MARCO TARDELLI l’urlo

marco tardelli, spagna 82, campioni del mondoChe cos’è la trance? Questa cosa qui. E la felicità? Un urlo, e una corsa rotonda, animale, famelica. Incredula eppure consapevole, matura e completa. Primordiale, ma anche definitiva.

Ok, per molti di noi saranno stati i riccioli che c’erano ancora, la Seicento (o la Ritmo) e quella “ragazza che tu sai”, ma provate a chiedere a chi era giovane in quegli anni di grazia se ha mai provato ancora quella sensazione di aver vinto, di avere avuto ragione davanti al mondo. Una gioia semplicemente calcistica? Forse in tanti si vergogneranno di dirlo, ma non fu solo così, proprio no. Quel gol. Quei tedeschi (e prima ancora quegli argentini, e quei brasiliani e ancora quei polacchi) battuti, fiaccati, sconfitti.

Ah, sì è di Marco Tardelli che parliamo, dell’urlo, se non più famoso al mondo, sicuramente più bello (vi piace davvero quello di Munch?). Era l’11 luglio del 1982, Madrid, Italia Germania 3 a 1, azzurri campioni del mondo.


Ancora oggi Tardelli è un fil di ferro battagliero e bello, a volte polemico, come un buon toscano deve essere. Lo chiamavano schizzo perché viveva del gesto improvviso, e usciva dalla macchia, nostro guerriero in mutande, per decidere partite, campionati, il futuro dell’Italia. Solo il mezzofondista cubano Juantorena – altro ricordo fiammante, picaresco – sapeva scappare di una corsa così disperatamente veloce, con quella stessa falcata ghepardesca.

Era il nostro eroe, e allo stesso tempo uno di noi, perché i ragazzi che giocavano a pallone allora erano così, non lontani, non intoccabili. Non era un genio, un irregolare, Marco faceva il cameriere, inquieto e sognatore, intrepido e concreto. Quell’estate vincemmo con lui: “…eravamo alle battute finali degli anni di piombo, c’erano rigurgiti di tensioni sociali, lutti e paura. Avevamo bisogno di riscoprire le nostre qualità… la nazionale poteva farci credere di essere i più forti del mondo”.

Già, la Nazionale, la Nazione, il nostro Paese, quello di Pertini e di De Gregori (“Viva l’Italia”, che era uscita qualche anno prima, ma ancora riecheggiava), di “Felicità” e di “Non sono una signora”: chissà perché, e soprattutto chissà se è vero, ma sembrava tutto un po’ più semplice, più normale, sembrava ci fosse meno odio – nonostante le bombe, nonostante i mitra e che si volesse più bene. Tanto che quella notte – che cosa vi siete persi, ragazzi – abbracciavi tutti, e non ti faceva neppure impressione il sudore degli altri.

Oggi Tardelli confessa che per anni ha dovuto convivere con un fantasma: la fama che svanisce, il reale che fa abbassare la cresta. E come essere all’altezza, nella vita futura, di quei sette secondi di corsa, di quei palpiti mistici e di felicità cristallina?

E va bene, è il destino di tutti noi, sfiorire e gonfiare il ricordo, mentre si sgonfia il pallone e la nostra giovinezza. Ma quell’estate, e quella notte, un pallone in rete ci diedero tutto il senso pieno di una frase che avrebbe scritto anni dopo Don De Lillo, in Underworld e cioè che “il gioco non ti cambia il modo in cui dormi o ti lavi la faccia o mangi. Ti cambia soltanto la vita”.

E mai più, oggi lo sappiamo, mai più, un pallone in rete potrà regalarci quella voglia di correre con quella foga assurda.

Perché inaffondabile: L’urlo che ci unì. E fu l’ultima volta

Bruno Barba

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