MOBY DICK Ma dal cocktail… non scampi

Moby DickÈ vero, il nome compare ormai anche nella lista dei cocktail alcolici (ingrediente base: dark rum), lo si può geolocalizzare in un numero infinito di città, per trovare locande, agenzie di viaggio, negozi di abbigliamento. Un melting pot di blasfemia e ossequio, mossa furbesca o autentica venerazione, non importa. A tanto conduce il destino dei miti, e delle icone.

Il suo, in particolare, quello di Moby Dick, la megattera albina, divenuta nella bianchezza abbagliante, attraverso una prosa immensa, che inchioda il fiato, lo specchio di quanto di più oscuro s’aggiri nell’animo umano.

Così oltre la trasparenza alcolica di quel banale bicchiere che ammicca al romanzo dei romanzi dell’America “Capitana”, l’enorme creatura si innalza e nuota tra la nebbia d’un novembre infinito.

È ora di partire.

 

Quando Melville nel 1851 pubblicò per la prima volta e in duplice versione il romanzo che lo avrebbe imposto per sempre nell’empireo della letteratura mondiale (in ottobre a Londra presso l’editore Bentley – titolo The Whale– e modifiche fatte dall’autore e dall’editore per ripuloire il testo dalle parti considerate blasfeme o offensive per la Corona britannica; quindi il mese dopo a New York, per Harper & Brothers, titolo definitivo Moby-Dick, or The Whale – e qualche errore di copiatura…), era lontanissimo dall’immaginare quale dirompente effetto e successo planetario, senza tempo, la sua creatura avrebbe prodotto.

Non gli sfuggiva l’aspetto “malvagio” del libro, come lo chiamò in una lettera all’amico scrittore Nathaniel Hawthorne – l’autore de La lettera scarlatta, per capirci -, cui Moby Dick è dedicato. Lo tormentava, anzi, la suggestione di avere concentrato, tra le righe, la sagoma del “male”, doloroso, profondo, che attanaglia gli uomini e la natura.

 

I tuoi pensieri hanno creato dentro di te una creatura; e all’uomo che a forza di pensare si trasforma in un Prometeo, un avvoltoio divora il cuore per sempre. Un avvoltoio che è la stessa creatura che egli crea.

 

Ma per quanto ne seppe Melville nulla accadde.

E l’incantesimo rimase intrappolato, come il genio della Lampada, dentro un involucro di carta, nemmeno troppo consumata. Quando lo scrittore morì infatti, quarant’anni dopo la prima pubblicazione, del romanzo erano state vendute in tutto poco più che tremila copie.

Bisognerà attendere il Novecento, secolo della deformità forse, dell’inconscio (Sigmund Freud) che muove i grandi flussi della storia (Carl Jung) secondo una lettura piuttosto suggestiva di Alessandro Baricco che a proposito di questo scrisse: “la bellezza del Moby Dick dovette aspettare una grammatica mentale che sapesse decifrarla”.

La trama è in apparenza semplice e potrebbe essere riassunta in uno di quei pitch (letteralmente lancio) che infestano oggi con pervasività le case editrici, sorta di sinossi di sinossi d’una idea, versione finto chic d’un tweet narrativo capace in tre battute di dire che cosa ci sta dentro e così convincere il commerciale (leggi: agenti di vendita) a “piazzare” il volume sugli scaffali delle librerie e farli smerciare come il pane.

Un marinaio si imbarca su una baleniera, la Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di capodogli e in particolare di uno, rarissimo, albino.

Punto.

In realtà, però, non c’è storia più storia di questa capace di creare l’effetto d’un ripetitore, ovvero il gioco d’ologramma d’un’onda sonora che si propaga nello spazio, amplificandone l’effetto. Che, nel caso, del grande, grandissimo Moby Dick, è quello d’un illusionista sul palco.

Esisto perché scompaio, scompaio per esistere – resistere – ancora.

S’apre dunque lo spazio incommensurabile di una casa degli specchi, dove l’immagine si satura per sottrazione. E un angolo cieco si trova sempre, quello dove verità e menzogna, respingendosi, finiscono inevitabilmente per coincidere.

Fu il fisico secentesco Edme Mariotte a ipotizzare l’esistenza nei nostri occhi di un punto cieco, situato nella retina, privo di recettori per la luce e attraverso il quale, perciò, non si vede nulla.

Se non ne siamo consapevoli, è per l’azione di “supplenza” operata in sincronia da ciascun occhio, dato che i loro punti ciechi non coincidono, cosicché un occhio vede ciò che non vede l’altro. Ma soprattutto corre in aiuto il cervello, che tampona con le informazioni altrimenti assunte a quello che l’occhio non vede. Anche con l’immaginazione e il desiderio, dunque, e persino con l’ossessione.

Nel grande romanzo di Melville, il punto cieco è interno.

Nel grande romanzo di Melville, anzi il grande protagonista è il punto cieco, ciò che sfugge, sfalsa, scompare. E impone all’immaginazione (all’ossessione) di tessere.

Così la sagoma di Moby Dick si fa calamita. Intravvederla è ricominciare a sperare. Perderla è l’ossessione che prende il sopravvento. Ma intanto muove, e stimola, fa agire, scollando chi partecipa all’avventura da quell’immobilità che talvolta prende allo stomaco e indebolisce gli arti. Accade insomma che un obiettivo valga più di tutto, anche se si traveste d’una sembianza di mostro.

Il nemico è in allerta. Il nemico scatena.

E se poi quel nemico abita le pieghe dell’acqua, della memoria, della fame di sentirsi vivi, non può che deflagrare in un duello titanico. Senz’altra funzione che quella di far ricominciare.

 

Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara […] allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

All’infinito ricominciare, fosse pure dentro un bicchiere da cocktail, dark rum please

Per approfondire:

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-265d273c-56a9-451d-8629-69fabf83f33e.html?refresh_ce

https://www.cocktail.uk.com/cocktails/moby-dick

 

Silvia Andreoli

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