MARIA MONTESSORI La donna che (non) fu

Il suo sistema educativo, il famoso Metodo, è ancora oggi apprezzato e utilizzato in tutto il mondo. Eppure dietro la sua luminosa figura di studiosa – pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile che fu anche candidata al premio Nobel – i punti oscuri restano ancora molti. A raccontare per la prima volta la sua vita romanzesca è stata la biografa olandese Marjan Schwegman, in un libro che riporta anche una serie di foto d’epoca. Tutte foto rivelatrici. Nei rari ritratti da giovane la Montessori appare vestita in modo sontuoso, perfino ridicolo, tutta pizzi e trine, con i riccioli sparsi sulla fronte, il busto florido e un vitino di vespa. Tanto che nel 1896 L’Illustrazione Italiana non esita a definirla come “vezzosa medichessa chirurga”. Come mai allora in pochi anni si trasforma in una dama dall’aspetto opulento, sempre vestita di nero, con il volto dolente e l’espressione lontana, assorta?

Dietro questa incredibile trasformazione c’è un trauma, un dramma privato: la nascita del figlio avuto a 28 anni, nel 1898, da Giuseppe Montesano, brillante collega di Clinica psichiatrica, del quale si era innamorata. Un bambino “segreto”, partorito all’estero e quindi dato a balia a una famiglia che viveva in campagna, dove crebbe lontano dai pettegolezzi. Maria però andava a trovarlo una volta alla settimana ed è indubbio che fu proprio lui il primo oggetto dei suoi studi.

Alcune delle sue intuizioni sono attuali e condivisibili ancora oggi. Come quando scrive che «La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio». Il suo è un sistema educativo che invita ad un nuovo sguardo verso i bambini «creature che crediamo di proteggere ma a cui limitiamo le potenzialità, che addomestichiamo nelle nostre case e nelle scuole forzandoli all’impotenza, al mancato sfruttamento delle proprie forze intellettuali,dei propri talenti, delle vocazioni naturali che farebbero di ognuno una risorsa per tutti».

Nata nel 1870 in una famiglia dell’alta borghesia, nipote di quell’Antonio Stoppani sacerdote rosminiano, scienziato e letterato celebratissimo nella seconda metà dell’Ottocento, da bambina la Montessori non sembrava particolarmente dotata: «Ero una ragazzina di quelle che a Roma vengono chiamate “peperine”: vivace, curiosa, avida di sapere. Il percorso degli studi, tuttavia, non fu molto brillante… Non studiavo mai la lezione e stavo poco attenta alle maestre, organizzando in tempo di lezioni dei giochi e delle commedie», si raccontò lei stessa. Dopo la licenza alla scuola tecnica femminile (con il punteggio di 137 su 160) si iscrive a Medicina grazie a quella che definisce “una folgorazione”: «Avevo deciso di iscrivermi all’università in matematica, ma ad un tratto cambiai idea. Non ho mai capito cosa accadde. Fu un momento. Una sera in una via di Roma vidi, seduta sul marciapiede, una povera donna con in grembo un piccolo bambino, che aveva in mano una strisciolina di carta rossa…».

Il suo, di bambino, a 7 anni viene mandato in un collegio in Toscana con il nome di Mario Pipilli. Il padre nel frattempo si era sposato e per lui la ex innamorata ora nutriva un “atroce disprezzo”. Alcuni anni più tardi, nel 1913, la madre naturale lo porta a vivere con sé, senza però mai rivelargli la verità. Tanto che solo nel 1950 Mario potrà aggiungere al cognome del padre naturale, Montesano, quello della madre. Quest’ultima lo riconobbe ufficialmente come suo figlio solo nel testamento, affidandogli il compito di continuare la sua opera. Cosa che lui, diventato a sua volta pedagogo, fece per altri trenta lunghi anni, certamente succube di quella madre dalla personalità poliedrica, severa e dolce al tempo stesso, materna e inflessibile, moderna e trasgressiva, pronta a sfuggire a qualsiasi gabbia o legame che le impedisse di raggiungere i suoi obiettivi. Tutt’altro che «bella, dolce e cara mammina», insomma.

E se Mussolini, dopo l’iniziale entusiasmo e sostegno alle sue Case dei Bambini, pare l’avesse definita «Una grande rompiscatole!», a tentare di spiegare l’enigma Montessori smontandone l’immagine da “santino”, ci si è messa pure un’astrologa, svelando che «era capricciosa, impulsiva, caparbia, incline al fanatismo a causa di Marte e Urano strettamente congiunti nel Cancro ma anche eccentrica, esibizionista, narcisista, ipercritica, snob ed esterofila come indicano Mercurio nella Bilancia e Saturno nel Sagittario».

Oltre che appassionata e geniale, comunque, la Montessori doveva essere stata davvero una donna ribelle e inafferrabile. In Italia era guardata pure con un certo sospetto sia dal mondo cattolico sia dalla pedagogia ufficiale, dato che pretendeva di contrapporre all’ideale in voga di “educazione come arte” quello di “educazione come scienza”. Forse anche per questo nel 1936 si rifugerà prima in Olanda e poi in India, per lei una vera seconda patria, dove viene accolta come la “Grande Maestra”. E finalmente riuscirà anche a dire addio ai luttuosi abiti neri. Le foto degli ultimi decenni infatti la ritraggono morbida, serena, vestita di bianco o con stoffe fiorite.

Se n’è andata il 6 maggio 1952. Sulla sua tomba a Noordwijk, un villaggio affacciato sul Mare del Nord, si legge ancora questa scritta, in italiano: «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo». Che l’ecologista svedese Greta Thunberg si sia ispirata anche a lei?

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