MOANA profonda come il mare

moana pozziIl fantasma del suo splendido corpo bianco ripercorre periodicamente i nostri anni Ottanta. Più di tante grandi star dello spettacolo progetta razionalmente il suo mito, chiudendo drammaticamente la sua glorificazione, lasciandoci l’immagine del suo fisico perfetto, perché per tutta la vita costruisce il suo personaggio e la propria funzionalità.

 

Nessuno potrebbe mai immaginare cosa sarebbe stata oggi Moana Pozzi a cinquanta anni suonati. E forse è meglio così, perché questa anomala pornostar tutta curve, cervello e classe probabilmente ci avrebbe riservato più di una sorpresa.
Piccola Marylin martirizzata ed esaltata dal porno, santificata dai media, icona femminile di desideri più puri e più bassi, oggi è un mito grazie a un corpo-macchina e a una testa pensante.

 

Moana (“la parte più profonda del mare” in lingua hawaiiana) tocca – e a sua volta è toccata – tutti i personaggi illustri dell’Italia di fine Novecento. Tra gli uomini “moanizzati” c’è Federico Fellini, che la vuole in Ginger e Fred tranne poi pentirsi e non citarla nei crediti, lei si vendica parodiando nel suo film hard Fantastica Moana la scena cult della Dolce Vita, facendo il bagno in una fontana piena di sperma, muovendosi come Anita Ekberg e chiamando il suo uomo «Federico».

 

C’è poi Bettino Craxi, l’amante che le apre le porte della televisione; lo scultore Mario Schifano la vuole come modella; l’artista Mimmo Rotella ne ritaglia il corpo dai suoi manifesti hard in grandezza naturale e ne fa un collage; il musicista Sylvano Bussotti la espone alla Biennale come “musica del corpo”. E ancora Massimo Troisi, che si prende una forte sbandata; Carlo Verdone, che s’innamora sul set di Borotalco; Beppe Grillo e Roberto Benigni che non la fanno solo ridere; Giordano Bruno Guerri, Falcao e il campione del mondo Marco Tardelli, forse uno dei pochi che ammette il flirt insieme ad Adriano Panatta. E ancora Nicola Pietrangeli, Enrico Montesano, Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo e la lista è ancora lunga.

 

Lei si concede sempre col sorriso, è democratica, frequenta i salotti buoni ma vuole lavorare nell’hard più bieco, riuscendo a portare nel porno la figura della diva nazionalpopolare. Il rapporto col suo corpo non è meno ossessivo di quello con la propria testa. Moana è sempre presente a se stessa, non è mai banale, non dice mai sciocchezze: parla un italiano perfetto, forbito, si vede che ha studiato, che viene da una buona famiglia. È la star del porno ma ha il portamento regale di una regina, lontano dai bassi istinti del “cicciolinismo”.

 

È la più pagata delle star italiane dell’hard, ma– a detta dei registi – è una delle meno “brave” sulla scena e infatti non riesce a sfondare all’estero come Cicciolina. Perché lei pensa, non è istintiva. Lei ragiona. E allora, perché il porno? «Ho il coraggio di vivere come voglio. Faccio tutto quello che desidero: e il sesso mi piace. Non m’importa di quello che la gente pensa di me: e comunque nell’essere una puttana non ci vedo niente di male». Legge Sant’Agostino «Le Confessioni è una lettura che mi fa star bene, mi dà un senso di pace» e Nietzsche: «Il suo concetto di volontà m’interessa, perché è una cosa che mi riguarda molto da vicino», libri di William Burroughs, Alberto Moravia, Milan Kundera, Edgar Allan Poe, Marguerite Yourcenar, Anaïs Nin. E, tutti i giorni, due quotidiani: Il Secolo XIX, giornale della sua città natale, e il Corriere della Sera. Ma anche Eva Express, Stop, Gioia e Fermo Posta, settimanale di incontri.

 

Moana PozziÈ l’incarnazione della femminilità, tanto che ha anche un nutrito pubblico femminile, una donna consapevole di quello che fa, padrona del suo corpo e delle sue azioni. Nata a Genova, figlia di un ingegnere nucleare e di un’insegnante, famiglia molto religiosa, studi dalle suore orsoline, una sorella minore a cui è legatissima (e che segue le sue orme nel settore dell’hardcore) e un fratello, Simone, di diciotto anni più giovane che solo dopo la morte si scopre essere suo figlio. Moana parla perfettamente inglese, francese e spagnolo.

 

Anche se timidissima, la reazione all’educazione rigida delle suore è la voglia di trasgredire. Si sviluppa presto, il seno è prosperoso, gli uomini la guardano. E a lei piace farsi guardare. La nonna consiglia «Cammina curva che ti si vede troppo il seno» ma Moana fa il contrario. Studia in collegio, la notte scappa dalla finestra e va a ballare in discoteca, a fumare, a chiacchierare. Niente di male. Per emulare una sua compagna che si vanta di aver fatto esperienze sessuali ha il primo rapporto a quattordici anni. Fare sesso le piace, e da allora è un’escalation e non si ferma più. Fino a quando si ammala.

 

Inizia a dimagrire. Si parla di Aids, anche se in molti negano. Inizia un calvario che la vede sempre più smunta e depressa. Va in India per tentare un’ultima via di guarigione. Quando torna sta ancora peggio. Muore a 33 anni il 15 settembre 1994 nell’ospedale Hotel de Dieu di Lione. La notizia è diffusa solo 17 settembre, caso vuole durante il Mi-Sex, la fiera del porno.

Pochi giorni dopo la morte parte già la beatificazione della diva. La domenica il cardinale di Napoli Michele Giordano addita a tutti la fine di Moana Pozzi come «esempio di riscatto possibile». D’altra parte lei stessa, con un rosario in mano, rassicura la madre: «Vedrai, Dio sa perdonare e perdonerà anche me». «È morta per un tumore al fegato» dice la madre, che le è stata vicina fino all’ultimo. In pochi le credono, e iniziano i misteri.

 

Non esiste autopsia. Non esiste una cartella clinica. Nessuno l’ha mai fotografata all’interno dell’ospedale. Il corpo, contrariamente alle indicazioni di Moana, non è cremato; se è stato fatto non è successo a Lione perché quel giorno l’impianto delle cremazioni della città s’è guastato. Non c’è stato funerale e a tutt’oggi non si sa dove sia seppellita. C’è chi dice che sia scomparsa per non farsi vedere morente, chi invece che è scappata in India.

 

C’è anche l’ombra dei servizi segreti: salta fuori un brevetto sub rilasciato dall’esercito israeliano, quattro mesi dopo la morte a Genova non c’è traccia del certificato di morte. Si mormora di rapporti col Kgb o servizi vicini perché aveva possibilità di accedere a informazioni attraverso i suoi amanti, saltano fuori azioni di una società di Kiev che si occupa di traffico legale di scorie radioattive. Qualcuno dice che la sua missione era di destabilizzare la politica italiana verso un personaggio potente della prima Repubblica. Fantasie? Può darsi.

 

Moana di una cosa aveva davvero molta paura «la vecchiaia, il decadimento fisico e la morte», tutte cose da lei ribadite più volte in diverse occasioni. Una volta, profeticamente, aveva detto con forza in tv di fronte a una sbigottita Catherine Spaak: «Io non invecchierò». Secondo la cabala, di cui era perfetta conoscitrice, il 15 – data della sua morte – simboleggia la luna piena e quindi la morte, il 17 – quando è stata diffusa la notizia – la luna nuova, cioè la rinascita. Piace pensare che non sia morta, e il suo culto vive sempre di più.

 

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Luca Pollini

 

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