava nel sangue i cromosomi di quell’educazione di cui avevano goduto i figli della colta compagine di funzionari e proprietari terrieri russi prima della rivoluzione.

 

Esprimeva, nello sguardo severo, la grazia indotta dalla cultura e dalle arti, apprese dentro al mondo intellettuale pietroburghese delle lezioni di teoria della letteratura di Tomaševskij all’Istituto Zumov, delle poesia all’atelier Conchiglia sonora di Gumilev e degli incontri con coetanei, consapevoli del fatto che in Russia anche parola e arte sono realtà concrete e tangibili. Ma quell’anno, il ‘25, a Parigi conobbe la fame e l’avrebbe tenuta con sé a lungo, ancora.

 

Arrivò dapprima in una stanza del Pretty Hôtel, nella rue Amélie, 7° arrondissement, oggi molto branché.  Per pagare l’affitto, lei, infilava collane e cuciva a mano asole di camicie. Pubblicavano poco, i russi espatriati, su qualche rivista in lingua, che non pagava, erano malvisti a causa di quelli che Codasevič chiamava i “burocrati della letteratura”,  veri nemici giurati.

 

Erano esuli, di una parte della Russia che non piaceva più, scalzata dall’altra, forte, muscolare, l’altra che dava alle parole un fine concreto, pratico, di utilità. In nome del popolo.

 

Nina BerberovaQuesti émigrés, che criticavano il regime, che parlavano di violenza, infastidivano persino. Di che cosa mai si lamentavano? Non dovevano forse provare orgoglio invece? Annoiavano, ecco. E allora tanto valeva che fossero ignorati, per lo più. Non abbastanza dissacranti e à la page per conquistare il fuoco roboante e un tantino capriccioso dei giovani intellettuali francesi.

 

Saranno gli anni in cui, brutto e affamato di attenzioni, Jean Paul Sartre, seduto nei caffè più famosi, si sperticherà nell’elogio del comunismo russo. Non intuendo nulla dell’inganno. Ma, -e di questo sì, lui, colpevole-, rimarrà sordo agli appelli accorati che venivano rivolti da chi sapeva.

 

Due universi intellettuali scissi, dunque, sotto il cielo di Francia. Due universi percorsi da muri, inviolabili benché trasparenti. Tu, qui, russo borghese, non ti azzardare. I russi a Parigi sono “gente strana”. Diversi, ovvio, dai francesi. Ma distanti anche dagli “altri” emigrati.

 

“Noi eravamo uno strano mucchietto di persone”, si descrive Berberova, “ che, pur non potendo per ragioni d’età essere stati né banchieri, né governatori, né generali dello zar, chissà perché non erano d’accordo con quello che succedeva in patria”. In disaccordo perché loro sanno che cosa c’è sotto. L’hanno visto accadere, erano là. Conoscono la menzogna che sta invece attecchendo con entusiasmo all’estero. Un crimine che passa per libertà suprema e giustizia dei popoli.

 

Ma a Parigi quell’idea piace. Odora di rivoluzione. Rivoluzione intellettuale per di più. C’è di che solluccherarsi, seduti a discutere nella primavera che allunga le giornate e si può sedere nelle piazze, ai caffè. Che passione, e poesia. Fumo di sigarette, calici. Orologi d’oro. Maison luminose, ricche, con camerieri in livrea ad aspettare.

 

La vide aspra, Nina, quella Parigi distante, ma suadente, desiderabile.

A Parigi non c’è un inverno vero e proprio, cade la pioggia, scroscia, picchia, bisbiglia sui vetri e sui tetti un giorno, due, tre. In gennaio all’improvviso arriva, verso la fine del mese, il giorno in cui tutto brilla, il tepore si diffonde, il cielo è azzurro e ai tavolini dei caffè la gente sta seduta senza cappotto, e le donne vestite leggere trasfigurano la città. È come una promessa”.

Non sarà questa la parte che toccherà a lei però.

 

Invece sperimenta la fame, e la noia. La rabbia anche. Per un tempo che non scorre, s’incaglia piuttosto. A contare le asole, le perle. I polsini, i fili. Le camicie per la buona borghesia parigina, dei caffè e dei teatri, “russa” per moda, senza avere nemmeno la prudenza di andare a guardarli, i russi fuggiti, nella periferia, a disperare.

