MOWGLI Il selvaggio dentro di noi

«È possibile che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla», dice James Hillman. E Il codice dell’anima, best seller planetario nonostante a scriverlo sia stato uno psicoanalista e pure junghiano, diventa davvero una sorta di fiaba, un viaggio stregato attraverso le pieghe di sé stessi. Non tanto per come siamo nati, appunto, piuttosto per il modo di pensarci.

Autonarrazione, in fondo, questo facciamo ogni istante, quando, prese le distanze dalla guaina del giorno, del tempo, degli anni, ci guardiamo e riscopriamo – incantesimo di un istante – quell’istinto indomabile ad essere Mowgli, il bambino della giungla.

L’ amico immaginario per eccellenza.

Lui che ha nutrito la fame di “orfanitudine” di generazioni e generazioni, capaci di sognare quel balzo del lupo, Papà Lupo, come lo chiama Rudyard Kipling, nato a Bombay nel 1865, ma ricondotto in Inghilterra per studiare – diventerà la sua malattia – tanto da riportarlo in India nel 1882, dove conobbe subito il successo come narratore, un successo potentissimo che lo portò al Nobel per la Letteratura nel 1907.

Ebbene quel Papà Lupo «si piegò sulle zampe posteriori, pronto a lanciarsi». Ma, narra Kipling nel suo Il Libro della Giungla, «se foste stati là, a guardare, avreste visto la cosa più meravigliosa del mondo, l’arrestarsi del lupo a metà del suo slancio».

«Uomo!», ringhiò. «Un cucciolo d’Uomo. Guarda!».Ed eccoci lì, noi pure, a guardare.

Sarà storia, avventura, sarà apprendimento e inciampo. Sarà quello che sarebbe dentro la famosa immaginazione, di cui parla Hillman, l’infanzia che abbiamo inventato per noi.

La parte selvatica dei sorrisi che troppo spesso, nell’educazione attuale, viene estirpata ed educata con zelo eccessivo.

Perché poi, in questo mondo, in fondo, non si sa mai… dicono gli adulti.

Ansia di genitori?

Parecchia, ammettiamolo.

Immotivata?

Abbastanza, almeno a seguire Hillman, che, senza mezzi termini, avverte: «Cucire addosso una qualche speranza ai bambini e al loro futuro è più facile per il mondo degli adulti che darsi esso stesso un orientamento di speranza».

Touché.

Se Mowgli sa apprendere la Legge della Giungla e la sua “giustezza” (scrive Kipling: «Una delle bellezze della Legge della Giungla è che la punizione salda ogni conto. Non vi sono poi recriminazioni»), così non accade in maniera automatica nella realtà.

Prove alla mano.

È l’inizio del 1800, secolo dei Lumi.

Nelle foreste di Saint-Sernin, regione francese dell’Occitania, dai cacciatori viene catturato un “selvaggio”. Dimostra circa dodici anni e non conosce il linguaggio umano.

Il “cuginetto scemo” di Mowgli verrà battezzato Victor, più conosciuto come Victor de l’Aveyron, il “ragazzo selvaggio dell’Aveyron”.

«Ha pelle bianca e sottile; occhi neri e infossati; ciglia delle palpebre lunghe; capelli castani; naso lungo, un po’ appuntito; bocca media; mento arrotondato; fisionomia gradevole e sorriso grazioso.»

È alto 1,36 metri.

Centosettant’anni dopo, il regista François Truffaut ci farà un film.

Un bel film.

Dal suo arrivo, il piccolo selvaggio è al centro della curiosità del villaggio dove viene accolto. Non parla. Nemmeno una sillaba. Compie gesti che sembrano rituali, ma soprattutto graffia e morde chiunque gli si avvicini. Pare avvinto da un’invincibile rabbia, e nostalgia.

La delusione corre veloce.

Forse è ritardato, allora va internato.

Victor raggiunge Parigi, casa di salute mentale, tanto di moda come panacea a ogni male.

Tenta la fuga, più volte. Ma nella grande città mica è come nella foresta. Victor non si sa orientare e viene ripreso.

Per fortuna di lui si interessa un medico, pedagogo, che sembra somigliare al Baloo del più “patinato” Mowgli.

Si chiama James Itard. Presto s’appassiona a ogni suo gesto, reazione.

Itard respinge d’emblée la tesi che sia affetto da un ritardo mentale irrecuperabile e si getta a capofitto nel progetto di educarlo. L’obiettivo?

Rendergli possibile un inserimento nel mondo civile.

Idealista, lui, e molto fiducioso nel consesso umano.

Scriverà un diario di questo percorso, in cui non sarà solo, a occuparsi di Victor. Con lui madame Guérin, la governante, che resterà con il “selvaggio” fino alla morte, che lo sorprenderà nel 1828.

Ma nonostante la dedizione e la passione, i progressi di Victor resterano modesti, se paragonati alle attese di noi umani.

E soprattutto Itard “leggerà” in lui quell’istinto insopprimibile alla fuga, l’irrefrenabile richiamo della natura, della libertà. Non si appassionerà ai suoi (presunti) simili, Victor, e le luci della ribalta si spegneranno presto.

Insomma a Mowgli andrà meglio che a Victor.

E forse, al di là del fatto che sulla carta si è forse più al sicuro che sulla terra (ma questo è pregiudizio mio…), una chiave ha salvato il primo e condannato il secondo, una chiave messa in luce da Kipling e affidata, di nuovo, a Papà Lupo, mentre descrive il cucciolo d’uomo.

«È completamente senza pelo e lo potrei uccidere con un solo tocco della mia zampa. Ma vedi, ci guarda e non ha paura».

Formula magica, eccola: non ha paura.

Victor ne aveva, e parecchia, di paura.

Giustificata? Ingiustificata?

Siamo nati sociali o invece selvaggi?

Siamo addomesticati o liberi?

Nessuna risposta sembra definitiva. Ma una cosa certa, sì. Ed è la luna.

Victor si rasserenava solo quando il suo sguardo migrava là in alto, nel cielo. Victor alla fine cercava solo la luna.

E chi anche oggi, in gran segreto, non avrebbe voglia di correre con i piedi nudi a ululare alla luna? Chi? Dai, forza, rispondete. Tanto, da qui, nessuno vi scopre né vi vede.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *