DRACULA And the winner is…

Stessa costola, potremmo dire, o Dna?

Stessa matrice narrativa, che discende da quella notte d’inverno, in cui un viaggiatore, anzi no, quella volta erano quattro – e che quattro anche.

Sentitela, la storia, poi decidete se dare credito o meno.

Notte. Giugno. 1816

Piove che Dio la manda, come si dice. E gli intellettuali un pochino s’annoiano. Hanno i viaggi nel sangue, il movimento. Dovrai pur depistare le voci che ti inseguono.

Ma piove, torrenti d’acqua. Il quartetto Percy e Mary Shelley, Lord Byron e il dottor John Polidori per vincere la noia decidono di darsi a una sfida narrativa. Che scatta esattamente dopo avere letto a voce alta una raccolta di racconti tedeschi sui fantasmi, Fantasmagoriana.

Ma tant’è, proprio il marito di Mary, nel bel mezzo di questo gioco, viene preso da strane convulsioni, che spingono il medico Polidori ad annotare nel diario l’episodio. Ed un episodio, secondo il racconto di Percy, che ha quantomeno del curioso. Perché, secondo quanto riportato da Polidori, Percy, fissando in viso sua moglie, affermò d’avere all’improvviso “visto” una donna che aveva occhi al posto dei capezzoli.

Et voilà, c’esta parti!

Il gioco.

Sì, un gioco intrigante e macabro, anche.

Ovvero: ciascuno di loro avrebbe scritto un racconto di fantasmi.

Detto e fatto.

Mary scriverà Frankenstein. Percy, Gli assassini. (1 a 0 per la moglie e palla mai più al centro… per una volta nella storia…) Byron, La sepoltura.

E Polidori?

Il vampiro.

Che da quel giochetto poi crebbe e divenne un romanzo vero e proprio, riscuotendo un enorme successo.

Ma il vampiro cominciava già, forse, a riscuotere le sue vittime. E infatti, dopo, a Polidori le cose non andarono affatto bene. Appena ventunenne ai tempi della pubblicazione, abbandonò la professione medica e trascorse il tempo ad accumulare mediocri risultati narrativi e ingenti debiti di gioco. Fino a che decise di uccidersi con un colpo di pistola.

Ma, forse, il seme, un seme, letterariamente parlando, s’era impiantato. A insistere su questa derivazione del celeberrimo horror di Stoker da un germe nato quella notte del 1816 è il maestro d’ogni horror, Stephen King. Che però, nel suo Danse macabre, avverte: «Nelle pagine di Dracula si nota […] un certosino lavoro di documentazione. È così arrischiato supporre che Stoker abbia letto il romanzo del collega, si sia entusiasmato al tema e abbia deciso di scrivere un libro migliore?».

Ma certo, no che non lo è.

Di più, dice King: «Mi piace credere che le cose siano andate così, come sono quasi convinto che Polidori avesse scopiazzato lo spunto di Lord Byron. Questo farebbe di Byron l’antenato letterario del leggendario conte».

Bizzarro, ma di sicuro molto intrigante.

E intrigante soprattutto perché riporta al centro di quel labirinto del male, che è parte integrante dell’ombra umana, che sta lì, dentro la narrativa come nell’immaginazione e negarlo significa operare un’amputazione, che è riduttiva e banale.

D’altra parte il genere resiste e anzi cresce.

Dracula tiene banco, con le sue efferatezze, Dracula seduce e atterrisce, perché la figura si traccia lì, in bilico su quel filo, che è sempre più sottile, trasparente, e fa scivolare.

Da una parte, dall’altra.

Lo cerchiamo, eccome, l’horror. Lo abbiamo cominciato a fare nelle fiabe. E «l’horror ci attrae perché ci consente di sperimentare per interposta persona quelle emozioni e quei sentimenti antisociali che la comunità, per il bene suo e nostro, ci impone di tenere a freno nella maggior parte delle circostante».

Lo scrive Stephen King, in Dance macabre. Ed è subito ispirazione. Ispirazione di quel senso sottile e onnipotente di errore, come contrarietà, violenza anche, male, che accompagna le storie, speriamo meno la Storia, perché si fa rapidamente desiderio, poi incubo, nemmeno troppo traslato, sublimato.

 

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