NAPOLEONE ‘o surdato ‘nnammurato

Anni trascorsi a scuola, dalle elementari all’università a spaccarci la testa, consumati dalla noia e dall’impossibilità, scientificamente dimostrabile oggi, di memorizzarla tutta…

Ei fu. Siccome immobile,

Dato il mortal sospiro,

Stette la spoglia immemore

Orba di tanto spiro,

Così percossa, attonita

La terra al nunzio sta…

Lunga come la fame, incomprensibile a qualsiasi italiano nato dopo il 1821 (ma forse anche prima), pedante tanto che a confronto i Promessi Sposi sembrano Io&Annie di Woody Allen.

Ma per capire Napoleone, ci hanno detto, bisogna leggere “il” Manzoni, che la scrisse di getto, quella poesia, appena apprese della morte del primo Imperatore di Francia; e che cercò di far rivivere, in chi leggeva, i tormenti del suo animo e il travaglio della sua improvvisa conversione. Bugia.

Se vogliamo davvero capire Napoleone, e non solo ripassare a memoria le date delle sue storiche gesta, se vogliamo entrare tra le pieghe del suo animo, dobbiamo ascoltare  ‘O surdato ‘nammurato, la più famosa canzone napoletana composta nel 1915, a meno di cento anni dalla morte del grande condottiero, dal poeta Aniello Califano.

Perché ancor prima, o meglio durante, le sue famose e gloriose “campagne”, Napoleone è stato un uomo innamorato. Disperatamente innamorato.

A testimoniarlo, le famose Lettere a Giuseppina, pubblicate per la prima volta dai Fratelli Fabiani nel 1834 e poi da Rusconi nel 1982.

 

Napoleone sposa Giuseppina de Beauharnais il 9 marzo del 1796.

In realtà la “bella creola” (era nata nella Martinica) si chiamava Marie Josèphe Rose de Tascher de la Pagerie, era la vedova del visconte di Beauharnais, Alessandro Francesco Maria, generale rivoluzionario ucciso durante il Terrore; era madre di due figli e mantenuta di diversi amanti, tra cui Barras che la presentò a Bonaparte col preciso intento di scaricarla. E aveva sei anni più del secondo marito (Emmanuel Macron fa notizia solo per chi non ha memoria: sei anni alla fine Settecento equivalgono a ventiquattro oggi).

Quel soprannome “terone” gliel’aveva affibbiato lui, geloso del primo nome sussurrato da troppi amanti, e forse già inconsapevole “soldato innamorato” (come altro potrebbe chiamarsi “o primmo ammore”?).

La sposa con rito civile e per fede le dona un anello smaltato con un’iscrizione: “Au Destin”, al destino.

Pochi mesi dopo il matrimonio parte per la prima campagna d’Italia.

 

«Dappoi che ti ho veduta sento che ti amo mille volte ancor di più.

Dappoi che ti conosco, ogni dì più ti adoro…

Ah te ne prego, lasciami veder qualcuno dei tuoi difetti: sii meno bella,

meno graziosa, meno tenera…»

le scrive il 17 luglio da Marmirolo, e lei lo prende in parola, e non gli nega un dispiacere, dal silenzio al tradimento, vario ma costante.

Ma lui a lei “vola cu ‘o penziero” e a fine giornata le scrive ogni giorno, cosa che molti uomini dotati di smartphone, e seduti alla scrivania dicono di non riuscire a fare. E anche se ha perso duecento uomini e visto morire altri cinquecento in contemporanea, in realtà è “inquieto per non sapere come tu stia, che cosa fai” e la saluta rassicurandola, con un “Amore senza limiti, fedeltà a tutta prova”, che è come dire “Sii sicura e chist’ammore…”.

 

«Ti scrivo molto spesso, mia buona amica, e tu poco.

Sei cattiva, brutta, bruttissima tanto quanto leggera…»

 

È il 17 settembre 1796, e lui si trova a Verona.

Il più grande stratega della storia, come lo ha definito lo storico Basil Liddell Hart, conquista regioni nel Nord dell’Italia in pochi giorni, e intanto non smette di essere passionale, vendicativo, capriccioso come un bambino.

E frigna, dimostrando così di non saper assolutamente come far breccia nel cuore di una donna, diversamente dal giovane soldato napoletano che dal fronte furbescamente esorta: “scrive sempre e sta cuntenta…”, e lei piange disperata…

 

È stato un grande amore, tormentato e sbilanciato come tutti i grandi amori, ha ispirato film e fiction tv e alimentato leggende e pettegolezzi, dalle sue singolari richieste erotiche («Giuseppina sto tornando, non lavarti…») all’infinita questione sulle dimensioni, non geografiche, dell’Imperatore (nel 1972 John K. Lattimer, uno strampalato urologo americano annunciò, con la sicurezza del collezionista che sosteneva di averlo comprato all’asta, aggirarsi sui 4,5 centimetri). 

L’amò molto, la tradì forse per disperazione (almeno all’inizio), la lasciò per motivi dinastici (non gli aveva dato un erede, come invece farà Maria Luisa d’Asburgo-Lorena pochi mesi dopo il matrimonio) ma continuò a scriverle anche dopo il divorzio, avvenuto nel 1809, e a pagarle gli infiniti debiti. 
E forse anche ad amarla un po’. 
C’è della tenerezza, nella perfida riga finale di una delle ultime lettere datate 1813:

 

«Addio amica mia, scrivimi che stai bene. Si dice che tu sia ingrassata come una fittaiola di Normandia».

 

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Anna Di Cagno

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