MOLLY BROWN
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Straordinari

MARK TWAIN fiume di parole

Mark TwainCi sono fiumi e fiumi. E poi c’è il Mississippi. Nemmeno un Mississippi qualunque, invero, ma quello di Mark Twain.

Lui, che all’anagrafe faceva Samuel Langhorne Clemens, cominciò subito dotandosi di quest’altro nome, che pare derivi dal grido, slang puro, in uso tra i battellieri che facevano rotta sulla grande rete fluviale americana, per segnalare la profondità dell’acqua.

 

By the mark, twain, ovvero: dal segno, due – sottinteso tese, circa 3,7 metri, valutato come il limite di sicurezza.

 

Così il “primo vero scrittore americano”, secondo la definizione di William Faulkner, mise le sue radici, per il suo battesimo narrativo, non sulla terra delle immense pianure e sconfinate praterie, bensì in quello che descrisse nella sua biografia come

 

“il fiume più tortuoso del mondo, dato che in una parte del suo percorso consuma ben milletrecento miglia per coprire la distanza che un corvo supererebbe volando per seicentosettantacinque miglia”.

 

Nascere come scrittore, dunque, è per Twain uscire dall’acque, dalla contraddizione stessa del Mississippi, “un fiume fuori dall’ordinario nel senso che invece di allargarsi esso si restringe in prossimità della foce”. Strano, complicato, e d’una bellezza selvaggia che pure la grande anima imprenditoriale americana intende usare, senza piegarla, ma cavalcandola, se con tecnica differente da quella dei cow boy a cavallo, con la medesima determinazione.

 

Lo farà, lui, in prima persona. Dal 1857 al 1861 (lui nasce il 30 novembre 1935), lavora come battelliere sul Mississippi. Nel 1859, dopo un arduo studio e esercizio, conquista la licenza. Poi nel ’61 si arruola, diserta presto, fino a che nel ’63 ritorna al lavoro di giornalista. A quel punto incontrerà l’umorista Artemus Ward, che lo incoraggerà a scrivere. Prima però ci sono questi quattro anni.

 

Quattro anni incandescenti, quelli formativi della giovinezza, quando l’occhio innesca le immagini assorbite nell’infanzia e le rende strumenti appuntiti. Per penetrare il mondo, plasmare le forze e soprattutto lasciare impronta di sé.

 

Mark TwainQuattro anni che permettono a Twain di apprendere la lingua del fiume, usata dagli uomini a bordo, le urla, i timori, le superstizioni anche. E poi l’andamento di un ritmo mai identico, che mischia fatica a riposo, saggezza a sventatezza, in un tourbillon che non ha regole decifrabili. Invece soltanto la condivisione.

 

Parlerà del fiume nei suoi romanzi. Il fiume sarà anima, specchio, inganno, speranza, e infinita giovinezza.

 

Viaggerà molto, dopo, Twain, nella sua vita. Conoscerà varie città d’Europa, raggiungerà l’Italia di cui lamenterà uno stato di degrado (Pompei e Venezia per esempio), un eccesso di culto superstizioso legato alla religione cattolica anche. Apprezzerà invece Genova e il lago di Como. Dove c’è acqua, c’è comunque una specie di casa.

 

Eppure, Twain lo sa, dove c’è acqua s’insinua a volte la morte. Un binomio che lo stregò, letteralmente. Per quanto accadde a suo fratello, Henry. Perché Henry fu vittima di un incidente su un battello a vapore ed era stato Mark a convincerlo a imbarcarsi. Lo scoppio di una caldaia, Henry venne inghiottito dall’acqua. Fuoco e acqua, una battaglia infinita.

 

Non se lo perdonò, Mark, quell’amore sconsiderato che lo aveva spinto a coinvolgere Henry. Soprattutto perché aveva avuto premonizione della tragedia. Un mese prima dell’evento, un incubo gli rivelò quella sua fine. Il sogno, come l’acqua, aveva predetto. Errore non averlo ascoltato. Doppia colpa. Il fiume va sempre ascoltato.

 

Le avventure di Tom Sawyer viene pubblicato nel 1876. Il seguito, Le avventure di Huckleberry Finn, esce nel 1884. Con Tom Sawyer, che dà inizio alle vicende picaresce e straordinarie di questo sguardo impudente e stregato sull’universo delle contraddizioni americane della seconda metà dell’Ottocento, Twain torna al suo fiume. Sono trascorsi quindici anni dall’apprendistato come battelliere. Nel frattempo ha tanto visto, tanto fatto, tanto viaggiato. Ma è da lì che parte la penna.

 

Chi la dimentica la a fuga del ragazzetto intraprendente e scapestrato, paesanotto e curioso, Huck Finn, che, come ogni americano che si rispetti, cerca la libertà? Bianco, figlio di un ubriacone e maltrattato dal padre, poi angariato da una vedova che vuole trasformarlo nel bravo ragazzo che non è, Huck se la dà a gambe e quando fugge, a lui si aggrega uno schiavo della vedova. Ed eccola formata, quasi per un ghiribizzo del caso, la coppia perfetta: due disperati in cerca di fortuna che si imbattono in una zattera semi distrutta, fatta di tronchi d’albero e portata, appunto, dal fiume. L’immaginario è segnato. (E molta parte della narrativa americana attuale ha tributi giganteschi verso questi personaggi, Mississippi compreso).

Huckleberry Finn, Mark Twain

Così comincia la storia. Che è poi storia d’andare. Partenza senza una meta. Fatta per fuggire. Come ogni viaggio serio in fondo. Dove si conosce ciò che si lascia, e un mezzo (di fortuna) per abbandonare il passato, ma nessuna informazione su quello che si troverà. Se non quell’acqua, di fiume, a volte in piena, furiosa, a volte lenta, tanto da scatenare l’impazienza.

 

Il fiume, nei romanzi di Twain, più che luogo diventa occasione. D’incontri. Di guai. Di racconti anche. È nella traversata, comunque si svolga, qualunque cosa accada, che si resta attenti ad ascoltare. Le conversazioni di quelli che viaggiano. Uno scambio impareggiabile, di contraddizioni anche, di punti di vista. Di quella metamorfosi che subiscono gli eventi sotto l’influsso di idee pregresse, o pregiudizi. Ma anche della dimenticanza di ciò che si lascia, per fame di ciò che si trova.

 

Il fiume trasforma. La storia di Huck. Quella di Tom. Il fiume lambisce e testimonia. Ma con una strana leggerezza. Che hanno le parole quando ritornano a un tempo concluso. Ricordo, certo, ma sfasato, che sborda, smargina. Un ricordo che si concede incursioni nel territorio inesplorato del fantasioso, fantastico, verosimile, possibile, crudele anche.

 

Un miscuglio tanto potente ed energico da entrare nell’empireo del Reale Immaginato. Quello che scorre infinito, fregandosene bellamente di anni, secoli, luoghi e confini. Il fiume immenso dell’inchiostro versato. Un Mississippi infinito, insomma. Che appartiene di diritto a ogni lettore, che l’abbia o meno visto, fosse pure in un dipinto, foto, cartina geografica, non ha nessuna importanza. Perché alla fine quel fiume è una cosa che ti porti dentro.

 

A due tese, ovvero 3,7 metri, di profondità. Sotto il livello dell’anima.

 

Silvia Andreoli

 

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