Che viso aveva la Marchesa de Merteuil prima del 1988? Sembra impossibile da immaginare dopo il film di Stephen Frears e soprattutto dopo lei, l’immensa Glenn Close. Eppure è nata nel 1782, anno in cui uscì l’unico romanzo di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos.
Noi però non possiamo immaginarla che così: algida, gli occhi piccoli e vicini, i lineamenti irregolari e forse per questo magnetici. E poco che importa che la nostra fantasia sia irrimediabilmente condizionata da un film. In fondo anche l’agente Kurtz è completamente diverso, nella descrizione che ne fa Joseph Conrad in Cuore di Tenebra, dal corpulento comandante dell’esercito americano interpretato in Apocalypse Now da Marlon Brando.
Questo non ci toglie il piacere e la sorpresa delle loro parole.

Se Le relazioni pericolose – detto in francese suona meglio però… Les liasons dangerauses–  è uno dei romanzi più incredibili che può capitare di leggere, lei, la Marchesa, è una delle figure femminili più inquietanti con cui confrontarsi, perché rappresenta quel binario di scambio tra il potere e il sapere.
Attenzione, però, non solo e non tanto nel senso alto della metafora, ma anche in quello più concreto.
Incarna la Ragione, la Razionalità con la erre maiuscola che diventa amministrazione del Potere -sempre la pi maiuscola-  grazie a un uso scaltro del Sapere  -la esse va de soi- ma non solo.
Madame de Merteuil rappresenta la sfida più impegnativa e pericolosa che un essere umano possa accettare: costruire se stesso. E il fatto che nel romanzo questo si leghi al suo ruolo di donna in una società maschilista di fine Settecento è importante, per l’epoca in cui è stato scritto, sicuramente utile ancora oggi, ma non esaustivo.

Leggere la Marchesa  come una proto-femminista che fa proprie tutte le armi degli uomini, in primis la ragione e l’arte della guerra, per riscattare il suo sesso ed emanciparlo da una condizione di subalternità non è certo scorretto, ma è poco. Certo, lo dice lei nella celebre lettera LXXXI :
“sono nata per vendicare il mio sesso e dominare il vostro”, ma ci possiamo fidare?
Siamo sicuri che ci stia dicendo la verità, che questa sia tutta la sua verità?

Lei è molto di più.
Ed è per questo che affascina e spaventa.

La grandezza di Choderlos de Laclos è qui, in lei: un personaggio la cui identità è un’opera d’ingegneria linguistica (era un militare esperto di fortificazioni, ndr).
E infatti lei è parola prima che azione, racconto prima che donna, pensiero prima che corpo.
È un’invenzione a se stessa, prima che agli altri, un’illusione di sé. Di ciò che si può o si vuole essere.
E come tale si schianterà.

Chissà se nello scriverlo tra Besançon e l’isola di Aix in cui era stato incaricato di ristrutturare il forte, Pierre-Ambroise-François si è reso conto di aver creato un romanzo di una modernità assoluta.
Nessun narratore onniscente, centosettantacinque lettere, otto voci diverse che cambiano tono a seconda dell’interlocutore e del tema affrontato, per salvare, come scrive il fantomatico redattore all’introduzione del testo “dalla noia dell’uniformità”.
Il romanzo classico non è ancora nato, ma in queste pagine s’intravvede già quello post-moderno. Altro che flusso di coscienza, qui siamo già alla frammentazione delle coscienze, al caleidoscopio d’identità che s’inventano solo e nella misura in cui si raccontano, attraverso quel media apparentemente intimo e vero, come la lettera, che si fa luogo d’artificio, palcoscenico del proprio teatro

E lei è la più brava.
La più falsa.
E quindi la più vera.

Molto più dell’affascinante Valmont, che alla fine trova nell’amore la redenzione dai suoi tanti peccati e si rivela essere solo uno stiloso fake di quello che ci ha raccontato.

Lei no. Madame resta sé stessa fino alla fine.
Ma noi non possiamo essere certi di cosa sia.

“… non contenta di riuscire a non farmi capire, mi divertivo a mostrarmi sotto i più diversi aspetti;
sicura dei miei gesti sorvegliavo le mie parole, regolavo gli uni e gli altri secondo le circostanze o anche solo secondo la mia fantasia: da quel momento, il mio pensiero fu solo mio, e mostrai solamente quello che m’interessava lasciar vedere.”

Chiudiamo il libro e ancora non sappiamo se sia solo una donna innamorata che ha osato troppo, o una  stratega mitomane che ha sbagliato tecnica di guerra come di lì a poco Napoleone a Waterloo.
E pazienza. Forse è così davvero, forse l’illusione è l’unica realtà che ci è data di  conoscere.

Verrà punita nella vanità (un tocco di giustizia divina andava introdotto), sfregiata per sempre dal vaiolo e impoverita dalla perdita di una causa per l’eredità.
Lascerà Parigi senza voltarsi indietro, ma si porterà via l’illusione di sé.
E per questo resterà sempre la più misteriosa Inaffondabile mai raccontata.

Merci Madame de Merteuil, non ci stancheremo mai di domandarci: è davvero possibile riuscire a mostrare di noi solo quello che ci interessa lasciar vedere?

 

5 Replies to “MME DE MERTEUIL l’illusione di sé

  • Chiara
    Chiara
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    Liaisons dangereuses…

  • Enrica
    Enrica
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    E corro a prendere il romanzo. Vidi il film anni fa ma, leggendoti oggi , credo di essermi persa il meglio.! Sempre affascinante la tua analisi. Complimenti e alla prossima

    • Anna di Cagno
      Anna di Cagno
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      Ti piacerà tantissimo

  • Francesca Palumbi
    Francesca Palumbi
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    A me è piaciuta tantissimo la tua definizione del romanzo come un’opera di ingegneria lingusitica. Degna di una lectio magistralis… da cui apprendere davvero qualcosa in più.

  • Francesca Romana Palumbo
    Francesca Romana Palumbo
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    Un’opera di ingegneria lingustica … Anna, questa affermazione è così vera, elegante e complessa… come mollybrown.it, d’altronde! Che bell’articolo!

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