Quando il padre gli mise in mano per la prima volta un violoncello aveva solo otto anni. E da allora, per i successivi 72, non ha più spesso di suonarlo.

Tutti lo ricordano le note sublimi che uscivano dal suo preziosissimo Stradivari Duport del 1711 tra le macerie del muro di Berlino l’11 novembre del 1989 e fu soprattutto per questo che Slava (come lo chiamavano gli amici, nomignolo che in russo significa “Gloria”) entrò nel Pantheon degli Immortali. 

Un artista geniale e generosissimo, che ha vissuto intensamente e pericolosamente.
Dalla ferma opposizione al regime sovietico che nel 1974 causò il suo esilio («quando ho perso la Russia – dichiarò – è stato terribile: ero convinto di averla persa per sempre») all’ospitalità offerta all’amico Solženicyn, dalle denunce della violazione dei diritti umani in Urss alle fondazioni create in ogni parte del mondo per scopi umanitari e artistici, fino all’ultimo ambizioso progetto: creare scuole di musica in Afghanistan per educare i ragazzi alla civiltà e alla pace.
«Le bombe, le navi, gli aerei sono stati a un certo punto inevitabili. Quando era troppo tardi per riparare le nostre colpe. Adesso però dobbiamo renderci conto. Dobbiamo usare altre armi, garantire civiltà, cibo, salute, cultura. Solo così eviteremo il rischio di una catasfrofe mondiale. È il momento di mettere tra le mani dei giovani strumenti musicali invece dei fucili. Per educarli al valore della musica e al senso della bellezza», mi aveva annunciato in un’intervista uscita nel Marzo 2002 sulla rivista Riflessi, mensile di Trenitalia. E per spiegare meglio il suo pensiero aveva continuato: «Noi tendiamo a dimenticare troppo spesso che la musica è un dono divino. Come l’acqua. Come l’aria. Il Signore ci ha dato questa bellezza che è l’unica in grado di unire, senza bisogno di alcuna traduzione simultanea, tutti i popoli del mondo».

Nato a Baku, in Azerbaigian, in una famiglia di musicisti, Rostropovich entrò a sedici anni al Conservatorio di Mosca dove studiò, oltre che pianoforte e violoncello, anche composizione e direzione d’orchestra. Con insegnanti che si chiamavano Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev e Vissarion Šebalin. Il primo concerto da solista risale al 1942. Aveva 15 anni. A 25 anni era già molto conosciuto nel suo paese, e mentre proseguiva la sua attività come solista, insegnava violoncello al Conservatorio di Mosca e al Conservatorio di San Pietroburgo. Nel 1955 sposò il soprano Galina Višnevskaja e un anno dopo si esibì alla Carnegie Hall di New York come primo violoncello all’Orchestra di Stato Sovietica. Ormai era diventato una stella del firmamento musicale. Ma per le sue idee e per l’amicizia con Aleksandr Solženicyn e con tanti dissidenti entrò in rotta di collisione con il regime, tanto da decidere di lasciare l’Urss nel 1974 per stabilirsi con la famiglia a Parigi. Quattro anni più tardi venne anche privato della cittadinanza, che gli venne restituita solo nel 1990, pochi mesi dopo quel concerto impovvisato davanti al Muro di Berlino che fu ripreso in tutto il mondo. Nessuno gli chiese che musica stava eseguendo, ma quel momento divenne per sempre il simbolo della ritrovata libertà.

Eppure tra tutti i successi e le onorificenze ottenute nella sua lunga carriera Rostropovich preferiva quella che la sua patria matrigna gli aveva conferito nel 1950: il Premio Stalin.
«Una cosa molto strana», mi confidò. «Ho ricevuto un premio con l’immagine di una persona che detesto: Stalin. Eppure questa medaglia mi è molto cara perché mi ricorda la guerra, quando insegnavo a Orenburg. Mi pagavano 70 rubli ogni sera e un chilo di burro ne costava 800. La mia vita è cominciata lì». 

Famosissimo, era rimasto un uomo buono e semplice semplice. In un’altra occasione mi raccontò: «Un tempo incorniciavo quadri, poi, più avanti, quando vivevo in campagna, costruii anche una bara. Da bambino invece avrei voluto fare il muratore. Nella mia infanzia sentivo il bisogno di toccare le pietre, di lavorare in cantiere. La musica avrebbe accompagnato comunque la mia esistenza, ma sarebbe esistita solo per me».
La sua più grande convinzione? «Bisogna lottare contro l’abitudinePerché la vita va presa e goduta con intuizione e con talento. Occorre saper “ascoltare” i segni e le combinazioni. Diventare alchimisti capaci di mediare tra cervello e ispirazione. Guai a chi non sa essere altro che un “ragioniere della vita”». 

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