MEL BROOKS Frankenstein jr. e la forza del politicamente scorretto


mel brooksSe la parodia è un’arte, allora il maestro è sicuramente Mel Brooks, uomo con un senso dell’humor fuori dal comune, che riesce cogliere i lati comici della vita, che non ha mai avuto paura di ironizzare su niente: «Non parlerei mai di camere a gas, della morte di bambini o della tragedia degli ebrei per mano dei nazisti. Qualsiasi altra cosa va bene».

Oggi può permettersi di guardare dall’alto in basso Hollywood, con la saggezza di chi ha lasciato il segno nel mondo della commedia. E critica: «La correttezza a tutti i costi ha significato il sacrificio del sarcasmo e dell’ironia. Siamo diventati stupidamente politically correct, abbiamo fatto morire la commedia».

Ha ragione, di commedie al vetriolo se ne vedono sempre di meno. Ve lo immaginereste le accuse di razzismo per i dialoghi di Mezzogiorno e mezzo di fuoco? Quando ad esempio Gene Wilder rivolto a degli operai di colore dice: «Ragazzi la ricreazione è finita e non state lì a prendere la tintarella che tanto non vi serve» oppure «Questo è proprio il colmo. Noi ci prendiamo il disturbo e la fatica di scannare tutti quanti gli indiani del West, e per che cosa? Per far nominare uno sceriffo che è più nero di qualsiasi indiano!». Dialoghi che oggi sarebbero censurati dagli stessi autori.

Il politicamente scorretto, se usato con intelligenza, è il sale della commedia. Un genere che Mel Brooks ha segnato indelebilmente con un capolavoro: Frankenstein Junior, pellicola ispirata al romanzo di Mary Shelley che dissemina gag, citazioni e prese in giro memorabili con un gusto sconosciuto alle parodie odierne.

Un film dove tutto è perfetto, regia, attori, atmosfere: un esempio di come la comicità possa diventare anche poesia. Un film che abbiamo già visto almeno venti volte, ma che ci fermiamo a rivederlo per la ventunesima. E ancora ridiamo, nemmeno fosse la prima volta, anche se ormai potremmo recitarlo tanto lo conosciamo a memoria. Ma tant’è, resta irresistibile.

Siamo di fronte a uno dei capolavori assoluti e la conferma l’abbiamo quando si sente che le battute sono ancora presenti e ben radicate nel linguaggio comune, come se il film fosse uscito solo pochi mesi fa. A chi non capita ancora oggi, nel tentativo di spiegare per l’ennesima volta qualcosa a qualcuno, citare la frase «Rimetta-a-posto-la-candela»?  Oppure quando si vuole indicare qualcosa davanti a un paesaggio «La lupu ululà, lì castello ululì»; e ancora «Un enorme Schwanzstücker»; «Frau Blücher!»; «Tafetà caro» «Tafetà tesorino»; «Gobba? Quale gobba?»; «Sì-può-fareeeee»; «Sedatavo?» e così via, per almeno altre cinquanta scene cult.

Forse il segreto della sua immortalità sta nel fatto che, da un punto di vista squisitamente linguistico Frankenstein Junior è un crogiuolo di battute e scene politicamente scorrette – si prende in giro persino un gobbo, un cieco, un ritardato mentale, un mutilato con l’arto artificiale, si fanno le corna alla moglie  – riproposte in chiave divertita prima che divertente.  Sì, perché a ridere per primi sono stati attori e regista, tanto che Mel Brooks ha sempre sostenuto che il cast è un concentrato di cialtroni.

L’idea di girare una parodia di Frankenstein è di Gene Wilder che – dopo aver visto l’originale in tv – riflette sull’imbarazzo che avrebbe potuto provare un eventuale nipote alle folli teorie del nonno, il dott. Frankenstein. E il giorno dopo ne parla con Mel Brooks.

Passano solo tre mesi e il soggetto del film è pronto: Brooks e Wilder bussano alle porte di tutta Hollywood in cerca di un produttore. La Columbia Pictures ci crede ma dopo le strette di mano e i saluti di rito, Brooks si rivolge ai dirigenti della casa di produzione e, distrattamente, dice: «Dimenticavo: il film sarà girato in bianco e nero».

Risposta: «Cosa? Non se ne parla nemmeno: il bianco e nero è vecchio, oggi tutto si gira a colori» e stracciano il contratto. Fortunatamente una copia è arrivata anche sul tavolo della 20th Century Fox che decide di rischiare. E gli è andata bene: costato meno di 3 milioni di dollari ne incassa più di 87, ottiene 3 nomination agli Oscar e due ai Golden Globe. Il bianco e nero – secondo la critica – è stata una delle idee vincenti del film perché l’ha reso quanto mai più “vicino” all’originale.

In Italia il film arriva verso la fine di agosto del 1975 ed è bollato come una semplice commediola. Il doppiaggio, che vede impegnato anche Oreste Lionello, è perfetto e la traduzione ha salvato tutte le battute: alcuni giochi di parole intraducibili in italiano si riesce comunque ad adattarli e addirittura uno di questi – il famoso «Lupo ululà, castello ululì» – è quasi migliore in italiano che in inglese.

Frankenstein Junior è entrato nella storia perché è uno di quei film pressoché perfetti, un manuale di comicità che va studiato dal primo all’ultimo fotogramma, una di quelle opere che capita una sola volta nella vita di dare alla luce. E proprio lo stesso Mel Brooks se n’è accorto, perché quel successo, malgrado gli sforzi successivi, non lo raggiunse più.

Luca Pollini

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