NADEŽDA MANDEL’ŠTAM l’amore (h)a memoria

Nadezda Mandestam In russo “Nadežda” (надежда) significa “speranza”. Nome che calza a pennello per la moglie bambina – ma destinata a diventarne la tenace vestale – di uno dei più grandi poeti del Ventesimo secolo: Osip Mandel’štam. Quando i due si incontrano per la prima volta, al Chiam di Kiev, un cabaret rifugio di artisti e bohémien, lei ha 19 anni e lui è un giovane poeta dalle lunghe ciglia che recita versi misteriosi e incantatori.

 

Come questi del 1909:

 

Una indicibile tristezza

ha spalancato gli occhi,

un vaso di fiori s’è svegliato

ed ha versato il suo cristallo.

Tutta la stanza è impregnata
di languore-dolce rimedio!

Un così piccolo regno
 ha risucchiato tanti sogni.

 

 

Questi del 1912:

 

Odio la luce

delle stelle monotone.

Salve, mio antico delirio –

crescita della torre ogivale!

Pietra, sii come merletto

e diventa una ragnatela.

Ferisci con un ago sottile

il petto vuoto del cielo!

Così sarà il mio turno –

sento un’apertura di ali.

Così – dove va

la freccia del pensiero vivo?

O forse, portati a termine la strada e la data,

io tornerò:

là – non posso amare

qua – ho paura di amare..

 

 

O come quelli della poesia “Pedone”, scritta nel 1912:

 

Sento una paura invincibile
in presenza dell’altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!

E, sembra, antico pedone,
che sopra l’abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l’eternità batte sulle ore di pietra.

Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.

In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall’abisso!

 

«Nadežda del destino non sa nulla, è troppo giovane, non ha avuto il tempo di pensarci. Qualcosa sente di condividere con lui: la sventatezza, e la coscienza di una catastrofe imminente», sostiene la scrittrice Elisabetta Rasy (che al grande amore tra il poeta russo e la moglie ha dedicato nel 2005 il romanzo La scienza degli addii, ispirato dal celebre verso di Mandel’štam: «Ho imparato la scienza degli addii, nel piangere notturno, a testa nuda»).

 

Nella Russia sconvolta dalla rivoluzione e dalla guerra civile, tra speranza e paura, nasce un amore destinato a diventare leggendario. Separati per quasi due anni dalle turbolenze della rivoluzione, Nadežda e Osip si ritroveranno nel 1921 e non cesseranno di amarsi fino a quando, nel 1938, al culmine del terrore staliniano, Osip sarà deportato e morirà in un campo di concentramento in Siberia.

 

Figlia minore di un avvocato e di una delle prime donne medico in Russia, Nadežda Jacovlevna Chazina era nata a Saratov nel 1899 ed era cresciuta in una famiglia benestante di origini ebree convertita al cattolicesimo ortodosso. Nel 1918, anno del suo incontro fatale, è una ragazza allegra, che va in giro di notte con gli amici, lavora nel prestigioso studio dell’artista teatrale d’avanguardia Aleksandra Ekster e dipinge i festoni per il palcoscenico che il primo maggio celebra la vittoria dei contadini.

 

Osip, invece, è un tipo spavaldo e anticonformista. Magro, con il volto affilato, aveva un’abitudine ricordata da tutti coloro che lo conobbero: teneva la testa piegata all’indietro e la faccia alta, lasciando intravedere che al di là delle minuzie della vita, poteva essere irriducibile nel difendere i propri valori spirituali. Era nato a Varsavia nel 1891, in una famiglia ebraica della media borghesia, ma aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Nel 1907 lo ritroviamo a Parigi alla Sorbona, poi nel 1910 si iscrive all’università di Heidelberg dove segue per breve tempo corsi di filologia germanica. Viaggia in Italia, in Svizzera e in Finlandia. Scrive le sue prime poesie, si fa conoscere per il suo lirismo, la sua indipendenza e l’intransigente amore per la libertà. Si oppone ai futuristi e ne sfida persino uno a duello.

 

Viaggia in Crimea, in Georgia, in Ucraina. Ed è proprio a Kiev che incontra Nadežda, che sposerà nel 1922. Così la ragazzina ebrea di buona famiglia comincia a seguire il suo uomo («Uccello da voliera che segue l’uccello migratore») fino alla fine, la morte di lui nei gulag siberiani. Passando per la putrida stamberga dell’alloggio per scrittori Herzen, i sanatori di Stato in Crimea e l’esilio a Voronež, nella Russia sud-occidentale.

 

Un amore tormentato, il loro, che deve anche fare i conti con la gelosia nei confronti delle poetesse Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, di cui Osip si innamora. Ma Nadežda, certa di incarnare il sentimento più vero e profondo del marito, dimostra un coraggio inossidabile e, caparbia, mantiene in vita l’amore coniugale, il vero “amore impossibile”. Segue ovunque il poeta, che già nel 1923 viene ammonito dal regime sovietico a non pubblicare più le sue poesie, giudicate sovversive. E così lei, quei versi che il marito le detta di notte li riporta su carta di fortuna, nascondendo i figlietti nelle pentole, per paura delle perquisizioni e più tardi li imparerà a memoria, unico modo per proteggerli e consegnarli alla Storia.

Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1934 due agenti della polizia sovietica si presentano in casa di Mandel’štam a Mosca e dopo una perquisizione accurata il poeta viene arrestato e poi rilasciato con una condanna al confino per tre anni.

 

mandelstam

 

La descrizione di quella notte è impressionante. Un vicino si autoinvita all’ora di cena (in casa ci sono solo poche mele) chiacchiera ininterrottamente, non se ne va mai, solo più tardi si comprende che il suo compito era di controllare che nessun documento venisse distrutto. Anna Achmatova, che era presente, scrisse: «La perquisizione durò tutta la notte. Cercavano delle poesie. Lo portarono via alle 7 di mattina». Istruttoria e interrogatori si svolgono alla Lubianka e qui il poeta fa un primo tentativo di suicidio, tagliandosi le vene. Il verdetto sarà di tre anni d’esilio a Tcherdyn con la menzione “isolare, ma mantenere in vita”. Nadežda ha il diritto di accompagnare il marito durante il viaggio sottoscorta fino a Sverdlosk. Ma Mandel’štam, che soffre di allucinazioni auditive, a Tcherdyn fa un nuovo tentativo di suicidio, saltando dalla finestra di un’infermeria. Mesi dopo in una poesia definisce la sua depressione «un tafferuglio da quattro soldi» e il suo tentativo di suicidio «un salto ed eccomi tornato in me …».

 

Grazie all’intercessione di Nikolaj Bucharin e a una telefonata di Pasternak a Stalin, la condanna viene commutata in tre anni di confino amministrativo, con divieto di risiedere a Mosca, a Leningrado e in altre dieci città. Il poeta sceglie Voronež, dove compone molte poesie più tardi raccolte nei “Quaderni di Voronež” e dove vive in domicilio coatto quindi dal 1935 al 1937.

 

«Oh rozza trama della nostra vita / ben povera è la lingua della gioia! / quello che accadde è già

matrice logora / ma intensamente dolce è il riconoscersi.

E una serena nostalgia non mi permette di lasciare / le ancora giovani colline di Voronež / per

quelle toscane, terse, universali».

 

Il premio Nobel Brodskij, parlando della “tremenda accelerazione che l’epoca del cane da lupo” ha dato alla poesia di Mandel’štam osserva: «Eppure proprio per questa via la sua poesia diventò canto più di quanto non fosse mai stata; non il canto di un bardo ma quello di un uccello con le sue subitanee, imprevedibili, spirali e impennate, simili al tremolo di un cardellino».

 

A Nadežda, che l’ha seguito, riserva questi versi:

 

«Guarda la fifa a cosa ci ha ridotto o mio compagno dalla grande bocca! Guarda il tabacco nostro

che si sbriciola schiaccianoci, babbeo, caro amico! Come uno storno fischiarsi la vita, come una

torta di noci divorarla, ma è un desiderio proibito».

 

Ma la disgrazia politica diventa definitiva, anche perché muore, nel vortice del grande terrore staliniano, il vecchio protettore Bucharin. Dopo il secondo arresto, avvenuto il 2 maggio del 1938, Osip Mandel’štam viene inviato nella Siberia più estrema, destinazione le famigerate miniere d’oro della Kolyma e circa sei mesi più tardi, nella prigione di transito di Vtoraia Rečka, muore di fame e di follia. La moglie lo seppe molto tempo più tardi, con un avviso postale e la restituzione di un pacco “per morte del destinatario”. Nadežda, nelle sue Memorie scrive: «ho potuto raccogliere le mie scarse informazioni e tentare di indovinare quando è morto. E mi ripeto ancora oggi; quanto più rapidamente arrivò la morte, tanto meglio. Non vi è nulla di peggio di una morte lenta… La data della sua fine è incerta. E io sono nella impossibilità di fare ancora qualcosa per stabilirla con esattezza».

 

Nel 1958 Nadežda Khazina Mandel’stam si era già lasciata alle spalle due decenni di vedovanza, privazioni indicibili, la guerra e «la quotidiana paura di essere agguantata dagli Agenti della Sicurezza di Stato come moglie di un nemico del popolo. Per chi scampava alla morte, tutto ciò che veniva dopo poteva significare soltanto un rinvio, una tregua».

Ma all’età di sessantacinque anni prende la penna e comincia a scrivere il libro “L’epoca e i lupi”. Sempre e soltanto del marito, della loro vita, della poesia, degli amici veri e finti, senza nulla tacere; svelando finalmente tutte le poesie di Osip protette e nascoste fino ad allora, memorizzate e ricostruite. Per farle conoscere al mondo.

 

Marina Moioli

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *