La prima metà dell’Ottocento russo permise all’immenso paese orientale bicontinentale di fare i suoi primi passi nella modernità. Dopo aver rasentato il disfacimento nelle guerre contro Napoleone, l’Impero russo e il suo rigido rituale di potere e dominazione da parte della classe nobiliare dovette affrontare una nuova sfida, quella interna.

È in questi anni, col punto focale nel 1825, che si profilò il movimento dei decabristi, giovani aristocratici che guardavano con appassionata curiosità all’Europa e alle nuove correnti sociali e politiche. Il tentativo di colpo di stato del dicembre 1825 ne fa fede: gli organizzatori dell’insurrezione non vollero riconoscere il potere del nuovo zar Nicola I, ma vennero sconfitti e puniti dalle truppe zariste. Se i principali artefici della rivolta, che ambivano a una nuova apertura di stampo liberale e socialista in Russia, furono uccisi, molti altri aderenti furono esiliati assieme alle famiglie in Siberia.
Ed è allora che il romanticismo, con i suo slanci e le sue contraddizioni, irruppe in Russia con la forza di un ciclone.
Uno dei suoi caratteri distintivi era la rinnovata attenzione delle classi “alte” per la vita e i sentimenti del popolo (che in Russia, a quel tempo, era ancora ridotto in una condizione di semi-schiavitù).

Uno dei personaggi emblematici e immortali del romanticismo russo è l’ufficiale dei dragoni Grigorij Pečorin, descritto dalla nobile penna di Michail Lermontov.

Il libro Un eroe del nostro tempo uscì di stampa nel 1840, un anno prima della morte di Lermontov, avvenuta in duello nel 1841. Lermontov stesso aveva appena 26, rispettivamente 27 anni all’epoca dei fatti.

Il suo Pečorin (il nome deriva dal fiume siberiano Pečora) è un giovane ufficiale disilluso. Nel libro è descritto in cinque diversi momenti della sua vita, tutti legati al suo servizio militare nel Caucaso.

Come è noto, anche la Russia, al pari degli Stati Uniti d’America, ebbe il suo fronte di scoperta e conquista, ma quello che per gli americani fu il “selvaggio West”, per i russi potrebbe essere chiamato “l’esotico Est”. Lungi, infatti, dal confrontarsi con popolazioni più o meno nomadi, i russi, penetrando nel Caucaso, dovettero affrontare tutta una serie di popoli orgogliosi e armati. I conflitti con questi popoli si sono prolungati, come è tristemente noto, fino al giorno d’oggi.

Lo shock culturale dei giovani intellettuali russi, spesso e volentieri spediti al confino o quantomeno a servire come ufficiali nell’estremo Est del paese per aver espresso critiche evidenti o celate nei confronti dello Zar o dell’organizzazione zarista, si evidenzia in opere di grande freschezza e partecipazione  come I Cosacchi del primo Tolstoj, una vera e propria cronaca della scoperta della gente e dei costumi del Caucaso.

In Un eroe del nostro tempo, che narra le avventure di Pečorin, Lermontov presenta il suo eroe

(ma si potrebbe parlare anche di anti-eroe) in cinque racconti non ordinati cronologicamente: sono cinque frammenti della vita dell’ufficiale. Alle prese con l’esotico, ma anche terribile Oriente, i cui costumi e la cui durezza sfidano direttamente le vite e i destini degli “occidentali” (in questo caso russi), quest’ultimi si ritrovano all’interno di un nuovo universo dove tutto viene rimesso in gioco e dove i sentimenti (romantici) sono ingigantiti.

Il fatalista, uno dei racconti, racconta, infatti, di una scommessa col destino: Pečorin sfida il capitano di origini serbe Vulič a giocarsi la vita alla roulette russa; scampato il pericolo, Vulič viene ucciso quella stessa notte da un cosacco ubriaco.

Il personaggio di Pečorin si rivela in tutto il suo esistenzialismo annientante nel racconto Bela.

Qui, dapprima accoglie ed ama una prigioniera, ma poi finisce per disinteressarsene; ne La principessina Mary, inoltre, sembra voler far innamorare di sé la giovane ragazza solo per non aver potuto realizzare il suo grande amore con Vera.

Personaggio complesso, magnetico, incurante del pericolo e a tratti autenticamente crudele (anche nei propri confronti), Pečorin incarna il grande scetticismo e l’estrema disillusione della società colta russa del tempo.

Per le prime aperture sociali in Russia dovremo aspettare il maturo Tolstoj e i suoi esperimenti di liberazione della servitù della gleba, così ben descritti dall’operare del suo personaggio Levin in Anna Karenina.

Pečorin e Lermontov non erano destinati a conoscere tutto ciò, la società dell’onore, della sfida, delle vite rese inutili da un sistema politico immobile, chiese il suo tributo a entrambi: l’autore e il suo personaggio.

Lermontov, come il suo Pečorin, muore in duello all’età di 27 anni.

Sarà ricordato, oltre che per Un eroe del nostro tempo, per il poema Il demone. È ucciso in un duello alla pistola da un amico a causa di una lite a proposito di una donna. Mai il destino di un autore e del suo personaggio coincisero in modo così perfetto, al punto che c’è da chiedersi se lo stesso Lermontov non abbia “chiamato” la propria morte nel libro stampato appena un anno prima che essa sopraggiungesse.

Un dettaglio sembra provarlo oltre ogni ragionevole dubbio: Lermontov, a detta di tutti, era un ottimo tiratore.
Ma nei duelli non mirava mai al corpo dell’avversario.

 

 

 

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