Claude Monet«Non dormo più per colpa loro».

È il 1925.

Claude Monet morirà l’anno dopo avere scritto queste note, nella sua Giverny, Normandia, dove, fiero, indefesso, ha costruito dal vivo quello che la mente e il pennello partoriscono, poi annullano, cancellano.

Non avrà smesso un istante di crearle e distruggerle.

 

Trent’anni di ninfee. Trecento dipinti, di cui quaranta di grande formato.

Attraverserà ogni evento, due lutti importanti, la perdita della moglie Alice il 19 maggio del 1911 e del figlio Jean il 1° febbraio del 1914.

Ma ogni alba, spesso anche la notte, nei dubbi in cui si dibatte, sarà aggrappato al progetto di realizzarle.

Resta poco del ragazzino sbruffone, scapestrato, annoiato dalla scuola, che vende caricature e si fa pagare, perché sa d’essere bravo, molto bravo.

Terminata l’adolescenza a Le Havre, s’aprono gli anni elettrizzanti a Parigi, in quel caffè di Batignolles, dove incontra Cézanne, Degas, Zola, Renoir, Sisley.

Mischia alla Ville Lumière l’incandescenza d’immagini raccolte nei due anni trascorsi in Algeria, sopporta la miseria degli esordi e la fame sperimentata a Londra, l’incanto di Venezia negli occhi («Venezia è l’impressionismo in pietra», dirà), e il suo nome gira e fa parlare, arriveranno soddisfazioni, riconoscimenti.

Un sollievo soltanto apparente per lui che fin dall’inizio ha scelto di dipingere en plein air. A catturare il mondo come è, la natura come si rivela dinnanzi. Preciso. Attento. Implacabile.

 

Troppi detrattori all’inizio.

La tecnica nella metà dell’Ottocento è inedita e del tutto dirompente, nessun pittore l’aveva mai azzardato prima.

Stordisce. Ma funziona.

Nasce da quel gioco serissimo l’Impressionismo.

 

Eppure non gli basta.

C’è qualcosa che gli sfugge della visione. Una specie di menzogna che s’insinua. Però mentre lo fa, disvela, corrompe.

Forse il mistero è nella luce.

O invece è dentro di lui.

«Quanto più avanzo, tanto più fatico a rendere ciò che sento», ammetterà.

Una distanza che sembra possibile annientare, ma, un istante prima, ecco che tradisce. La fiaba si spezza.

 

Sarà il vortice, un gorgo. Né sa, Monet, ancora che il risultato, d’un tratto, supererà le sue intenzioni. Lo precederà, anzi, travolgendolo. Come è giusto che facciano le creature soprannaturali verso il loro demiurgo.

E soprannaturali queste tele lo sono davvero.

Lo si scopre durante una visita al museo parigino de l’Orangerie, un’esperienza incredibile, un’immersione fisica nelle Ninfee (Imperdibili anche quelle del Musée D’Orsay sempre nella Ville Lumière e strepitoso quello di Giverny, in Normandia, nel buen retiro dove creò dal vivo il giardino d’acqua). 

Guardando quelle grandi tele, qualcosa poi cambia per sempre. Parola di tutti quelli ci sono stati e dopo si sono allontanati lungo i Jardins des Tuileries colonizzati da una strana, impalcabile nostalgia.

Se ne è invasi ed espugnati insieme.

Esperienza da provare, comunque. Molto meglio di una sbornia epica, del “giro della morte” sulle montagne russe, d’una mano a Black Jack o l’ebbrezza del volo con paracadute.

Perché qui la distanza percorsa va misurata dentro, in quella specie di spazio tra anima e mondo, che la struttura ovale delle pareti del museo garantisce.

Ritorno a una vita prenatale, sembra, galleggiando nel liquido amniotico. Nutrimento che fluisce delle otto grandi tele esposte nelle due sale ovali.

Abracadabra.

Lì il Grande Mago supera se stesso.

L’unicità dell’unicum.

Queste piante, classificate tra le idrofite, presentano gemme sommerse o natanti. Un’eccezione alle regole eterne. D’una bellezza intensissima, irreale.

Eppure le chiamò il suo grande errore.

 

«Ho dipinto una infinità di ninfee, cambiando sempre punto d’osservazione, modificandole a seconda delle stagioni e adattandole ai diversi effetti di luce che il loro mutare crea. E l’effetto cambia incessantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un istante all’altro», ammetterà Monet, assicurando di provare comunque un piacere infinito dapprima.

 

Con il tempo, quel piacere sfumerà. Sarà quasi persecuzione.

Perché quelle sirene lo fanno ammattire. Giocano a rimpiattino, come i folletti dispettosi delle leggende nordiche.

 

Giverny sarà estasi e prigione. Luogo e anima. Silenzio e tormento. Ogni goccia distillata dal tempo verrà divorata dalla ricerca di quella visione.

Né smetterà, il grande Mago Merlino, fino alla morte, nel 1926, d’interrogarsi su quel cruccio che, gli pare, lo conduca verso un fallimento, l’impossibilità di afferrare una volta per tutte la verità dell’immagine.

 

Citando Montaigne, nella sua Breve storia della Menzogna Jacques Derrida ricorda che «il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito».

Qui il campo si colora d’acqua. Una distesa a specchio immensa, pronta ad accogliere quella schiera irresistibile di piante che non necessitano del terreno per crescere.

Un paradosso di natura. Che è paradosso dell’arte. Nell’inferno di chi la crea si alza il paradiso di chi guarda. E giorno dopo giorno, dinnanzi alle Ninfee restiamo catturati da un senso di potenza che feconda il mondo. E se è stato un errore, una menzogna, tanto meglio. Vogliamo essere tutti per sempre bugiardi.

Silvia Andreoli

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