 

Affronterà, lei, invece, quell’area di Billancourt, dove circuita il piccolo popolo di immigrazione russo, aggrappato ai salari delle fabbriche Renault.

I loro visi, come il suo: disorientati e stanchi. Ma lei ha una cosa che a molti di loro non è stata donata: quello sguardo acuto di osservatore che t’insegna l’arte se la succhi con il latte, fin da bambina.

Scriverà di questo universo, brevi racconti, come miniature, affreschi. Ne uscirà una raccolta, le Cronache di Billancourt.

Impiegherà sessantotto anni per essere pubblicata.

 

 

Indifferente, Parigi, con lei.

E dura.

Aspra.

Meravigliosa e distante.

Genererà quella storpia, invincibile fame.

Scrive ne Il corsivo è mio: “Mi fermo davanti alla vetrina di un salumiere in Boulevard Raspail e non posso staccarmene, e per me è la più bella di tutta Parigi. Ho sempre fame. Indosso sempre abiti e scarpe altrui, non ho né profumo, né seta, né pellicce; eppure non li desidero tanto come invece desidero le ghiottonerie esposte in vetrina”.

Resterà, quel morso allo stomaco. E si farà sentimento, costante, silente, ma invincibile.

Riguarderà le storie, i racconti, la carta, non solo gli occhi e lo stomaco.

 

Anche se vi abiterà per un quarto di secolo esatto, Parigi in qualche modo la rigetta, la sputa via. Non vuole nutrirsi dell’arte di Nina.

Non ne farà mai parte.

E, conscia di questo, a un certo punto se ne andrà. In America.

A bordo d’un battello.

Ora basta, penserà.

Troverà oltreoceano la sua consacrazione.

1950, dunque.

 

 

A quel punto la guerra avrà falcidiato il mondo, svelato gli altarini, fatto crollare, e miseramente, l’imbroglio di una Russia del popolo per il popolo.

Allora, quando sarà dato in pasto agli occhi di tutti l’orrore, allora la chiameranno a raccontare.

Venticinque anni sono tanti.

Tantissimi.

Niente è andato perduto, certo.

“Una volta ogni quarto di secolo ho rotto il guscio: la prima volta quando sono nata, poi nel 1925, quindi nel 1950. Se questo sia poco o tanto non lo so, ma la forza di queste nascite fu così grande che la quantità rispetto alla qualità mi sembra poco importante”.

 

Ma la sordità indifferente di Parigi non smetterà.

Otterrà, lì, il riconoscimento solo nel 1985.

Nulla è perduto.

E infatti accade.

 

 

Il viatico è un romanzo breve e accecante, L’accompagnatrice, e soprattutto una traduttrice determinata a farlo accadere. Lydia Chweitzer, questo il suo nome, saprà fendere la corazza di rifiuto parigino, avvalendosi della forza e d’un fascinoso editore. Così, a ritmo serrato, da quel momento, le edizioni Actes Sud pubblicheranno tutto il materiale prezioso che Berberova ha scritto proprio a Parigi, negli anni Trenta e Quaranta.

 

Il merito, certo, andrà all’America. Che le avrà restituito quel senso di sé. Dapprima con la cattedra di letteratura russa, a Yale e Princeton. Poi le pubblicazioni.

Lo metterà nero su bianco, in quel Il corsivo è mio, suo testo più famoso (anche se la prosa di Il lacchè e la puttana, Il giunco mormorante, L’accompagnatrice raggiunge picchi struggenti e inarrivabili), autobiografia e affresco d’un pezzetto di mondo russo alla deriva, aggrappato alle idee, quando la terra s’era fatta violenta, aspra e lontana.

 

Scriverà: “tutto è presente e si trasforma con me, e tutto è costruito sulla base del passato e rispecchia questa base. In questo concetto sono racchiusi il mio destino, il mio significato, il mio fato, la mia lezione”.

 

Una lezione che attendeva anche dalla morte, che accarezza, con penna graffiante, chiudendo le sue memorie: “ormai non mi fa più paura, già per la sola ragione di essere inevitabile”.

 

Com’era stata quella grande, invincibile fame.

 

Silvia Andreoli

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